di Santo Prontera
Nell’intervento precedente abbiamo osservato come le élite cerchino di imporsi ai popoli tramite la disinformazione, ovviamente celata sotto le mentite spoglie della pura informazione. Lo scopo: farli agire elettoralmente contro se stessi, nell’interesse delle medesime élite.
Gli strumenti principali: a) il linguaggio usato in modo disinvolto, ambiguo, fuorviante e talvolta capovolto (insomma, in modalità orwelliana); b) la manipolazione dei fatti. Con i magheggi linguistici e concettuali che scaturiscono da questi due fattori, in virtù del ruolo decisivo svolto da un sistema giornalistico ridotto in gran parte a una sorta di spin doctor collettivo, i popoli vedono il mondo -quindi pensano forzatamente, non già liberamente- attraverso l’informazione deformata (con censure, manipolazione dei fatti e invenzione di notizie) che viene loro somministrata e agiscono -elettoralmente- di conseguenza. L’uso ambiguo del linguaggio viene da lontano.
Era il 1975 quando la Commissione Trilaterale (un pensatoio fondato da David Rockefeller a pro dei potentati economici) diede alle stampe il testo La crisi della democrazia. Interessarsi della democrazia in crisi è cosa buona e giusta. Ma quale idea di democrazia animava i soci di quell’organismo? Ce lo dicono loro stessi tramite quel testo. Vale la pena riportare per intero un significativo brano: «Il funzionamento efficace d’un sistema politico democratico richiede, in genere, una certa dose di apatia e disimpegno da parte di certi individui e gruppi. In passato, ogni società democratica ha avuto una popolazione marginale, di dimensioni più o meno grandi, che non ha partecipato attivamente alla politica. In sé, questa marginalità da parte di alcuni gruppi è intrinsecamente antidemocratica, ma ha anche costituito uno dei fattori che hanno consentito alla democrazia di funzionare efficacemente. I gruppi sociali marginali, ad esempio i negri, partecipano ora pienamente al sistema politico».
Con quali conseguenze? Con «il pericolo di sovraccaricare il sistema politico con richieste che ne allargano le funzioni e ne scalzano l’autorità». I gruppi “marginali”, insomma, devono rinunciare a reclamare adeguatamente diritti e uguaglianza per il bene della “democrazia”. Se si attivano, aggiungendo le loro “richieste” a quelle di chi già beneficia dei frutti del “sistema”, la democrazia si ammala. Essa va infatti verso il «suicidio» per «eccessiva indulgenza» quando offre i propri frutti a tutti e con ciò crea le premesse per una crescita di “richieste”, di partecipazione, di uguaglianza generalizzata. Infatti, «la vulnerabilità del sistema democratico statunitense […] deriva principalmente […] dalla dinamica interna della stessa democrazia in una società altamente istruita, mobilitata e partecipe».
Ragion per cui «non è detto che un valore che sia normalmente buono in se stesso venga ottimizzato allorché venga massimizzato». In stretta coerenza con le premesse ideologiche del discorso, il testo afferma che ci sono «limiti potenzialmente auspicabili all’ampliamento della democrazia» (pp. 108-110). Insomma, affinché il mondo possa andare bene, è sufficiente che ci sia democrazia solo per alcuni. Il sistema democratico -questo ci dicono in pratica le élite- non è un bene per tutti, perché l’umanità in teoria è una, ma di fatto deve essere dislocata su due livelli: sopra e sotto, con diritti differenziati.
In tutto questo discorso fa capolino un elemento non detto, ma ben presente nell’orizzonte culturale delle élite. È un elemento implicito, sottinteso, che si pone come richiamo della foresta e obiettivo politico da perseguire con l’azione quotidiana. La democrazia di cui parla il testo, infatti, è, pari pari, quella vigente nel sistema liberale classico, quando lo Stato era appannaggio di una sola classe, quella abbiente, che era anche la titolare in esclusiva del diritto di voto.
In definitiva, quello che hanno in mente i soci della Trilateral non è un sistema politico pensato per il popolo nel suo complesso, secondo i princìpi del pensiero democratico. Ci troviamo, è evidente, di fronte al modello monoclasse dello Stato liberale, costruito dalla classe abbiente per se stessa, efficacemente definito da Domenico Losurdo come “democrazia per il popolo dei signori”. Che cosa vogliamo che sia mai? È pur sempre democrazia.
Perché sottilizzare?
E se quello è il modello di democrazia che hanno in mente le élite, quel modello deve andare bene per forza per tutti, anche per il volgo, che notoriamente non sa pensare e deve prendere a prestito i pensieri delle oligarchie. Le quali sono ben liete di passarglieli con un uso quasi monopolistico dei mass media. La “verità” è quella imposta dal potere. Chi dissente è un putiniano. La libertà di pensiero, la tolleranza verso le posizioni altrui? Sono cose che è bene dire, ma è male È una cosa che si dice, Si diceÈ per questo che è ritornata in auge l’intolleranza contro il pensiero critico, tacciato di putinismo.
Da qualche decennio in qua, tutti gli sforzi delle élite neoliberiste sono indirizzati verso un obiettivo fondamentale: far somigliare sempre più la democrazia (vera) a quella del “popolo dei signori”, ossia alla libertà di nicchia tipica dello Stato liberale. Le élite, in questo, hanno colto un grande successo. Non siamo forse passati dai “Trenta gloriosi” (copyright Jean Fourastié) -all’incirca il trentennio 1945-1979- alla postdemocrazia (copyright Colin Crouch), tutta forma (elezioni teleguidate con la propaganda, istituzioni democratiche che funzionano alla rovescia, ecc.) e poca sostanza? Stanno a dimostrarlo le continue aggressioni allo Stato sociale: devastazione della sanità pubblica, delle pensioni, dei diritti del mondo del lavoro e via aggiungendo. Un tempo costituivano titoli di vanto dell’Europa. Ora non più. Colpa delle élite?
Certamente, ma qualche domanda andrebbe posta anche all’ex sinistra -diventata nuova destra, ancella delle attuali élite- e al mondo giornalistico, che ha rovesciato la ratio della stampa nel sistema democratico. In tale sistema, la funzione della stampa è quella del “cane da guardia” del cittadino nei confronti del potere politico. Tramite la stampa, il cittadino dovrebbe controllare il mondo politico. Ora succede l’inverso: è il potere politico che, complice la stampa, controlla il cittadino tramite i contenuti che vengono selezionati per finire nella testa del demos. È ciò che normalmente fanno le dittature, ma, nel nostro Occidente neoliberista, un tale comportamento profuma di libertà, democrazia e via dicendo.
A dimostrazione di tale assunto, si potrebbero citare numerosi casi. Ci limitiamo a indicarne uno.
Se si dice la verità, sostenendo che la guerra in Ucraina è stata causata dall’espansione della Nato verso Est, si viene tacciati di putinismo, anche se chi lo afferma è uno specchiato democratico. Si sa: nella postdemocrazia, la censura è libertà (la libertà del potere di coprire i fatti con fake news) e la calunnia è trattamento gentile (ai danni di chi si ostina a perseverare nel vizio del pensiero critico, legato ai fatti). Siamo, come si diceva sopra, in un mondo a modalità orwelliana.
Queste élite e i loro seguaci non hanno nulla a che vedere con la civiltà democratica. Sono coloro che hanno rovesciato le democrazie del primo trentennio post-bellico per riportare indietro il mondo.

