A cento anni dalla nascita (25 aprile 1925) riscopriamo la grande attualità del pensiero di un intellettuale “a tutto tondo” come Ilio Adorisio, noto per essere stato nella seconda metà del Novecento uno dei maggiori esperti e innovativi studiosi a livello internazionale di economia dei trasporti, docente universitario (facoltà di Ingegneria) e autore di importanti pubblicazioni, consulente della Banca Mondiale e progettista delle più importanti opere viarie in Sud America, Medio Oriente, Asia e Paesi del Terzo Mondo. Molti lo ricordano anche come “il professore della Pantera”, perché aveva fermamente sostenuto il movimento studentesco nel 1990 alla “Sapienza” di Roma, volto a contrastare la riforma dell’università dell’allora ministro Ruberti, orientata alla discriminazione tra le facoltà umanistiche e quelle scientifiche e alla riduzione dei fondi per la ricerca, un movimento pacifista e antifascista che si rese protagonista forse dell’ultima storica occupazione delle Facoltà.
Dai molteplici interessi, Adorisio aveva spaziato in altri campi, musica, filosofia, archeologia (era calabrese di Cirò, nell’area magnogreca del crotonese), e già in gioventù, seguendo le orme del padre, un farmacista, aveva manifestato dissenso verso il regime, con numerosi articoli su un giornale studentesco caratterizzati da un forte sarcasmo.
Ma la svolta più importante ha riguardato la ricusazione del “sistema”. Al culmine della sua carriera professionale di ingegnere erano scattate in lui forti perplessità sull’insieme che regolava l’economia mondiale. Nei confronti dell’imperante economicismo (insieme di dottrine che, nell’ambito delle attività umane, riconoscono all’economia un ruolo preponderante) aveva avviato un fermo percorso critico, al punto che le sue analisi erano divenute scuola di pensiero e di orientamento per gli studenti. Il suo corso di Economia Matematica era diventato disciplina di “antieconomia” attraverso la critica al “totem” dell’economicismo, ideologia totalizzante che aveva definito «religione senza sacro, attraverso la quale si rischia di precipitare in una catastrofe senza fine». Il suo è stato un pensiero legato al valore sociale dell’economia e alla sostenibilità, in netto contrasto con quella che definiva “l’idolatria del tecnicismo”. Non pochi hanno trovato diversi punti in comune tra il pensiero di Adorisio e quello di Adriano Olivetti sul valore sociale dell’economia e la qualità della vita di chi lavora. Il suo pensiero assume, oggi più che negli anni scorsi, una valenza e un’attualità di elevata importanza, tenendo conto che proprio a partire dalla fine del secolo scorso (quando lui era già scomparso, prematuramente, nel 1991) la presunta panacea della globalizzazione sarebbe stata ampiamente criticata e, a ragion veduta, giustamente, mentre il panorama economico-politico-bellico che caratterizza questo nostro tempo, al primo quarto del XXI secolo, rafforza i suoi concetti ampiamente approfonditi nella pubblicazione postuma “Lezioni in stesura provvisoria: critica dell’economicismo”, realizzata per volontà di Eugenio Borgia, collega di Adorisio alla “Sapienza”, figura eminente anch’egli dell’ingegneria dei trasporti in Italia, e curata dall’economista Geminello Alvi e dal sociologo Franco Ferrarotti.
“L’antieconomico” divenne, dal 1987 al 1991, una rubrica del quotidiano «Il Manifesto», all’epoca diretto da Valentino Parlato, divenuta una grande palestra di confronto politico ed economico, ma che affrontava i problemi di tutti i giorni, i trasporti in particolare, dei quali Adorisio era un esperto. Una rubrica molto seguita e di spessore, che spesso affrontava il tema della qualità della vita e delle condizioni dei lavoratori e della tendenza alla crescita illimitata dell’economia capitalistica ribadendo i principi di Stuart Mill sulla incompatibilità del “sistema” con le leggi della natura. Nel campo dell’informazione, peraltro, aveva dato vita nel 1983, assieme ad Antonio Landolfi, senatore socialista napoletano e docente universitario a Roma, molto vicino al leader del Psi Giacomo Mancini, alla nascita della pregevole rivista trimestrale «Economia & potere», una pubblicazione edita da Lerici che vedeva tra i suoi autori e redattori firme di spessore come quelle di Gianni Statera, Arturo Gismondi, Aldo Giannuli, Alberto Benzoni (oggi presidente di Risorgimento Socialista), Sandro Petriccione, Carlo Flamment, Giano Accame e molti altri. L’ultimo numero era uscito nel 1991, poco prima della sua scomparsa, avvenuta il 6 settembre di quell’anno. Adorisio sarebbe stato, come detto dianzi, un attento e critico studioso della globalizzazione e avrebbe lasciato ulteriori valutazioni sul capitalismo e conferme sulle teorie di Stuart Mill.
«La sintesi estrema del suo pensiero è nella denuncia di una società divoratrice di tempo (cronofagica) che impoverisce i rapporti umani dietro la maschera soft di una ideologia dominante, l’economicismo, che si presenta in una forma totalizzante e naturalizzata…[…]…il nostro rapporto con il tempo è fagocitato dall’organizzazione burocratica e penosa del lavoro, che altrimenti non sarebbe fatica, e dagli schemi di consumo preordinati per il nostro apparente tempo libero…[…]…» ha scritto di Adorisio Giovanni Bontempi, un suo ex-allievo alla “Sapienza”.
L’intellettuale calabrese ha contrastato il “sistema” perché ne conosceva l’essenza, vissuta sulla sua pelle. E lo ha fatto anche attraverso il teatro, passione tardiva, quale autore di un testo apprezzato dalla critica e dal pubblico (“Come un processo”), la cui “prima” si tenne a Roma nel 1989 al Teatro dell’Orologio, attraverso il quale ha denunciato una società bigotta e votata alla colpevolizzazione di uno stato patologico, in una metafora costituita da una clinica che si trasforma in un’aula di Tribunale.

