di Mario Michele Pascale
Mark Zuckerberg, fondatore e ceo di Facebook, poi diventato Meta, sovrano dei nostri dati personali e della nostra capacità di comunicare on line, di fronte alla commissione del senato degli Stati Uniti tremava. Era lì, formalmente, nell’aprile 2018, per rispondere sul caso “Cambridge Analytica” e, più in generale, sul modo in cui la sua azienda gestisce i dati di oltre due miliardi di persone nel mondo. Era chiaro che sarebbe finito sulla graticola e che la discussione sarebbe scivolata sul potere di Facebook e dei social media.
Eppure sul suo impero non tramonta mai il sole, letteralmente. Facebook/Meta è la multinazionale per eccellenza. Ha la capacità di orientare i nostri pensieri, filtrare le visioni del mondo epurandole e addomesticandole. Può far cadere nell’oblio, resuscitare o imporre persone o linee politiche eludendo le leggi nazionali.
Non vincolato a nessun codice etico Zuckerberg cambia il proprio a suo piacimento e necessità. L’incitamento all’odio, ad esempio, è sempre da condannare, almeno secondo la politica standard del colosso web. Ma poi i cittadini ucraini e i loro sostenitori sono liberi di produrre messaggi di incitamento all’odio nei confronti dei russi, colpendo impunemente sia l’ultimo dei pescivendoli di Vladivostock (che ne saprà della guerra in Ucraina, il poveretto) che Dostoevskij, il quale, relativamente al conflitto tra Mosca e Kiev, per evidenti ragioni di ordine cimiteriale, è esente da ogni responsabilità e coinvolgimento.
Con l’avallo di Zuckerberg tutti i russi, non solo Vladimir Putin o i suoi ministri, diventano colpevoli. E Facebook non ha mosso un dito per mettere ordine in una evidente follia.
Zuckerberg è uno degli uomini più potenti del mondo. Eppure di fronte a persone che per il mondo della finanza potevano essere anche degli illustri conosciuti, sudava freddo. Facebook aveva paura dello stato.
Va ricordato come il neo liberismo abbia tentato, parzialmente riuscendoci, non solo di dare un nuovo assetto all’economia e ai rapporti internazionali, ma sopratutto nel produrre ideologia. Capitale e religione, strutturata, del mercato e della libera iniziativa.
L’idea che il mercato azionario non fosse speculazione bensì portatore di democrazia e livellatore, attraverso i dividendi, delle diseguaglianze sociali, è stata propagandata con ogni mezzo fino a contaminare anche i partiti di sinistra e progressisti. Vedi Tony Blair.
Questa idea aveva, come base, il fatto che il capitale era più democratico dello stato. Questi veniva dipinto come impelagato nell’assistenzialismo, dilaniato ed occupato militarmente dai partiti, saccheggiato da una classe burocratica di parassiti che governavano, senza merito imprenditoriale, le aziende pubbliche (in Italia la famosa “razza padrona” secondo Eugenio Scalfari).
L’essere democratico del capitale, secondo la versione che il ceto sacerdotale dà della propria divinità, si basava sull’assioma della tavola imbandita. Più il tavolo è pieno di vivande, maggiore sarà la quantità di alimenti che potrebbe cadere di sotto. L’impegno di noi tutti, quindi, dovrebbe essere quello di far fare sempre più denaro possibile al capitale. Più questo si arricchisce più briciole cadranno sul pavimento, dove albergano i bisognosi. Anche se il capitale avesse molta, tanta fame, prima o poi si sazierebbe, facendo come i cani che lasciano volontariamente la ciotola mezza piena ai randagi di passaggio per sdraiarsi al sole a digerire.
Per quanto consolatorio l’assioma della tavola imbandita trova due ostacoli fondamentali: non c’è un limite alla voracità del capitale e anche se dovesse rimanere qualcosa non è assolutamente detto che cada dal tavolo.
L’assioma ha un corollario. Non deve esistere regola, legge o imposizione che disponga che una parte del cibo presente sul desco debba cadere giù per forza. La redistribuzione, se avviene, deve essere un atto liberale da parte dei commensali. I quali, cristianamente commossi dalla povertà che regna sul pavimento, decidono cosa e quando donare. Ovviamente se il cibo è veramente abbondante. In caso di vacche magre non se ne parla nemmeno.
Imporre un diritto, una norma, che disponga la redistribuzione della ricchezza verrebbe visto, come minimo, come un atto di cattiva educazione che rischierebbe di mandare di traverso il pasto ai commensali. Tant’è che il ceto sacerdotale del capitale ha additato come nemico proprio la conflittualità sociale. Le socialdemocrazie, pian piano, hanno abbandonato l’idea di “giustizia sociale” per ripiegare sul termine, molto americano, molto fuorviante e poco incisivo di “diseguaglianze”. La differenza è semplice. La giustizia sociale impone, a livello di diritto, l’eguaglianza formale e sostanziale tra gli individui andando ad incidere sulla redistribuzione delle ricchezze prodotte. La giustizia sociale è un correttivo politico alle differenze della nascita. Il suo scopo è sconfiggere la povertà ed il bisogno dando a tutti pari opportunità di crescita.
Le diseguaglianze, invece, vengono sfiorate delicatamente con atto volontaristico e caritatevole. Queste sono parte, inamovibile e necessaria, di uno stato di natura immutabile. La povertà è parte della condizione umana. Le diseguaglianze, in quanto elemento metastorico, oserei dire teologico, possono essere mitigate, ma mai corrette e mai sconfitte.
Pian piano, come detto, la giustizia sociale esce dal vocabolario delle sinistre per essere sostituita dal concetto di diseguaglianza. Proprio la parte politica che dovrebbe difendere gli interessi dei deboli e dei lavoratori cede…continua

