Il “welfare” è quell’insieme di attività orientate al benessere e alla qualità della vita dei cittadini, attraverso interventi privati ma, soprattutto, pubblici. Nell’Italia repubblicana ha trovato, ben più che nei precedenti decenni del XIX (verso la fine, quando la Germania di Bismarck rappresentava il primo laboratorio di sperimentazione di misure di sicurezza sociale) e XX secolo, attuazione nelle democrazie rappresentative dell’occidente europeo, al pari dei diritti civili e politici, e trova fondamento nella tutela della salute, nella previdenza, nell’edilizia popolare, nell’istruzione, nel sostegno alla disoccupazione.
È stata una prerogativa dei governi del dopoguerra e, soprattutto, della presenza in parlamento e nei governi (soprattutto da quando sono stati formati quelli di centrosinistra) delle forze socialiste e cattoliche. Sappiamo bene quanto sia stata pregnante l’azione di governo negli anni sessanta attraverso la riforma della scuola, dell’obbligo sino ai 14 anni e con le 150 ore che i lavoratori potevano utilizzare per istruirsi in una realtà ancora caratterizzata da un forte analfabetismo, della sanità, specie durante la permanenza al ministero di Giacomo Mancini, del lavoro, con lo Statuto dei Lavoratori che porta la firma dei socialisti Brodolini e Giugni, anche se poi attuata – per la prematura scomparsa del primo – dal subentrato ministro democristiano Donat Cattin, leader della corrente di sinistra all’interno del partito.
Riforme che hanno parallelamente accompagnato la crescita del Paese, pur con contraddizioni ed errate gestioni dei sostegni (in primis quelli della Legge 104, tuttora presenti).
Poi l’Italia è cambiata, è rimasta indietro rispetto al welfare tedesco, ad esempio. E la caduta della Prima Repubblica, con Berlusconi al potere, ha dato il via a politiche restrittive spesso finalizzate all’espansione delle attività private (si pensi alle assicurazioni sanitarie, alle pensioni integrative, ecc.).
In un’Italia gradualmente cambiata è andata al potere la destra, prima in maniera subdola (periodo berlusconiano), poi direttamente, tre anni fa.
E una delle prime azioni avviate dal governo Meloni è stata quella di revocare il reddito di cittadinanza, che sarà stato anche gestito in maniera non corretta (al pari della Legge 104), ma che – mutuando il welfare di altri Paesi europei – ha assicurato dignità a molte famiglie realmente indigenti o in precarie condizioni economiche. Reddito di cittadinanza che era stato un cavallo di battaglia del M5S e che, quindi, andava “sostituito” con sostegni più consoni alla politica della destra.
Riguardo al reddito di cittadinanza e ad altri sostegni a favore delle categorie meno abbienti, torna alla mente un celebre processo risalente alla fine del V secolo a.C., celebrato ad Atene, che la letteratura ci propone nel testo “Lisia. Per l’invalido”. Un cittadino viene accusato di percepire indebitamente il sussidio previsto dalla polis per gli invalidi (welfare, quindi, presente anche nell’antica Grecia). L’accusato ha un’evidente menomazione fisica, è claudicante, ed ha un piccolo negozio. Riceve un “obolon” (l’assistenza ai bisognosi, da cui il nostro termine “obolo”), ha avuto il padre bisognoso di cure e la madre era morta da poco e con il sussidio aveva potuto assisterli con un certo decoro. Una condizione non certo invidiabile che, però, lo porta in tribunale per rispondere dell’accusa di truffa ai danni della polis. Davanti ai giudici il presunto truffatore si difende e l’accusatore viene messo alle corde, additato come un essere abietto, mosso dall’invidia. La memoria difensiva dell’imputato era stata scritta da Lisia, ritenuto il miglior avvocato di Atene, perché in Grecia allora non c’era la figura del difensore, come accade oggi e come avveniva nell’antica Roma con il “patronus”, e i cittadini dovevano difendersi da soli, ma non avendo conoscenza delle leggi si rivolgevano ai cosiddetti “logografi”, retori che scrivevano arringhe di difesa per conto degli imputati.
Lisia fa iniziare il discorso al suo assistito partendo proprio dall’invidia: “Tutto potevo aspettarmi nella vita tranne che essere invidiato per la mia infermità. Perché è per questo che voi cittadini mi avete accordato un sussidio, che costui (l’accusatore) vorrebbe togliermi perché invidioso della mia sorte. Vi ha detto che sono in grado di andare a cavallo, dunque non sarei invalido. È vero, vado a cavallo per brevi viaggi, ma monto cavalli di altri perché non ne posseggo. Afferma poi che frequento persone che possono spendere e che nel mio negozio si ferma sempre tanta gente. Dimentica di dire, però, che qui ad Atene tutti frequentano i negozi, per chiacchierare, per apprendere le ultime novità della città, non sempre per acquistare qualcosa. Perché mai solo il mio negozietto dovrebbe essere escluso?” E continua su questo tono e su una linea difensiva che fa appello all’evidenza: l’infermità c’è e basta solo questo per dichiarare falsa l’accusa e falso l’accusatore, addirittura un “sicofante” (delatore), un accusatore senza prove evidenti. Ma l’invalido, che mai chiama per nome il suo avversario, indicandolo con un distaccato e sprezzante “questo qui”, non si dilunga molto nella difesa, per via del tempo concesso dal tribunale. Gli preme solo dire che se aggiungesse altro in cosa differirebbe dal suo accusatore, che usa parole solo per offendere, non tanto lui, ma la verità.
È un’orazione, quella firmata Lisia, dalla quale scaturiscono molte riflessioni. Non basta una decisione del governo per togliere i sussidi, ci vorrebbe un processo, quello che all’epoca si definiva “docimastico”. Non si può non tenere conto che l’abolizione di sussidi e altri diritti dovrebbe comportare l’onere della prova solo per fraudolenti e approfittatori e non essere generalizzata. Se ci fosse lo stesso accanimento nei confronti di grandi (e anche piccoli) evasori fiscali, il nostro PIL ne beneficerebbe, eccome, e il pagamento delle tasse sarebbe finalmente equo. Ma le destre, si sa, espressione del capitalismo e protettrici delle grandi ricchezze generate sulla pelle del popolo, se ne guarderebbero (e se ne guardano, difatti) bene.

