Non è trascorso neppure mezzo secolo dall’emanazione, nel 1978, della risoluzione n. 33/73 dell’ONU, il cui primo articolo recita: “Ogni nazione e ogni essere umano, a prescindere da considerazioni di razza, coscienza, lingua o sesso, ha il diritto intrinseco a vivere in pace”.
Evidentemente, poiché dal 1978 ad oggi di guerre, ora più di quelle che hanno caratterizzato il Novecento legate all’egemonia economica, ne sono avvenute e continuano a essere combattute su tutto il pianeta, il diritto non si è potuto esercitare, risultando palese anche il fatto di vivere all’insegna della finta pace.
Il valore della pace è, in questo periodo, più che mai attuale: è stato il “tormentone” di Papa Bergoglio, figura autorevole spesso osteggiata per la sua insofferenza verso i potentati e le lobby e per la propensione all’inclusione e alla giustizia sociale, forse l’unica voce “socialista” tra gli interpreti presenti sul grande palcoscenico mondiale nell’ultimo decennio. Il pensiero e l’azione di Papa Francesco hanno attinto molto da quel socialismo che da Bernstein in poi ritiene che la pace implichi giustizia sociale e che la pace è imprescindibile dalla giustizia sociale, come pure dalla libertà. E non è stato certo un caso se, appena proclamato, Papa Leone XIV, nel suo messaggio al popolo astante, ha ripetuto per ben dieci volte (non un discorso “a braccio”, ma scritto) la parola “pace”, sottolineando “una pace disarmata e disarmante”.
Ma può essere giusta una guerra? Erasmo da Rotterdam sosteneva mezzo millennio fa che non esistevano guerre giuste. E non lo erano, quindi, neppure le Crociate, combattute nel nome di Dio. Ma quando nello scorso secolo si è combattuto per ridare libertà al popolo oppresso dal nazifascismo o quando vi è stata la lotta di classe, volta al raggiungimento della giustizia sociale, sono state guerre giuste o ingiuste? Certo, sappiamo che il dialogo costruisce sempre, ma si poteva dialogare con chi aveva commesso crimini orrendi e indescrivibili contro il genere umano?
Abbiamo vissuto gli anni di Woodstock, di messaggi di pacifismo con tanto di bandiera e di colomba (in contrapposizione a una guerra, quella nel Vietnam, nella quale l’esercito statunitense si è macchiato di crimini molto simili a quelli della Germania di Hitler), in Italia abbiamo educato i giovani all’ideale della pace, al disdegno della guerra, all’auspicio di un mondo libero e senza conflitti. La nostra Costituzione è chiaramente orientata al ripudio della guerra e al dialogo (art. 11), ma – come la risoluzione dell’ONU – viene disattesa quando si intende perseguire una politica votata alla belligeranza in nome di un’Europa che ha dimenticato com’è nata e da dove è nata, perché è nata soprattutto quale fattore di pace, come ha scritto lo storico Federico Chabod in “Storia dell’idea di Europa”, che era allievo di Gaetano Salvemini e che aveva partecipato assieme a lui alla Resistenza.
Quello della pace è un valore da difendere ogni giorno e le nuove generazioni vanno rieducate in tal senso. Non si possono tollerare ossimori come missioni di pace con le armi in mano, non si possono ricusare principi contenuti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che risale al 1948. L’odio razziale, quello contro i migranti, lasciati morire in mare e ritenuti un fastidio come potevano essere gli ebrei per il Reich, quello contro i diversi di ogni genere e la creazione di nuove povertà, non sono di certo pace, anche se si manifestano in periodo di formale pace.
Se “la pace è la più alta forma di intelligenza”, come affermava Aristotele ben più di duemila anni fa, si dovrebbe sempre riflettere su tale “valore”, e forse riscrivere la storia dedicando meno spazio ai cosiddetti “eroi” che vinsero le guerre e a quelli che oggi intendono farlo, a partire da chi rappresenta un popolo che si voleva sterminare e che oggi adotta modalità mutuate dalla follia del Reich, e concedendo più attenzioni a coloro che senza armi hanno lottato per la pace, da Gandhi a Martin Luther King, Madre Teresa di Calcutta, Nelson Mandela.

