Crisi del gold standard e disoccupazione aprono alla ricerca di nuove soluzioni
Nel periodo tra le due guerre, come già era accaduto circa un secolo prima ai tempi di Ricardo e Malthus, l’Inghilterra tornò ad essere un laboratorio sperimentale per la teoria economica, la quale forse in nessuna epoca e in nessun luogo come questi è cresciuta in così stretta relazione con i problemi economici reali e i dibattiti pubblici sulle scelte di politica economica. I temi principali del dibattito furono due: da una parte quello del ritorno al Gold Standard, dall’altra quello della disoccupazione. Questi erano i fatti da cui la riflessione keynesiana prese le mosse, prima arrivò la valutazione politica e sociale che c’erano enormi problemi economici su cui le ricette ortodosse stavano fallendo, poi di necessità venne elaborata una teoria nuova applicabile ai problemi della propria epoca. Questo processo impose all’attenzione una nuova visione dell’economia: «per molti aspetti la storia del pensiero macroeconomico appare come un pendolo che oscilla fra due visioni dell’economia. Sulla destra vi è la visione classica di un’economia ben funzionanti; sulla sinistra vi è la visione keynesiana di un’economia piena di problemi che nascono dai fallimenti del mercato.»[1]
Keynes individua un primo fallimento nel processo di aggiustamento che il mercato da solo avrebbe garantito in regime di Gold Standard in caso di iniziale squilibrio, che si articolava nei seguenti passaggi: da un iniziale deficit della bilancia dei pagamenti[2] di uno stato con il resto del mondo sarebbe scaturito un deflusso di oro e quindi una riduzione dell’offerta interna di moneta, da cui un calo dei prezzi con conseguente aumento di competitività delle merci nazionali. Da ciò la ripresa con aumento delle esportazioni e diminuzione delle importazioni, fino al punto di eliminazione del deficit commerciale. Questo aggiustamento automatico non doveva essere contrastato ma semmai accelerato attraverso la manovra del tasso d’interesse: se la banca centrale avesse aumentato il tasso d’interesse in seguito alla costatazione del deficit nella bilancia dei pagamenti, avrebbe incoraggiato l’afflusso di capitali esteri e ridotto il deflusso di capitali interni con conseguente riduzione del disavanzo del conto dei movimenti dei capitali ripristinando, più velocemente, l’equilibrio.
Keynes però nota un punto critico nella sequenza,[3] in quanto i prezzi e i salari si mostravano rigidi verso il basso, quindi l’aggiustamento si sarebbe scaricato dalla riduzione dei prezzi a quello delle quantità prodotte e dei fattori produttivi impiegati (riduzione di beni e poi anche del numero di occupati).
Da qui il processo prende un’altra strada: quando l’offerta di moneta interna diminuisce in funzione del deflusso di oro, si riduce anche la quantità di merci domandate, da qui poi la deflazione si abbatterà sull’occupazione e sul monte salari. Così ci sarà una riduzione dei consumi, quindi una riduzione delle importazioni dei beni (di consumo e intermedi) con aggiustamento della bilancia dei pagamenti per via della deflazione. Anche in questo schema l’aumento del tasso d’interesse delle autorità monetarie fungerà da acceleratore del processo, che in questo caso è un processo recessivo: gli investimenti verranno scoraggiati e la recessione aggravata.[4] Dall’osservazione di questo processo, quindi dal fatto che le ricette ortodosse stavano amplificando la recessione e disoccupazione in particolare dopo la crisi del ’29, Keynes si convince ad abbandonare l’assunto neoclassico di “equilibrio di pieno impiego” prodotto dal libero operare delle forze di mercato.
Già negli anni ’20 Keynes aveva iniziato a mettere in discussione tale assunto constatando che nelle moderne economie di produzione la normalità fosse quella di equilibri di sotto-utilizzazione dei fattori produttivi, da cui derivava la presenza di un cospicuo numero di disoccupati involontari. Tutto ciò lo portava a comprendere che in periodi di crisi la recessione doveva essere combattuta cercando di attivare quella parte di potenziale produttivo inespresso.
La ripresa andava stimolata in un modo diametralmente opposto alle ricette ortodosse basate sul rilancio per via deflattiva, che in particolare lasciavano scivolare i livelli salariali verso il basso. Date queste nuove premesse, con Keynes, per la ripresa, occorreva far leva innanzitutto sull’aumento della domanda aggregata e non spingendo in basso prezzi e salari per innescare una migliore allocazione delle risorse in essere.
Tale visione aveva un’altra importante implicazione, quella della possibilità dell’intervento dello stato nell’economia per attivare questo potenziale economico inespresso: mentre dal presupposto liberista di pieno impiego delle risorse produttive discendeva che l’intervento dello stato avrebbe spiazzato (represso) gli investimenti privati, nella visione keynesiana lo stato avrebbe potuto realizzare investimenti che altrimenti non ci sarebbero stati, in particolare agendo in settori i cui rendimenti erano differiti nel tempo e ovviamente nella realizzazione dei beni pubblici: infrastrutture, ricerca, sanità ed educazione su tutti.
In sintesi, «Keynes spostava il centro d’interesse della teoria economica dal problema dell’allocazione delle risorse (lasseir faire) a quello della determinazione della domanda aggregata, obiettivo di piena occupazione e intervento dello Stato. La sua nuova teoria introduceva la possibilità di agire sulle variabili del sistema mediante manovre di politica economica…L’idea che in periodi di crisi un programma di opere pubbliche, scelte più o meno accuratamente, possa portare al raggiungimento della piena occupazione… trovava nel sistema keynesiano una giustificazione razionale. L’analisi di Keynes legittimava l’impiego di uno strumento di politica economica (la manovra fiscale) che assicurava se non l’eliminazione, per lo meno il controllo del ciclo economico».[5]
Tratto dai Quaderni di Risorgimento Socialista
[1] N. Mankiw, The reincarnation of keynesian economics, in European Economic Review, 36, aprile 1992
[2] Il deficit è determinato dal fatto che ci sono più importazioni e acquisto di titoli che esportazioni e vendite di titoli.
[3] Qui sta prendendo forma una soluzione moderna al problema, che a Bretton Woods condivideva anche il capo delegazione americano White: dato un deficit della bilancia dei pagamenti verso il resto del mondo metteva uno Stato di fronte ad una scelta, o ridurre il tasso di cambio o ridurre il livello dei prezzi interni. Da ciò derivava che il mantenimento del gold standard (quale sistema di cambi fissi) avrebbe consentito un riequilibrio solo per via della deflazione.
[4] Si ode riecheggiare recenti moniti come la “distruzione della domanda interna” quale strada per ridurre i deficit della bilancia dei pagamenti per l’Italia.
[5] H. Minsky, Keynes e l’instabilità del capitalismo, Bollati Borlinghieri, Torino 2009, p. 16.

