La democrazia è tale solo se concepita come garanzia della libertà individuale, che ha come condizione necessaria la libertà economica. In estrema sintesi questa è l’ortodossia neoliberista che inizia compiutamente a muovere i passi agli inizi degli anni ’60, un periodo decisamente sfavorevole per chi considerava l’intervento dello stato nell’economia come una empietà tanto economica, perché deviava il corso del libero operare delle forze di mercato, quanto morale perché negava il valore supremo della libertà individuale. Stiamo nel pieno dei Trenta Gloriosi, i trent’anni successivi al dopoguerra in cui in buona parte le democrazie occidentali stavano sperimentando crescenti livelli di benessere generalizzato grazie a ricette economiche di stampo keynesiano, in cui le leve economiche erano almeno in parte guidate dalla mano visibile dello Stato.
Al contrario per i liberisti l’intervento dell’autorità statale è liberticida e il mercato è il luogo delle libertà. Questo è un assioma liberale che va difeso anche nei casi in cui l’intervento statale sia voluto democraticamente e determini livelli di maggior benessere. Infatti secondo Milton Friedman
« Il trionfo del liberalismo benthamiano nella Gran Bretagna del secolo XIX fu seguito da una reazione intesa ad accrescere l’interventismo statale negli affari economici. Questa tendenza al collettivismo risultò notevolmente accelerata, sia in Gran Bretagna che altrove, dalle due guerre mondiali. Il benessere in luogo della libertà cominciò a diventare il tema dominante nei paesi democratici. Riconoscendone l’implicita minaccia per l’individualismo, gli intellettuali eredi dei filosofi radicali – Dicey, Mises, Hayek e Simons, per ricordarne solo alcuni – temettero che un’accentuazione del movimento verso il controllo centralizzato dell’attività economica diventasse La strada verso la servitù…Essi insistettero sulla funzione della libertà economica come mezzo ordinato al fine della libertà politica ».[1]
L’ultimo baluardo di difesa della libertà individuale, che è fine in sé ed è possibile solo a condizione che esista una libertà economica, lo troviamo quindi nella reazione liberista verso i sistemi economici basati su una economia mista emersi in Europa dopo il secondo dopoguerra.
I caratteri generali di questa reazione sono ben espressi da Milton Friedman nel primo capitolo di Capitalismo e libertà, intitolato “Il rapporto tra libertà economica e libertà politica”, che apre nel seguente modo: « É credenza diffusa che la politica e l’economia siano due campi distinti e, in larga misura, non correlati tra loro; che la libertà individuale sia un problema politico e il benessere materiale un problema economico; e che qualunque genere di assetto politico possa andare d’accordo con qualsivoglia genere di assetto economico… [Ma] sussiste un intimo nesso tra economia e politica, che solo determinate combinazioni di assetti politici e assetti economici sono possibili e, in particolare, che una società che sia socialista non può essere anche democratica, cioè atta a garantire la libertà individuale. L’assetto economico svolge un duplice ruolo nel promuovere una società libera. In primo luogo, la libertà nell’assetto economico è, di per sé, parte integrante della libertà… e quindi la libertà economica è un fine in sé. In secondo luogo la libertà economica è un indispensabile mezzo per la realizzazione della libertà politica.»[2]
Da questa prospettiva il liberale è liberista senza riserva alcuna; possiamo quindi usarli da ora come sinonimi. Questo perché la libertà economica degli individui assurge a valore assoluto, è un fine in sé e luogo della democrazia qui definito come sistema atto a garantire le libertà individuali: infatti la libertà economica è anche condizione necessaria per la libertà politica, in questi termini il passo per considerare la libertà economica come valore portante delle democrazie occidentali è decisamente breve.
Secondo lo statunitense Friedman questa tesi è rafforzata dal fatto che per i «cittadini del paese… l’importanza diretta della libertà economica ha un significato almeno paragonabile all’importanza indiretta della libertà economica come mezzo per la libertà politica.
Il cittadino britannico che, dopo la seconda guerra mondiale, non poteva trascorrere le sue vacanze negli Stati Uniti a causa dei controlli sui cambi, era privato di una libertà essenziale non meno del cittadino degli Stati Uniti al quale era vietato di trascorrere le sue vacanze in Russia a causa del suo credo politico. La prima era evidentemente una limitazione economica della libertà, la seconda una limitazione politica, ma tra le due non c’è alcuna differenza sostanziale.»[3]
Per comprendere la radicalità di queste affermazioni basti pensare che nello stesso anno di pubblicazione del libro, il 1962, in Italia veniva nazionalizzata l’industria elettrica attraverso la costituzione ex novo di un ente pubblico che riceveva i conferimenti delle imprese private, con relativo indennizzo, ai sensi dell’art. 43 della Costituzione. Pensiamo che Friedman per molto molto meno invoca la lesione delle libertà individuali. Si legge infatti che «il cittadino statunitense che è costretto per legge a versare circa il 10 per cento del proprio reddito al fondo pensioni gestito dallo stato, viene privato di una corrispondente parte della sua libertà personale… Un cittadino statunitense che non è libero di dedicarsi a una occupazione di propria scelta se non ottiene la relativa licenza è parimenti privato di una parte essenziale della sua libertà. Analoga considerazione vale per un cittadino che vorrebbe scambiare alcuni dei propri beni, per esempio, con uno svizzero per averne in cambio un orologio, ma che si trova nell’impossibilità di farlo a causa del vigente contingentamento.»[4]
La tesi chiara qui è che la democrazia moderna si dà solo in regime di liberismo. Nella difesa più strenua del liberista anche un sistema di democrazia rappresentativa, che segua correttamente il processo elettivo, non può definirsi democratico se il sistema economico prevede un intervento dello stato che, perseguendo il bene pubblico, limiti in qualche misura le scelte economiche degli individui: anche se fosse un solo individuo che volesse l’orologio svizzero ad un prezzo di libero mercato e tutto il resto della popolazione traesse beneficio dal contingentamento e quindi lo desiderasse, ci troveremmo comunque di fronte a una violazione del principio di libertà individuale e fuori dal perimetro della democrazia, visto che il principale compito della stessa è quello di essere garante delle libertà individuali.
Questo è il piatto servito dal liberismo a chi paventi un compromesso tra libertà e democrazia. Questa è la tesi più estrema a cui il liberale può attingere qualora la democrazia non possa essere sufficientemente orientata in senso liberista.
Proiettandoci ai giorni nostri il quesito su quale sia il modo migliore per rendere la democrazia funzionale alla libertà di mercato e quindi alle libertà individuali trova una risposta lampante: i governi tecnici (liberisti), nella forma o nei fatti, sono la migliore garanzia di conformità della legge al mercato e quindi di salvaguardia delle libertà individuali, perché per dirla con le parole di Milton Friedman in Capitalismo e libertà «evidentemente, la libertà economica in sé e per sé è una parte estremamente importante della libertà totale… L’esperienza storica ci dimostra, in maniera inequivocabile, che sussiste una stretta relazione tra libertà politica e libero mercato».
Un qualsiasi intervento dello stato democraticamente legittimato e tendente a guidare l’economia nella direzione del bene pubblico è qui concettualizzato come una lesione delle libertà individuali, come un passo verso la via della schiavitù.
Tratto dai Quaderni di Risorgimento Socialista
[1] M. Friedman, Capitalismo e libertà, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1987, p. 23.
[2] Ivi, p. 19
[3] Ivi, pp. 20-21
[4] Ibidem

