Il Risorgimento italiano ha promosso l’unificazione del Paese conferendogli un’identità politica unitaria. È stato un movimento non solo politico e sociale, ma anche culturale. Un percorso sofferto, partito dai moti carbonari e passato per le rivolte mazziniane, i moti di Napoli, le cinque giornate di Milano, le guerre di indipendenza, la spedizione di Garibaldi, con gli aspetti collaterali riferiti al brigantaggio, e a problematiche in parte tuttora esistenti come il divario tra nord e sud, l’accentramento e il decentramento, le relazioni con la Chiesa cattolica già Stato Pontificio. Un moto nazional-popolare di significativa valenza storica.
Da qualche anno, però, sull’onda di un revisionismo poggiato essenzialmente su basi mediatiche, la “riscrittura della storia” fa presa su un “popolicchio” divenuto “filodestroide” e ignaro del cavalcare remake di film già visti, classificabili tra quelli horror, andati in scena esattamente un secolo fa, e si legge frequentemente di “antirisorgimento” e di “terronismo”. Oltre ai testi “coinvolgenti” sull’argomento, da poco anche una rete televisiva (non di Stato, a dire il vero, ma quelle di Stato fanno la loro parte attraverso altri programmi) propone una grossolana banalizzazione della storia, facendo leva sulla “nostalgia” per i Borbone, attraverso una fiction sul brigantaggio ed esaltando, di rimando, una monarchia dispotica e per nulla votata a far progredire i propri sudditi. Nel Sud c’è ancora chi è convinto che l’Unità d’Italia sia stata deleteria, anche se all’epoca la gente viveva (e moriva) in miseria.
Tuttavia, il Risorgimento appare una sorta di rivoluzione “incompiuta” o parzialmente riuscita. Le masse contadine e in generale popolari sono rimaste “a latere”, come evidenziato dalla storiografia che si richiama alle ricerche, analisi e considerazioni di Salvemini e Gramsci, e la spedizione di Garibaldi comprendeva – peraltro – pochi volontari sudditi del Regno delle Due Sicilie. Piuttosto, la classe contadina era insorta ad Unità intervenuta, attraverso il brigantaggio postunitario.
Agli studi di riconosciuta serietà storiografica, però, non si può contrapporre una pseudo-storiografia “da fumetto” che, tra le righe, assume – al di là di tornaconti dei diritti d’autore per chi la scrive – una valenza fuorviante nell’inculcare falsi storici privi di idonea documentazione. Lo storico Paolo Palma, in un articolo pubblicato su “Il Quotidiano del Sud” il 22 luglio del 2021 dal titolo “Come ti smonto le frottole dei neoborbonici”, definisce questa cosiddetta scuola di pensiero “la faccia sudista del leghismo nordista”, avendo in parallelo l’obiettivo di colpire l’identità nazionale perché “l’obiettivo comune, sostenendosi leghisti e neoborbonici a vicenda, è quello di trasmettere lo stesso desiderio di separazione”. Palma, che è anche l’attuale presidente dell’ICSAIC (Istituto Calabrese per la Storia dell’Antifascismo e dell’Italia Contemporanea), cita grossolani svarioni tra gli scritti neoborbonici che circolano in libreria e tra le affermazioni nei vari talk show televisivi, soffermandosi sulla “irresponsabile” e “manipolata” propaganda riferita al “genocidio meridionale”, nonché sulla spedizione dei Mille, che i neoborbonici asseriscono essere stato un complotto inglese con la complicità del Regno di Sardegna, della massoneria e della mafia, dimenticando che proprio Cavour cercò – invano – di contrastare l’iniziativa di Garibaldi, oggetto – quest’ultimo – di accuse infamanti, schiavismo compreso, quando proprio lui aveva posto il problema della schiavitù a Lincoln, che lo aveva designato per il comando dell’esercito nordista americano.
Pino Ippolito Armino, saggista, autore di numerosi testi storici tra i quali “Il «fantastico» regno delle Due Sicilie. Breve catalogo delle imposture neoborboniche” (edito da Laterza), sottolinea in questo suo lavoro quanto sia privo di valenza documentale ciò che viene propinato dal neoborbonismo anche sotto il profilo economico: il saccheggio del Mezzogiorno da parte dei piemontesi, il tesoro del Banco delle Due Sicilie, il “bilancio consolidato” del nuovo Regno d’Italia che sarebbe stato salvato grazie alle risorse dei Borbone, il Sud prosperoso ai tempi del re, costituiscono argomenti convincenti solo per coloro ai quali non risulta familiare un’analisi storica compiuta e supportata scientificamente. Armino dimostra la falsità dei presunti primati europei del Regno delle Due Sicilie, anche perché alla base del ritardo del Sud borbonico vi era un grave deficit infrastrutturale che non permetteva affatto attività di sviluppo, né vale il “fiore all’occhiello” della ferrovia Napoli-Portici, invero la prima in Italia, inaugurata da re Ferdinando nel 1839, a dare lustro ad un regno che di sole aveva solo molte più giornate rispetto al Nord.
Un regno, quindi, tutt’altro che “fantastico”, anche se dopo l’unificazione del Paese i problemi continuarono a esserci e il divario tra Nord e Sud si manifestò presto in maniera marcata, con notevoli contraccolpi sull’economia e sulla società del meridione d’Italia. L’intero XX secolo è stato caratterizzato dalla questione meridionale (che ha visto affrontare il problema da Nitti, Fortunato, Dorso, i già citati Salvemini e Gramsci, Galasso, Villari, Cafagna e molti altri), affrontata sia dai movimenti socialisti e operai che da quelli cattolici. Il Sud è stato anche al centro di attenzioni dei governi con l’umiliante – per molti versi – istituzione della Cassa per il Mezzogiorno e per le disparità sociali emergenti e rese oggi ancora più crude dai provvedimenti sulle autonomie regionali differenziate.
Su questo ultimo aspetto i neoborbonici glissano, di qui la conferma implicita dell’affermazione di Palma sull’oggettivo parallelismo con il leghismo nordista.
Il rigore scientifico della ricerca e dell’analisi dei fatti della storia evidenzia ancora oggi come la questione meridionale sia tuttora presente, ma non può tollerare mistificazioni e realtà romanzesche. Il revisionismo è anticamera di rovescismo e negazionismo e oggi che si ripresentano nel panorama politico, non solo italiano, altri “ismi” dai quali rifuggire, assume pericolosità non trascurabile, anche perché – rispetto al passato – è favorito dai media. Così come non si può tollerare – afferma Palma – che “questi pseudostorici paragonano Cavour a Hitler”.

