Supponiamo che l’Italia, nella sua dimensione politica, sia un treno. I cui passeggeri siano in grado – in maggiore o minor misura e all’interno di certi vincoli – di determinarne la direzione e la velocità. E che tra questi passeggeri ci sia anche la sinistra radicale, leggi variamente antagonista rispetto all’ordine e al sistema di potere esistente. E, su questa base, proviamo a paragonare la situazione di questo treno negli anni settanta e oggi.
Allora il treno continuava a correre verso il sole dell’avvenire e la sinistra radicale era vicina ai suoi macchinisti. Anche per aver contribuito non poco a farlo partire. E i suoi consigli erano, comunque, oggetto di dibattito e di attenzione. A prescindere dal fatto che fossero giusti oppure no.
Nell’ultimo vagone del treno, ermeticamente separato dagli altri, la destra; a trascorrere la sua esistenza in attesa di tempi migliori; o, all’occorrenza, intenta a creare incidenti tali da seminare disordine e panico tra i passeggeri.
A cinquant’anni da allora il quadro d’insieme si è radicalmente rovesciato. Con il treno che corre nella direzione opposta. Alimentato da vincoli e pressioni esterne, insieme atlantiche ed europee (leggi: Nato e Unione europea), questa volta molto più vincolanti e che, se incontrollate, lo porterebbero dritto dritto verso l’abisso.
Al suo interno, i passeggeri parlano d’altro, quasi fossero inconsapevoli del pericolo. E, in qualche modo, con ruoli diversi rispetto al passato. Perché a voler frenare, almeno sulle questioni internazionali, sono i nostri macchinisti e passeggeri di destra: mentre a spingere per continuare la corsa è gran parte della sinistra di cinquant’anni fa. Convertita all’atlantismo e all’europeismo senza se e senza ma; e, insieme, tornata alle antiche pulsioni dell’interventismo democratico.
In quanto alla sinistra radicale, questa sta adesso nei vagoni di coda. Ma, a differenza della destra di cinquant’anni fa, con libero accesso al resto del treno.
A bloccare i suoi movimenti sono sostanzialmente tre fattori. Il primo, anche se sottaciuto per carità di patria (o, nel nostro quadro di riferimento, di classe), è una sensazione diffusa di impotenza di fronte ai processi in atto. Il secondo è l’impossibilità di collaborare con una sinistra di governo complice attiva dei disastri passati e presenti. Il terzo parte dalla convinzione che gli oppositori al neoegemonismo occidentale sono, comunque, destinati a prevalere: che si tratti della Russia, dei Brics, della resistenza palestinese o del modello multipolare incarnato dalla Cina.
In questo quadro, la cosa più importante è l’aver chiaro chi sono i buoni e chi i cattivi e, insieme, l’accrescimento delle proprie forze. Il resto verrà da sé.
Nel contempo, però, il treno sta continua a correre verso l’abisso. E, sia come sia, al suo interno la partita è truccata, nel senso di negare ai passeggeri, in linea di principio e di fatto, il diritto non solo di decidere ma anche di influire sul suo percorso e sulla sua destinazione.
E, allora, in questa situazione l’urgenza del pericolo deve prevalere sulla cultura dell’attesa. E spingerci a uscire, a parlare con tutti, a costruire nuove alleanze, in nome dell’inscindibile nesso tra difesa della pace e della cultura della pace e difesa della democrazia.
Qui e ora.
Alberto Benzoni
Presidente di Risorgimento socialista

