Associazioni di diverse estrazioni, laiche e cattoliche, sono scese in piazza il 17 novembre per reclamare contro una manovra finanziaria che tra le pieghe nasconde serissime insidie per la tutela della popolazione, difendendo il diritto a scioperare, sancito dall’art. 40 di quella Costituzione che la destra oggi vorrebbe stuprare, e reiterando la ferma volontà di voler e dover difendere il diritto alla salute, all’istruzione, alla giustizia sociale. Una destra che si maschera dietro un populismo di bassa “lega” facendo credere di essere consapevole della drammatica situazione di tanti italiani senza lavoro o precari e di venire loro incontro con provvedimenti-tampone limitati al periodo della campagna elettorale per le europee, divulgando statistiche e notizie autocelebrative puntualmente smentite finanche da organi della Confindustria (“Il Sole-24 ore” scrive in termini positivi dei ritorni del “bonus 110” criminalizzato da Meloni & C., tanto per fare un esempio) e che ignora la realtà, pronta a tuffarsi sui fondi del PNRR senza curarsi della valenza sociale degli investimenti. Una destra che vive sulla propaganda, continuando ancora ad avere consensi (ma le fonti sono attendibili?) dal popolo allocco.
Come si temeva, il voler fortemente stravolgere la Costituzione puntando su “un uomo solo al comando” eletto dal popolo, è falsa democrazia e diviene fattore di elevatissima pericolosità per i cascami di quella esistente, già violentata da Renzi.
Però abbiamo visto in piazza giovani e meno giovani, lavoratori, studenti e pensionati, come si faceva una volta, quando si faceva “sul serio”, quando l’epilogo di molte manifestazioni è stato il raggiungimento di un peso specifico adeguato per contribuire ad avviare e poi attuare riforme o comunque assumere decisioni da parte del governo (in primis lo Statuto dei Lavoratori, che porta un’autorevole firma socialista, quella di Brodolini). In barba alle minacce di precetto che non possono non richiamare le leggi fasciste del ’26, perché anche lo sciopero ha una storia, iniziata addirittura nel XII secolo in Egitto durante il regno di Ramses III°. Non bisogna cedere, anche se oggi le sole manifestazioni non bastano se il giorno dopo si inizia a mollare e fare implicitamente il gioco della destra imperante che con una maggioranza para-bulgara stravolge anche i criteri fondamentali della giustizia e dell’ordine sociale attraverso sistemi deprecabili e disumani. Dicono di voler sanare l’Italia, come era intenzione del fascismo nel secolo scorso!
Ma il 17 novembre c’è stata ancora tanta gente (per la stampa di regime, ovviamente, quattro gatti) che ha tirato fuori la propria passione e la propria indignazione, ha tirato fuori la propria voce, ha urlato. Troppi tagli alla Sanità e alla Scuola, e dare la colpa a chi l’ha gestita prima è molto facile, avviene così automaticamente che lo fanno anche i presidenti delle regioni e i sindaci. Ci sono 4 milioni di persone che non si curano più perché non hanno soldi, ci sono liste d’attesa infinite, ci sono servizi che non vengono più garantiti, e anche preoccupazioni per ulteriori future manovre e iniziative che rappresenterebbero gravi elementi di discriminazione.
La passione, ecco ciò che di solito manca tutti i giorni, sopraffatta spesso da indifferenza e qualunquismo, forse da paura, quella passione che sembra solo un flebile ricordo del passato, delle lotte operaie e studentesche degli anni settanta-ottanta, quella che veniva mutuata da esponenti del mondo politico e sindacale, a livello nazionale e in tutte le aree di ogni regione, ognuna con le sue problematiche, sia che fossero legate alle fabbriche che all’agricoltura. Quella passione che ha generato momenti epici ed esaltanti, ma anche successi e insuccessi, nell’interesse della collettività, cementati dal valore della solidarietà.
La sinistra è sempre stata simbolo di rinnovamento, di equità, di garantismo (che la destra oggi imperante fa proprio con ben diversa interpretazione e, addirittura, facendo passare la sinistra per “giustizialista”), di passione e di attenzione alla cultura e alla giustizia sociale, non deve essere un lontano ricordo, essendo stata protagonista attiva e propositiva nei precedenti decenni per contribuire a introdurre garanzie per la sanità, per l’istruzione, per i diritti civili, per il lavoro.
Gradualmente, dopo le inchieste del ’92 pilotate dall’esterno tese a sovvertire la Prima Repubblica e a favorire l’ascesa di uno pseudo-liberismo che è sempre stato più vicino al libertinaggio per personaggi ora in via di beatificazione e suoi accoliti, la destra ha preso piede, in forma più subdola e “convincente” rispetto all’avvento del fascismo, un secolo fa, grazie al potere mediatico e a personaggi molto discussi che però vengono idolatrati dagli elettori di parte e in qualche caso anche giustificati per fatti molto gravi da quelli avversi.
E lo ha fatto con freddo e spietato calcolo, ingigantendo errori di chi ha governato prima e sfruttando, anzi, alimentando e pilotando, le diatribe e le diaspore nell’area del centrosinistra e della sinistra (che sono realtà politiche ben distinte, non dimentichiamolo). La passione oggi non basta e non premia, ma non per questo bisogna fare passi indietro e contribuire allo srotolamento di sempre più lunghi tappeti rossi alla destra neofascista.
La passione deve essere tradotta in capacità di proporre concrete alternative, oggi e nelle campagne elettorali, così come le organizzazioni sindacali devono ribellarsi energicamente per evitare la loro delegittimazione, tornando a recitare un ruolo centrale nella vita politica e sociale del Paese. Anche il mondo cattolico non deve accontentarsi della Passione del Cristo e deve reagire e combattere contro un regime che, se non altro, nell’immediato, deve trovare ferma “opposizione”. Bisogna dare vita a un nuovo fronte di liberazione.
Letterio Licordari

