Il capitalismo digitale costituisce l’ossatura economica della società globalizzata nella fase attuale e ha una grande capacità di modificare comportamenti e condizionare il pensiero, essendo stata profondamente interiorizzata dai subalterni. Il capitalismo digitale oggi egemone è globalista, progressista, filantropico, cosmopolita, liberale e liberista, mercatista, femminista. A partire da questa composizione ideologica, le èlite sono in grado di sostenere e sponsorizzare con grande efficacia battaglie apparentemente giuste e condivisibili proprio mentre incrementano squilibri, sperequazioni, nuove povertà, crescente precarizzazione e sfruttamento giusti[1]ficati dall’ethos protestante anglo-americano del merito, dell’individualismo competitivo, del sacrificio di sé in vista del sacro valore del successo personale. Proprio nell’epoca che vede un crescente allargamento dei divari e concentrazioni di ricchezza inedite nella Storia, le istanze di uguaglianza sono state efficacemente proiettate sui diritti individuali neoliberali. Non soltanto i diritti civili sono oggi sbandierati per meglio conculcare quelli sociali, come spesso evidenziamo, ma sono stati ridotti a una grande parata permanente che va in scena nel teatro mediatico dell’ideologia mercantile e la legittima nel suo culto individualistico. In altre parole, gli odierni diritti individuali neoliberali sono molto meno degli stessi diritti civili seriamente intesi (cioè senza contorsionismi e Costituzione alla mano). La “libertà” con la quale si rimane è in fondo una libertà del tutto esteriore, di costume (che io di certo non contesto), non una vera libertà di essere, perché è deprivata dell’essere sociale, la cui questione si mira a rendere persino impossibile porre e pensare.
Questa capacità persuasiva è parte essenziale del successo del modello culturale dominante, perché sono gli stessi subalterni a difendere quei “valori” e quelle “battaglie” nello stesso momento in cui viene loro tolto sempre di più sia in termini di partecipa[1]zione politica reale che sul piano dei diritti del lavoro. Quando si addormenta il conflitto appaiono le “campagne di sensibilizzazione”, surrogato oppiaceo della lotta, puntualmente sponsorizzate dalle stesse multinazionali digitali al cuore del sistema economico e di potere, sempre pronte a tingersi di arcobaleno proprio men[1]tre calpestano i diritti del lavoro di tutti indistintamente: bianchi o neri, donne o uomini, etero o omosessuali, binari o non binari che siano. Questo corredo discorsivo – sostanzialmente pseudo-egualitario perché predica pluralismo e uguaglianza ma mira alla liquidazione della questione sociale – si accompagna a una concentrazione di ricchezza e a forme di alienazione globale che non hanno precedenti nella storia.
Il politicamente corretto con tutto quanto il suo armamentario (femminismo neoliberale, lotta per le pari opportunità ecc.) costituisce una narrazione edificante e ha dunque lo scopo di ammansire. Anche in questo caso, non siamo in presenza di una novità assoluta, tuttavia è significativo che produrre narrazioni edificanti per controllare le masse sia sempre stata una necessità storica propria dei regimi paternalistici. Proprio come in passato, queste dottrine sono credute vere per definizione, senza alcuna analisi critica, nonostante la loro notevole fragilità che si rivela immediatamente a chi osi semplicemente addentrarsi in sfere discorsive presidiate dal senso comune “progressista” e che si pretendono impenetrabili. Un fiume di retorica le alimenta e sono disponibili in abbondanza comodi stilemi discorsivi che costituiscono altrettanti contrassegni del politicamente corretto: “si sono fatti grandi passi avanti” e tuttavia “c’è ancora molta strada da fare”, “il problema è culturale” (solo marginalmente economico e mai di classe…) ecc. ecc. Così le parole d’ordine funzionali al potere vengono rilanciate dagli stessi subalterni in un oceano straripante di pensierini conformi, mentre i diritti individuali neoliberali, comportamentali ed esteriorizzati, sanremesi e telegenici, vengono presentati come la linea del fronte della presunta battaglia di civiltà in corso. continua…

