Sino al 1989 l’Italia repubblicana ha continuato a utilizzare nelle fasi istruttorie e processuali i dettami del codice penale e di procedura penale emanati durante il fascismo e più noti come “Codice Rocco”, dal nome dei fratelli Arturo e Alfredo Rocco, autori della stesura del testo, quest’ultimo Ministro della Giustizia. Fu proprio uno dei due autori del codice fascista, Arturo, il relatore della tesi di laurea di un giovane e brillante studente di Giurisprudenza a Roma, che aveva commesso – come tanti – il peccato di gioventù di essere iscritto ai GUF (Gruppi Universitari Fascisti), Giuliano Vassalli.
Nel 1989 entrarono in vigore, a distanza di quasi sessanta anni dall’applicazione del “Codice Rocco” e a 44 anni dalla fine del fascismo, i nuovi codici, ora denominati per brevità “Codice Vassalli”.
Per entrare nel merito dello spirito garantista che caratterizza, rispetto alla normativa precedente, la riforma attuata da Vassalli, non si può non valutare la storia politica e professionale dell’autore, che ricusò convintamente il fascismo e divenne partigiano, come si preciserà di seguito. Il “Codice” è frutto delle sue esperienze di prigionia politica, di lotta per la libertà, di rispetto per gli esseri umani, di adesione ai principi della Costituzione dell’Italia repubblicana.
Vassalli apparteneva a famiglia borghese perugina (il padre, Filippo, era un avvocato civilista), ma dopo l’innamoramento “forzato” verso il fascismo, aveva preso la decisione di essere tra gli attori della lotta a quel regime che aveva portato l’Italia a combattere una guerra folle e scellerata con esito scontato, soprattutto a causa del partenariato con Hitler. Nelle settimane che precedettero l’armistizio del ’43 partecipò ad alcune riunioni in casa di Oreste Lizzadri, capostazione e sindacalista spesso dimenticato dalla storia socialista, alle quali erano presenti Pietro Nenni, Sandro Pertini, Giuseppe Saragat, Olindo Vernocchi, Giuseppe Romita, Lelio Basso e Carlo Andreoni, esponenti di movimenti socialisti frammentati e clandestini. Al termine di quelle riunioni, il 25 agosto del ’43, venne costituito in clandestinità il Psiup, Partito Socialista di Unità Proletaria, partito al quale si aggregarono anche lo scrittore Ignazio Silone e il medico Alfredo Monaco.
Dopo l’8 settembre entrò nella resistenza romana e in seguito fece parte della giunta militare del CLN per il centro Italia, sino a gennaio del ’44, quando fu lui a coordinare la fuga di Pertini, Saragat e altri partigiani dal carcere di Regina Coeli, coadiuvato da Massimo Severo Giannini, Giuseppe Gracceva e altri compagni appartenenti alle Brigate Matteotti, tra i quali il citato medico Alfredo Monaco, che prestava servizio nel carcere, e sua moglie Marcella Fico. Qualche mese dopo, ad aprile, fu lui a essere fatto prigioniero e torturato nelle tremende celle di Via Tasso da parte delle S.S. Si salvò, assieme ad altri reclusi, per intercessione di Pio XII, il 4 giugno, quando stavano per arrivare a Roma le truppe americane del generale Clark e il feldmaresciallo nazista Kesselring abbandonò la città. E dopo la Liberazione, proprio assieme a Giannini, al quale lo legavano esperienze comuni, compreso il blitz a Regina Coeli, divenne strettissimo e fidato collaboratore di Pietro Nenni.
La sua carriera di avvocato penalista e le cattedre universitarie di diritto e procedura penale in più atenei del Paese, compresi quelli prestigiosi di Napoli, Padova e Roma, gli permisero comunque di non trascurare la politica e la divulgazione dei principi e dei valori socialisti che deteneva. Deputato e poi Senatore, per più legislature, da presidente della Commissione Giustizia di Palazzo Madama, fu lui a introdurre i limiti massimi di custodia cautelare per i detenuti in attesa di giudizio. Vassalli è stato anche Ministro della Giustizia e Presidente della Corte Costituzionale, sia pur per un breve periodo (novembre 1999-febbraio 2000). Difficile inventariare, per l’entità, le numerosissime pubblicazioni, alcune adottate dalle Università, in materia di diritto, criminologia, procedimenti processuali.
La riforma del codice penale che porta la sua firma sostituisce l’impianto inquisitorio del testo dei Rocco con quello accusatorio e, tra le tante modifiche (compresa quella riguardante il ruolo del Pubblico Ministero), si fonda sulla presunzione di non colpevolezza – richiamata dalla Costituzione – e sul ricorso alla custodia cautelare dell’imputato solo in alcuni casi, prevalentemente per la necessità di evitare inquinamento di prove. Inevitabili, sin dalla fase di predisposizione del disegno di legge-delega, le valutazioni pro e contro da parte di giuristi e politici, mentre gli interventi “di ritocco” in questi quasi 35 anni sono stati essenzialmente legati all’adeguamento ai tempi, considerando lo sviluppo di tecnologie avanzate, e all’armonizzazione di dettami europei. L’attuale governo di destra ha nella riforma del processo penale uno dei suoi punti cardine, ma sopra le mentite spoglie di un efficientamento qualitativo non possono non emergere disegni volti a stravolgere sia il codice in essere sia il buonsenso, con discutibilissime indicazioni (come, ad esempio, l’uso ridotto delle intercettazioni, ufficialmente per via dei costi), comprendendo un abbattimento delle prescrizioni che, di sicuro, mal si concilia con lo sbandierato “efficientamento qualitativo”, poiché i lunghi processi che si intenderebbero evitare diventerebbero in buona parte lunghissimi e sempre più numerosi, ingolfando ulteriormente la macchina della giustizia.
Il “Codice Rocco” aveva soppiantato quello di Zanardelli (1890), che affermava principi di garanzia di stampo illuminista e aveva abolito pena di morte e lavori forzati. Mettere mano al “Codice Vassalli” solo per affermare il peso specifico di un (ritenuto, anche se formalmente democratico) nuovo regime nel Paese potrebbe avere la stessa valenza della sostituzione dello “Zanardelli” con quello fascista. Bisogna stare attenti.
Letterio Licordari

