Infaticabile coordinatore del comitato per la pace di Bari, con un passato in Democrazia proletaria e nella diocesi di Bari, Forza Lavoro incontrava Vito Micunco mentre la guerra in Ucraina superava il suo primo mese di morte [l’intervista è stata chiusa il 16 aprile del 2022: è qui pubblicata come documento lungimirante del movimento per la pace]. Il Comitato – basato su una rete preesistente di associazioni e aderenti di area prevalentemente cattolica e della residua sinistra locale – si è distinto per una serie di iniziative pubbliche e di prese di posizioni distanti dalla polarizzazione imposta dalla narrazione predominante nei media ufficiali, per cui la condanna della guerra equivarrebbe a parteggiare con la classe dirigente ucraina, al riarmo europeo (in primis, tedesco) e all’invio di armi alle truppe ucraine.
Come potremmo sintetizzare la serie di posizioni assunte dal Comitato sulla guerra russo-ucraina in atto?
A livello nazionale, già a partire dai primi giorni di marzo del 2022 il movimento per la pace si è inopinatamente diviso, con reciproca delegittimazione da entrambe le parti in causa, sulla decisione del governo Draghi, poi votata a stragrande maggioranza dal Parlamento, di inviare aiuti militari a Kiev: da un lato, c’è chi ha giudicato questa decisione come doverosa e necessaria per sostenere la resistenza del popolo ucraino contro l’aggressione della Russia; dall’altro lato, c’è chi ha giudicato la medesima decisione come illegale poiché contraria alla legge 185/90, che vieta la fornitura di armamenti militari ai paesi coinvolti in un conflitto bellico, e, ancor di più, come contraria alla Costituzione. Per fortuna qui a Bari non c’è stata questa spaccatura: il comitato per la pace è riuscito a prendere una posizione unanimemente condivisa da tutte le sue componenti, una posizione favorevole all’applicazione delle sanzioni economiche, anche a costo di andare contro gli immediati interessi del paese, e contraria alla decisione dell’invio delle armi, non per ragioni di illegittimità, che evidentemente non sussistono, ma per ragioni esclusivamente politiche: l’invio di armi, come è infatti accaduto, trasformando l’Italia in un paese cobelligerante, ne avrebbe irrimediabilmente compromesso un possibile ruolo di mediazione per la ricerca di una soluzione negoziale alla controversia che è alla base del conflitto, a nostro avviso l’unica strada possibile. Certamente si tratta di una posizione che è frutto di una mediazione. Ma, direi, di una mediazione di livello alto, che ha valorizzato i punti di vista delle diverse componenti presenti nel comitato e li ha integrati in una visione più completa e coerente perché ha saputo superare i limiti contenuti nelle due posizioni alternative su cui si è polarizzato il dibattito a livello nazionale.
Perché il comitato barese, così come molti altri comitati locali e l’Anpi nazionale, esprime un rifiuto nelle politiche italiane di concedere armi e strumenti di offesa alle truppe ucraine, mentre gran parte del Parlamento e quasi tutti i media sono favorevoli?
Stai facendo riferimento proprio al limite presente in una delle due posizioni contrapposte: è illusorio pensare che si possa sconfiggere una guerra con una guerra più grande, soprattutto davanti al rischio concreto che la stessa si trasformi in un conflitto nucleare su scala globale, mettendo così a repentaglio non la vita di alcuni ma la vita di tutti.
Pensi che l’inasprimento delle sanzioni verso uno stato come la Federazione Russa possa essere un mezzo utile per bloccare l’escalation militare del paese aggressore oppure produrrà effetti diversi, come la diversificazione degli scambi economici e finanziari della stessa Russa?
Qui, secondo il comitato, si scorge il limite dell’altra posizione in campo: non è credibile chiedere un’iniziativa diplomatica ad oltranza – come il movimento per la pace è tenuto a fare – senza prevedere anche la possibilità che la stessa venga accompagnata – davanti a una guerra di aggressione in corso – dall’esercizio di una qualche forma di pressione, attraverso gli strumenti mette a disposizione il diritto internazionale, nei confronti di chi ha violato la legge.
Quali ricadute della guerra e delle sanzioni su una regione come la Puglia che si protende a Oriente?
Non c’è dubbio che le sanzioni avranno ricadute molto pesanti a livello regionale come a livello nazionale in termini di aumento del costo della vita e di distruzione di posti di lavoro, specialmente per quei settori maggiormente esposti alla crisi energetica. Ma, purtroppo, le subiranno anche molti paesi extra-europei, che presto si troveranno a dover fare i conti con problemi di proporzioni drammatiche come la carestia alimentare, che sarà causa di nuovi flussi migratori. Sarà compito delle forze della sinistra e del movimento internazionale dei lavoratori fare in modo che questi sacrifici siano equamente divisi tra le componenti della società e tra i diversi popoli. Questa esigenza, almeno qui in Italia, si scontra con il fatto che abbiamo un Parlamento per niente rappresentativo. Anche per questa ragione sarà indispensabile che il sindacato si faccia carico di un ruolo sempre più politico, che la sinistra torni a radicarsi e rappresentare il mondo del lavoro e, soprattutto, che venga ripristinata una legge elettorale di tipo proporzionale in grado di garantire la redistribuzione della ricchezza socialmente prodotta in maniera equa.
C’è chi parlava profeticamente di Puglia “arca di pace, non arco di guerra”. Che ne è allora di quella utopia? Va considerata solo una pia illusione smentita dalla Realpolitik?
Non è un caso che come movimento barese siamo riusciti ad arrivare a una posizione unitaria. A differenza del livello nazionale, dove il movimento per la pace è poco più di un cartello di sigle, qui a Bari il comitato non si è costituito per l’occasione ma era già attivo (è stato rifondato circa cinque anni fa raccogliendo una antica tradizione che affonda le sue radici nella prima metà degli anni ‘80) e, pertanto, col tempo è divenuto punto di riferimento per i soggetti che lo compongono come per l’intero territorio. È stato dunque naturale per tutte le anime presenti nel comitato cercare una posizione convergente. Il confronto, infatti, ha potuto svolgersi su un tessuto di valori comuni e a partire dall’adozione di un metodo condiviso: fermare la guerra, fissando lo sguardo innanzitutto sulla popolazione inerme, l’unica vittima certa di ogni guerra, prima ancora che sulle ragioni e i torti degli stati e delle rispettive classi dirigenti! Oggi è necessario non disperdere le energie e fare in modo che i comitati locali nati in queste settimane consolidino il radicamento nel proprio territorio e si mettano in rete, anche oltre i confini regionali e nazionali, per assicurare un impegno di carattere permanente e non occasionale, all’altezza della gigantesca corsa al riarmo che si sta profilando in tutto il mondo.
Infine, pensi che il movimento socialista di sinistra – con la lezione, ad esempio, di Lelio Basso – possa essere utile per le ragioni del movimento per la pace e in che modo?
La strada maestra è la costruzione di un movimento per la pace unitario. A tale scopo è necessario il contributo di tutte le forze vive della società, di cui la sinistra socialista è sicuramente una voce fondamentale, come del resto lo è stata in passato nell’ambito della nuova sinistra, attraverso la quale ha contribuito non poco, nei difficili anni della guerra fredda, a un movimento per la pace non soltanto unitario e pluralista ma soprattutto ad un movimento per la pace autonomo e perciò capace di individuare – in largo anticipo sui tempi e insieme a pochi altri (si rilegga la Populorum progressio di Paolo VI) – la divisione tra il nord e il sud del mondo, prima ancora che tra l’est e l’ovest, come la nuova frontiera della pace. Si tratta di un pensiero ancora fecondo. Allora si era nel pieno della fase di decolonizzazione. Oggi siamo nel pieno di una crisi della globalizzazione basata sul modello neoliberista. Le analogie non mancano.
Gaetano Colantuono
Redazione Quaderni di Risorgimento socialista

