La strategie geopolitica, prima britannica e poi statunitense, fu elaborata oltre un secolo fa da H. Mackinder.
In soldoni, si posero le basi per la valutazione del mondo sulla divisione mare-terra. Lo studioso identificò un’area dall’enorme potenziale in Asia Centrale, lontana dai mari e fornita di risorse, il cui controllo era focale per la strategia delle potenze marittime (da qui il Grande Gioco anglo-russo di fine ‘800, le tante e terribili guerre in Afghanistan). Col tempo la teoria subì variazioni: asse portante è che il continente euroasiatico ha un potenziale alto quando coeso e quindi scopo delle potenze di mare è quello di evitare la formazione di una potenza o di una coalizione terrestre (il temuto asse Berlino-Mosca o Mosca-Pechino).
Questo ci fa capire che le strategie esistono. Oggi c’è la tendenza a sminuire tutto, dicendo che non esiste la regia: certo. Non esiste la cricca che comanda il mondo, ma esistono nuclei di potere, analisi e ricerca che orientano le scelte globali.
Interessante è analizzare come questa strategia si sia manifestata nel tempo. Ad esempio, studiando le isole britanniche e la Scandinavia prima della scoperta dell’America, scopriamo che queste erano già proiettate verso l’Atlantico. I Norreni (presenti anche in Inghilterra, nel Danelaw) colonizzarono prima l’Islanda, poi la Groenlandia e infine crearono un avamposto nell’odierno Canada (Labrador). I ritrovamenti archeologici hanno chiarito che il gruppo, incapace di comunicare con i nativi, subì i rigidi inverni e gli attacchi dei locali, fino ad estinguersi.
Una tendenza “di area” a spostarsi lungo questo asse è confermata dal contributo genetico (confermato anche dalla saghe) celtico-irlandese alla popolazione islandese (le donne venivano rapite e portate nella desertica -e con troppi uomini- Islanda).
Vediamo quindi come i popoli lungo la fascia nord-atlantica presentarono sempre una tendenza a sbloccare il potenziale oceanico (in qualche modo sognavano già l’America).
Questo potenziale si incontra spesso nella storia. Ad esempio, i cacciatori di balene baschi e islandesi inventarono un pidgin basco-islandese adoperato sulle navi.
Certo, abbiamo trovato nei siti norreni in Svezia, ad esempio, tanto dei bastoni irlandesi quanto dei ciondoli di Buddha prodotti nell’India nord-occidentale, ma non dobbiamo perdere di vista la geografia. I nodi periferici, per quanto inseriti nel più grande sistema di scambio, conservarono pulsioni centrifughe.
Provate a pensare a di essere un signorotto nell’area di Limerick, in Irlanda, siamo sicuri che la partecipazione a un sistema di scambio intercontinentale mostrerebbe aspetti positivi? O la periferizzazione è sempre una condanna?
Quello che sappiamo è che l’Irlanda fu risparmiata dalla dominazione romana, non per incapacità di conquista, quanto per disinteresse (e possibilità di controllarla, mantenendo le rivalità tra i capetti locali); che i norreni effettuarono per anni saccheggi e ratti di donne, che persino i pirati barbareschi risalirono dall’Algeria a depredare i villaggi costieri; che gli inglesi vi instaurarono un regime di conquista, che in parte perdura ancora oggi.
Pare di grande interesse questa dinamica centro-periferia, applicata anche ai macro-sistemi antichi con ottica geografica, andrebbe sicuramente approfondita.


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