Dopo la stesura e cura di questo volume, ho riflettuto molto sui contributi presentati.
L’Europa è in una fase di declino economico, demografico e culturale. Piccoli nuclei di riflessione come i “Quaderni di Risorgimento socialista” sono punti di partenza per affrontare questa fase depressiva. Dopo il quarantennio neoliberale, il trentennio europeista e gli oltre settanta anni nella NATO, siamo a un bivio riassumibile col motto: “socialismo o barbarie”.
Ma quale socialismo?
Con il fallimento dell’esperienza sovietica, si sono affermate nel mondo vie particolari, che un tempo avremmo definito gradualiste. Penso all’esperienza cinese, ma anche al Vietnam, al Laos, a Cuba, al Venezuela o al percorso teorico dello SWAPO in Namibia.
Si pone allora più che mai la domanda: come sopravvivere al declino?
Attraverso la costruzione di un soggetto più ampio, ma non un golem impersonale. L’Unione Europea è figlia del mondo neoliberista e unipolare, di cui porta le contraddizioni. Non si tratta di ricostruire confini con la Francia o annullare accordi per le spese mediche con la Svezia. L’UE è stata pensata come gabbia dorata per la Germania, contenitore della rivalità franco-tedesca, periferia dell’asse lotaringio e ancella della NATO.
Per una forza socialista, uscire da questa Unione non è un’opzione, ma un obbligo. Il cane da guardia del neoliberismo e dell’atlantismo non è riformabile da dentro.
Quale collaborazione allora? In primis con Spagna e Portogallo. Noi italiani, condizionati dalla vicinanza al mondo tedesco1, abbiamo perso di vista la rivalità Terra-Mare. Abbiamo colpevolmente trascurato i nostri vicini, con cui condividiamo il clima mediterraneo, la cultura e la lingua latina, la religione cattolica e alcuni percorsi storici (la coesistenza tra regime fascista e una sinistra socialcomunista di massa).
Non mi aspetto la nascita di uno Stato pesante, ma la creazione di una lega leggera. In un mondo di blocchi continentali (USA, Cina, Russia, India), la posizione dell’area latino-mediterranea la trasformerebbe in uno snodo tra Mediterraneo e Atlantico, Medio Oriente e Danubio.
Un’organizzazione del genere dovrebbe avere autonomia energetica e puntare alla rivalutazione dell’area, anche in termini ecologici. Tra i nodi da affrontare vi sono la gestione dell’acqua (ci avviamo a decenni di siccità); la sismicità (viviamo su una placca tettonica); le migrazioni (che dovremo governare per portare nuove idee nella nostra società, senza creare conflitti) e il dialogo col mondo arabo e ortodosso (con i quali conviviamo da secoli).
Unirsi per opporsi allo strapotere del centro che ci condanna a un ruolo di periferia, cani da guardia (vittime di dittature clerico-fasciste) e canarino nella miniera (primi ad andare in recessione).
Qualsiasi politica faremo non potrà che passare per una ricostruzione: formare una classe dirigente; liberare l’opinione pubblica dalle aspettative su euro e Unione Europea; tessere i fili con Portogallo e Spagna; allontanarci dalla NATO; ricreare un ponte con le ex colonie spagnole e lusitane in America latina e Africa meridionale.
La Francia non potrà far parte di questo progetto. Il suo inserimento nell’asse franco-tedesco ne ha spostato il baricentro. Parigi ha sabotato, negli ultimi decenni, ogni tentativo di formare un coagulo mediterraneo: dalla rivalità con l’Italia in Libia, all’aggressività contro la Turchia, fino ai retaggi coloniali in Algeria.
La Cina dovrebbe essere il nostro interlocutore. La civiltà sinica si è conservata e in essa gli elementi di unione hanno prevalso su quelli di divisione. La Repubblica popolare come modello per ricreare una civiltà mediterranea multiculturale, plurale e non caratterizzata da rigidi Stati-nazione.
Italia – Spagna – Portogallo costituiscono già un unicum. L’identità romano-celtica (preromana) si è protratta nella lunga adesione al cattolicesimo (non a caso rimasto vivo anche nella celtica Irlanda).
Questo nuovo momento politico dovrebbe essere associato a un vasto programma di rilancio industriale (dico una parolaccia: un piano!), alla tutela del mondo del lavoro, a un nuovo welfare. Potremmo optare per un modello repubblicano federativo con varie sfumature di socialismo democratico (che in finale è quello che le popolazioni mediterranee hanno dimostrato di preferire quando non oppresse). All’interno di questa formula potrebbero finalmente trovare soluzione anche localismi problematici (baschi, catalani, sardi, ecc.).
In Portogallo, il socialista Costa è stato costretto alle dimissioni da uno scandalo giudiziario, poi rivelatosi un errore. Dato il livello di crescita del PIL, gli investimenti nell’industria leggera e nell’energia verde (marina ed eolica), il paese si stava avviando a un ciclo progressivo. Lo scandalo giudiziario arriva un mese dopo che il Dipartimento di Stato USA ha fatto sapere a Lisbona che non gradiva l’adesione alla Via della Seta. Qui è scattata la tagliola dei giudici, come già a Dilma e Lula in Brasile e decenni fa in Italia (non che non ci fosse corruzione, ma siamo giustizialisti solo quando serve al pifferaio magico).
Intanto in Spagna, il PSOE è arrivato ad un accordo con Sumar e altre formazioni moderate o di sinistra locali. Subito è scattata la protesta: il Partito Popolare ha mobilitato il suo elettorato post-franchista.
Nelle manifestazioni svettavano bandiere della Spagna e dell’UE.
Al Mediterraneo serve una soluzione socialista di mercato, in cui se vuoi fare soldi puoi farli (entro certi limiti), ma nessuno deve morire di fame, in cui (come dice la nostra Costituzione) la proprietà privata deve avere una funzione sociale (fosse anche solo di stimolo). Qualcosa di più della vecchia socialdemocrazia, qualcosa di meno del socialismo reale.
Questa nuova entità italo-iberica dovrà guardare al Mediterraneo, all’America Latina e all’Africa del Sud, dove tanta gente parla lingue neolatine.
Ne va della nostra sopravvivenza politica e sociale, perché il capitalismo tende (nei periodi di crisi) a risucchiare le risorse. Ne va anche della democrazia, come ci insegna la storia di Italia, Spagna e Portogallo: quando il capitalismo si sente minacciato, arriva la scure fascista.
Gabriele Germani, Roma 16-11-2023
1 Pesa qui la nostra adesione, lungo il Medioevo, al Sacro Romano Impero e lo sbilanciamento post-unitario a favore del Nord Italia da sempre rivolto alla Mitteleuropa più che al Mediterraneo.

