Nasce dalla piena applicazione della strategia della distrazione mediatica lo “Stabilucum”, la legge elettorale partorita dalla destra al potere in Italia, che è – decisamente – un passo indietro non indifferente per la rappresentanza del popolo in un regime democratico.
Quando i sondaggi hanno cominciato a pendere verso il “NO” al referendum del 22 e 23 marzo, ufficialmente riferito alla separazione delle carriere in magistratura ma – di fatto – una rivisitazione permeata di una sorta di “garantismo” per la politica al potere (si ricorderà che Hitler odiava i magistrati perché impedivano l’espansione del suo “impero”), un oggettivo stupro della Costituzione e un progressivo cedimento dello stato di diritto, ecco che il governo Meloni ha calato «l’asso» della legge elettorale, parente stretta della Legge Acerbo del 1923 che permise al fascismo di assumere pieni poteri con appena il 25% dei voti.
Lo “Stabilicum” (chissà perché, poi, le leggi elettorali hanno tutte una denominazione “strana”, dal “Porcellum” al “Rosatellum”, e non richiamano nome e cognome del proponente principale?) è volto a “garantire stabilità”, ma con nessuna preferenza da indicare sulla scheda, una rivisitazione schizofrenica del ballottaggio, la riduzione della soglia al 3% (non certo per tutelare le minoranze, come previsto dalla Costituzione), il riferimento alle coalizioni e non più ai partiti. Votata in notturna (per pudore?), è stata presentata ai cittadini in concomitanza con i suddetti sondaggi che procurano incubi a Nordio & Co., con il caso Epstein, con la prova di forza che Trump ha avviato in Iran e negli altri Paesi dell’area mediorientale assieme al suo compagno di merende (a base di sangue) Netanyahu. Ma se la storia si ripete, si ricorderà che di notte cadde anche il fascismo.
Nell’Italia repubblicana c’era stato un altro tentativo di ritorno al passato. Non solo gli storici, ma anche la gente comune di una certa età ricorda la “legge truffa” del 1953. Il 31 marzo di quell’anno, l’allora presidente della Repubblica Luigi Einaudi aveva firmato una legge contestata, sulla quale il governo De Gasperi aveva posto la fiducia. Nel testo, si prevedeva che la lista o coalizione che avesse ottenuto più del 50% dei consensi avrebbe goduto del 65% dei seggi. PCI e PSI avevano fatto dura opposizione e nel Parlamento c’erano state furiose risse, anche cruente, mentre la Pubblica Sicurezza prendeva a manganellate i manifestanti davanti a Montecitorio e a Palazzo Madama.
Ma la DC e gli altri partiti di centro (il listone governativo) alle successive elezioni del 7 giugno non raggiunsero l’obiettivo auspicato, rimanendo sotto il 50%. In quella sola occasione si è votato con modalità diverse dalla proporzionale che era scaturita dalla Costituente nel 1946 e che è stata utilizzata poi in seguito, sino alle elezioni del 1994, quando l’Italia venne “berlusconizzata”. De Gasperi aveva registrato nel ’51 e nel ’52 un calo del consenso elettorale intorno alla DC alle amministrative e temeva che l’onda lunga potesse ripercuotersi sulle elezioni politiche: nonostante le pregiudiziali di incostituzionalità da parte di PSI e PCI quella legge elettorale era stata portata avanti e approvata.
“Legge truffa”, pare che a definirla così secondo alcuni sia stato Calamandrei, secondo altri Pajetta, più verosimilmente Nenni, che così si era espresso: “Orbene, la spiegazione meno vile che si può dare di questa legge è che essa sia stata suggerita all’attuale gruppo dirigente della DC dall’intenzione di sfuggire alla necessità di una scelta tra la sinistra e la destra. Il prezzo che la Camera dovrebbe pagare all’immobilismo centrista è il premio di maggioranza. E forse in tutto ciò vi è anche un elemento comico, giacché – assai probabilmente – la legge non è necessaria; non è cioè detto che la DC, per governare, abbia bisogno di ricorrere a trucchi e a truffe elettorali”.
L’iter di quella legge era stato sofferto e caratterizzato da battaglie anche fisiche: più fonti riportano che dai banchi del Senato era volato giù di tutto quando il presidente Ruini aveva annunciato che il consesso aveva approvato la legge. Il governo era stato costretto ad abbandonare l’aula, dentro la quale rimase solo l’allora sottosegretario Andreotti che, per proteggersi, si era messo in testa un cestino della carta. Anche i funzionari erano spariti e il verbale della seduta era stato redatto in seguito in maniera raffazzonata, conteggiando tra i voti a favore anche quello di un deputato comunista, che – di contro – era stato uno dei massimi oppositori. Le piazze si erano mobilitate un po’ ovunque e a Parma operai e contadini si erano astenuti dal lavoro per molti giorni.
Ma il disegno della “legge truffa” era saltato per soli 57 mila voti nelle elezioni del 7 e 8 giugno che erano seguite, come detto prima.
Il 25 giugno ebbe inizio la seconda legislatura. Un progetto di legge denominato “Abrogazione della legge 31 marzo 1953 n. 148” venne subito depositato, e portava la firma di Pietro Nenni. Venne approvato quasi un anno dopo.

