Con grande enfasi è stato celebrato, il 6 ottobre, il primo secolo del servizio pubblico radiotelevisivo in Italia.
Con grande enfasi, mascherando – però, a livello filogovernativo – con il valore della libertà nei tanti discorsi che la radio in realtà emana attraverso l’etere – quello che fa comodo, vale a dire il concetto di potere.
In questo secolo di vita, con il servizio pubblico prima dell’Eiar e poi della Rai, l’Italia ha attraversato fasi storiche importanti, drammatiche proprio nei primi anni, quando il regime fascista credette fermamente in questo mezzo di comunicazione, e poi negli anni della guerra, tant’è che gli italiani vennero informati il 10 giugno del 1940 dell’entrata in guerra del Paese attraverso la radio.
La radio (e poi la televisione) divenne, quindi, strumento di propaganda e di potere, ma lo sarà anche in seguito e lo è tuttora. La valenza e l’influenza mediatica della radio, peraltro, era stata colta qualche anno dopo (nel 1931) anche dal Vaticano, per contrastare il diffondersi del pensiero socialcomunista, ancorché represso dal regime fascista.
Tuttavia, il popolo italiano che ha vissuto la seconda guerra mondiale, riusciva ad ascoltare – ma clandestinamente – una radio che non diffondeva propaganda e presunte imprese belliche delle camicie nere e dei soldati al fronte che venivano date in pasto, ma informava sulla realtà della guerra e spesso dava speranze, era “Radio Londra”, i cui messaggi erano indirizzati ai nuclei della resistenza italiana.
Nel dopoguerra, per la verità, la propaganda dei governi a guida democristiana veniva affidata in maggior misura alla carta stampata, ma l’uso degli strumenti di comunicazione di massa (radio e tv, che dal 1954 entrò nelle case degli italiani) era palesemente legato ai filoni filoatlantici e gli altri contenuti erano rigorosamente algidi e spesso telegrafici.
Ma c’è stata una data che, come quella del 6 ottobre 1924, va ricordata, proprio per dare corpo al valore della libertà e di imparzialità nella comunicazione, quella del 28 luglio 1976, quando in Italia iniziarono ufficialmente le trasmissioni delle “radio libere”, che oltre all’intrattenimento, si occupavano di informazione e in molti casi anche di “controinformazione”.
Le radio libere nel tempo hanno coperto l’intero territorio nazionale, assicurando la pluralità del pensiero e delle notizie, avviando il contraddittorio, riuscendo in qualche caso a sollevare i coperchi dell’informazione di regime. Spesso, però, in quei primi anni di vita delle radio libere, le emittenti – proprio perché ponevano all’attenzione degli ascoltatori argomenti che il servizio pubblico (neppure le edizioni regionali dei giornali radio) – divennero bersaglio da parte di chi si era ritrovato con il nervo scoperto: capitò nel 1978 con “Radio Aut” di Peppino Impastato, che venne assassinato brutalmente dalla mafia, capitò anche nel 1979, quando a Roma la sede di “Radio Città Futura” venne incendiata da un commando dei neofascisti del NAR guidato da Giusva Fioravanti.
Nel 1994, il valore del potere mediatico divenne, grazie alla Legge Mammì del 1990 che contemplava una rivisitazione dell’ordinamento italiano in materia radiotelevisiva, il cavallo di battaglia di Berlusconi, che arrivò al potere approfittando dello scandalo “mani pulite”, vero e proprio terremoto politico (la caduta della Prima Repubblica).
La radio è lo strumento di informazione e di comunicazione più immediato, quello che fa vedere senza che vi sia uno schermo, quello che fa sognare, quello che porta a immaginare ciò che una voce descrive. Attraverso la radio di Stato il popolo italiano negli ultimi decenni si è divertito con “Alto gradimento” di Arbore e Boncompagni, ha visto senza occhi i gol con “Tutto il calcio minuto per minuto”, ha immaginato il teatro ascoltando le commedie quando non c’era ancora la tv, ma il fatto che non ci sia più monopolio, ormai da quasi mezzo secolo, contribuisce a conoscere meglio i fatti, all’insegna del pluralismo, contribuendo a “liberare la mente”, come canta Eugenio Finardi in un suo noto brano musicale.
Il pericolo è quello di un pericoloso ritorno, così come avviene per la carta stampata e per la tv, ad una azione di propaganda e di oscuramento, considerato che negli ultimi anni siamo riusciti a cogliere avvisaglie in tal senso di non poco conto. Il servizio pubblico deve essere destinato al pubblico, quando è al servizio del potere è in discussione finanche la democrazia e lo stato di diritto.

