Autoriformisti!
Nel mentre ero impegnato nel movimento dell’Onda (2008-2009), forse l’ultimo movimento radicale di massa nella scuola pubblica e nelle università italiane prima della breve Intifada studentesca (2024), mi imbattei in una didascalia – letta su di un quotidiano – di una foto sull’assemblea romana dei movimenti di opposizione ai recenti provvedimenti del governo italiano in materia di scuola, università e istruzione, tenutasi presso la Sapienza nel novembre 2008. Cercava una sintesi facile dei contenuti di fondo dell’assemblea. Poiché questi qui insistono sulla necessità di un’autoriforma, una riforma del tutto autonoma da organizzazioni, sganciata da provvedimenti calati dall’alto, dal persistente controllo feudale e da processi di mercantilizzazione, con tanto di monotona retorica aziendale, si possono denominare «autoriformisti». Diàmine – mi son detto –, pur facendone parte, non ci avevo ancora pensato.
Autoriformisti. Detto di una riforma che intende “ripartire da sé” in senso però relazionale, non più egoistico o proprietario: perché sapere e copyright sono incompatibili. Di una riforma che rompe con lo slittamento semantico e politico del termine negli ultimi decenni, quelli che verranno ricordati per l’egemonia neoliberista e i suoi costi sociali e per le generose resistenze, preludio di alternative. Da variante di metodo rispetto all’analogo termine “rivoluzione” per la conquista di equilibri più avanzati (quando “riforme” era forma ellittica per “riforme di struttura”) a “riformismo”, ideologia e retorica delle riforme, anch’esse strutturali, ma di segno opposto. Quel riformismo, lido per naufraghi neosocialdemocratici e postcomunisti, che Serge Halimi, in un editoriale di Le Monde diplomatique di allora così sintetizzava: «una rivoluzione conservatrice che ha consegnato alla finanza fette sempre più consistenti e succose del bene comune, quali i servizi pubblici privatizzati e trasformati in macchine da soldi al fine di “creare valore” per l’azionista». E poi la deflazione salariale, i tagli nei servizi sociali, l’ideologia dell’arraffate e consumate. Le bolle speculative e i default di banche (con i risparmi), aziende (con i posti di lavoro) e di intere nazioni (col loro residuo assetto democratico).
Di una riforma che rovescia la retorica aziendalistica, quelli dei crediti e debiti formativi, degli ignobili “debiti d’onore” da contrarre per accedere a università private, delle fondazioni (come se quelle bancarie avessero dato risultati validi), dei dirigenti scolastici resi piccoli feudatari verso i docenti. Che dice – visto che altri impegnati in tivvù non lo facevano – “noi non paghiamo la vostra crisi, perché non ci appartiene”, rompendo finalmente anche con quella ideologia falsa della fine delle classi sociali, dell’unanimismo moderato-reazionario, della “grande tenda”, di un’indefinita notte del movimento dei lavoratori.

