Per una periodizzazione della scuola pubblica
Anche per la scuola pubblica italiana esiste una periodizzazione che è tendenzialmente sovrapponibile alla storia politico-istituzionale del paese. La scuola, infatti, non era scampata alla lunga fase invernale della Repubblica nata dalla Resistenza: la restaurazione clerico-moderata e le sopravvivenze del regime avevano proprio nelle scuole, nei sussidiari, nel controllo della “moralità” degli insegnanti e degli alunni uno dei principali bastioni. A riguardare la cronotassi dei ministri della P. I. fino ai primi anni Novanta si vedrà un ferreo monopolio della DC e dei partiti satelliti.
Venne poi, liberatoria per docenti e studenti, una nuova stagione. La Costituzione entrava dagli anni Sessanta non solo dentro i cancelli delle fabbriche ma anche nelle aule scolastiche e nelle sale docenti: anche qui, auspice il centrosinistra di Moro e Nenni, intervennero autentiche “riforme di struttura”, quali la scuola media unificata, i decreti delegati, una diffusa sperimentazione didattica e pedagogica che ponevano la scuola italiana – in particolare le elementari, porta d’accesso ad una cittadinanza consapevole – come modelli di riferimento a livello internazionale. Si trattava di un sistema pubblico di formazione che (al netto di innumerevoli limiti e resistenze) metteva in discussione le tradizionali strutture di classe: “Anche l’operaio / vuole il figlio dottore”, si cantava a ragione, nel mentre una feconda stagione di studi marxisti, libertari e progressisti percorreva riviste e manuali scolastici, gruppi di ricerca e azione, attività didattiche.
Venne anche per la scuola la stagione della cosiddetta “seconda repubblica” materializzatasi in due lineamenti prevalenti: la compressione salariale per chi nella scuola lavora e il ripetuto abbattersi, tanto periodico da apparire quasi noioso, di “riforme”, tuttavia nell’accezione neoliberista corrente, ossia come adeguamento (anche) della scuola pubblica ai dettami del mercato e alle esigenze delle classi dirigenti. Una sorta di polanyiana “grande trasformazione” della scuola, ancora in fieri.
La serie fu inaugurata da un governo ulivista e dall’ex comunista Luigi Berlinguer, la cui legge sull’autonomia scolastica e sul riordino dei cicli fu accompagnata da “Norme per la parità scolastica e disposizioni sul diritto allo studio e all’istruzione ” (legge 62-2000), che al primo articolo recitava: “Il sistema nazionale di istruzione, fermo restando quanto previsto dall’articolo 33, secondo comma, della Costituzione, è costituito dalle scuole statali e dalle scuole paritarie private e degli enti locali”. Nel dare pari rilievo alla scuola statale e non statale (parificata o pareggiata), si noterà un tipico costrutto della neolingua giuridica: si cita un principio costituzionale (assenza di oneri statali per le scuole non statali) per cassarlo subito dopo.
Nessuno governo avrebbe poi rimesso in discussione quelle deliberazioni che comporteranno fenomeni significativi: sovvenzioni alle scuole non statali; la competizione fra istituti statali e non statale e fra quelli della stessa natura statale nell’attrarre iscrizioni, con un crescente peso delle famiglie influenti nella vita degli stessi istituti. Un’aziendalizzazione su tutta la linea e una crescita delle disuguaglianze fra territori, regioni, famiglie ne saranno i risultati.
Tali riforme scolastiche, quindi, assumono carattere di fondamento comune ai due poli, al pari delle leggi elettorali maggioritarie o dei trattati di Maastricht. Seguirà un ginepraio di riforme piccole e grandi. Fra queste si segnalano le cosiddette riforme Gelmini, di fatto tagli grossolani alle cattedre (“contenimento della spesa pubblica”), aumento del numero di alunni per classe, abolizione delle sperimentazioni fino allora vigenti: in poche parole, riduzionismo pedagogico e abbassamento della qualità formativa. Di quel ministro dell’istruzione (estraneo a quel mondo) si ricordano gli insulti ai docenti, in particolare meridionali. Allo stesso tempo un altro ministro di quel governo, Tremonti, poteva sostenere che “con la cultura non si mangia”.
Il definitivo disvelamento del carattere trasversale, anche sulla scuola, delle politiche dei due poli neoliberisti si è avuto col governo Renzi (PD). La sua legge 107-2015, sedicente “Buona scuola”, rappresenta un’altra normativa costituente della trasformazione: dalla scuola-azienda si intendeva passare a quella clientelare. Come conseguenza, quello che era stato, in modo sempre meno convinto, uno dei principali bacini sociali del voto progressista (ossia del centrosinistra liberista moderato) – che aveva determinato la vittoria di misura del 2006 e pertanto era stato punito dal governo berlusconiano – era attaccato frontalmente dai propri eletti. Le clave erano la chiamata diretta dei docenti neoassunti, perdenti posto o trasferiti, ipertrofia dei poteri dei dirigenti, numero spropositato di ore vincolanti di alternanza scuola-lavoro (400 ore negli istituti tecnici e professionali, 200 ore nei licei in tre anni).
Che la scuola non abbia saputo reagire adeguatamente lo testimonia chiaramente che due raccolte di firme per un referendum abrogativo siano falliti perché gli stessi docenti e le loro reti relazionali non sono venuti a firmare. Nel 2018, non senza ragione, quei docenti e studenti in lotta – una minoranza, a dir il vero, ma consistente e combattiva – hanno votato contro il PD. Hanno votato vendetta senza un progetto organico. Hanno votato 5 stelle e si sono ritrovati, per ironia della sorte, un ministro di area leghista, cioè di quel partito che avevo concorso ai tagli gelminiani e che ha come obiettivo le carriere regionali per docenti.
Per una piattaforma neosocialista
Su tale macerazione di riforme liberiste calate dall’alto, accolte passivamente da molti e fieramente contrastate da molti altri, di risentimenti generalizzati verso le classi dirigenti, di diffuso disagio psico-fisico si deve impostare una seria proposta alternativa di scuola e di società. Non solo inderogabili aumenti salariali, assunzioni e interventi sulla sicurezza delle scuole, come considerare in modo coerente luoghi in cui ricercare il benessere per discenti e lavoratori. Più in generale occorre ricreare conflitto e consenso nelle scuole, alleanze fra le minoranze critiche dei lavoratori (docenti e ATA) e degli studenti, e un rinnovato scorrimento sociale, ora di fatto impedito.
Sul piano contrattuale proponiamo alcuni elementi come base irrinunciabile. Occorre superare la norma che oggi prevede che gli aumenti contrattuali non superino l’inflazione programmata, con una conseguente stagnazione delle retribuzioni: questo non può avvenire nella sola scuola, in assenza di una mobilitazione generale che riguardi tutte le professioni dipendenti (quale che sia la tipologia contrattuale). Il rinnovo del contratto deve individuare significative risorse per aumenti adeguati e deve essere netto nella parte normativa: dopo aver depotenziato la 107-2015 nei suoi istituti più odiosi, a partire dall’abolizione totale della chiamata diretta (grazie all’impegno di singoli parlamentari 5stelle, via via allontanatisi dall’involuzione di quel movimento); per gli ATA si tratta di assunzioni e supplenze più rapide; per i docenti ridurre adempimenti burocratici di carattere non didattico e un piano assunzionale per i precari.
Occorre una presa di coscienza del diffuso disagio psico-fisico di larga parte degli insegnanti con conseguente aumento delle tutele. In definitiva, noi rivendichiamo una moratoria della coazione alle riforme di questi ultimi venti anni in direzione apparentemente schizofrenica ma sostanzialmente omogenea, ossia neoliberista.
I lavoratori e le lavoratrici della scuola non si salvano da soli. Non si salvano senza mobilitazione. Non si salvano senza sindacati (che a loro volta devono fortemente rinnovarsi e autoriformarsi). Non si salvano senza una politica contro il neoliberismo e le sue istituzioni. Anche la scuola pubblica ha bisogno di un socialismo per il nostro tempo.

