Il comparto agroalimentare costituisce ben oltre il 2% dell’economia italiana (fonte: Istat). Se poi si vanno a considerare l’industria alimentare e molte altre attività ad esso collegate prese in considerazione da Coldiretti (ristoranti, punti vendita al dettaglio e supermercati), si perviene a numeri decisamente più alti per l’intera filiera (PIL pari al 10% circa). Peraltro, il comparto, oltre al mercato interno, da anni rappresenta un elemento di traino per l’export, al pari della moda e delle tecnologie avanzate. Se è pur vero che nel 2023 l’export ha registrato un incremento del 6% rispetto all’anno precedente (64 miliardi di euro), non si può ipotizzare un futuro roseo per imprese e, soprattutto, lavoratori. L’export rappresenta la faccia della medaglia che si può far vedere, ma i fattori che vanno a incidere e che andranno sempre di più a farlo, sono molteplici, e viene fuori così il rovescio della medaglia.
Dal 2022 il conflitto russo-ucraino ha determinato una tendenza alla speculazione per l’aumento dei prezzi di concimi, mangime, trasporti, che si è ribaltato sull’utente finale in maniera “violenta”, senza costituire – di contro – benefici salariali per gli addetti. Piuttosto, il fenomeno del caporalato ha avuto impennate notevoli e continua a godere di tolleranze e qualche protezione. Ne è prova ciò che è accaduto a fine luglio nell’agro pontino dopo la morte del bracciante indiano Satnam Singh: tre vittime di caporalato si sono ribellate e hanno denunciato il datore di lavoro, ma per tutta risposta le forze dell’ordine hanno notificato loro il foglio di via perché senza documenti.
Oggi, però, questo comparto soffre, e a soffrire sono soprattutto i piccoli coltivatori e allevatori, che per via della siccità, specie in Sicilia, Calabria, Puglia e in altre regioni del meridione, stanno vedendo vanificato il lavoro di mesi, se non di anni. È pur vero che l’agricoltura è da sempre legata fortemente a componenti aleatorie, ma le estati torride e lunghe, mai interrotte da giornate di pioggia, e le non certo incoraggianti prospettive per quelle che verranno, dovranno far pensare a una riconversione dell’utilizzo dei terreni, tenendo conto che oggi nelle regioni del sud riescono ad attecchire piante tropicali che prima non avrebbero avuto che pochi giorni di vita, i cui frutti abbiamo importato e continuiamo a importare.
Ed è su questo quasi indispensabile progetto che uno Stato democratico dovrebbe puntare, attraverso leggi e sostegni (in luogo dei servili programmi di incremento delle spese militari!), per mantenere attivi terreni che (come avviene in Sicilia, dove l’acqua ha i giorni contati se non dovesse piovere adeguatamente) andrebbero altrimenti a essere desertificati, per assicurare il lavoro a chi in questo comparto da anni profonde energie e si assume rischi che vanno poi, però, a ingrassare “i soliti”, per denunciare il caporalato e tutelare chi è schiavizzato. Incrementare l’export sarà anche motivo di orgoglio per un’Italia ormai considerata all’estero solo per questa immagine, ma che non conta nulla dove dovrebbe contare, che rischia di vedere depauperato un comparto, quello agroalimentare, che è “storico” e produce ancora generi di primissima qualità, e che è stato incrementato – non dimentichiamolo – anche grazie alle lotte contadine della fine degli anni quaranta, soprattutto nel meridione, e alla successiva diffusione del cooperativismo.

