Tira aria di “Fronte popolare”. L’esempio di Melenchon in Francia e la necessità di smarcarsi da Donald Trump, che ampi settori della sinistra un po’ bruna e un po’ rossa, un po’ dada e un po’ autarchicamente umpa, che abita i territori che gli antichi romani identificavano con un “hic sunt leones”avevano visto come il vendicatore dei proletari e dagli intellettuali trombon trombati dal liberismo e protettore dei “sani costumi” dall’ideologia woke, sono una potente calamita.
Ma bisogna essere onesti. Un po’ la sinistra del margine non aveva torto. The Donald ci ha tolto dalle scatole Joe Biden e gli Stati Uniti come “gendarme del mondo”. Vuole chiudere la guerra in Ucraina. Fa continuamente lo sgambetto alla giustamente vituperata Unione Europea. Vuole difendere l’interesse nazionale degli States utilizzando i dazi e non i canoni.
Tutte cose che ci fanno piacere.
Ma Trump è anche filosionista, al punto di deportare i palestinesi di Gaza per far posto ai coloni, xenofobo, fomentando l’odio contro i migranti latini, ed è convinto che il continente americano, dalla terra del fuoco alla Groenlandia, gli appartenga. E, per ciò che concerne l’allineamento al capitalismo, non è secondo a “sleeping Joe”. Tant’è che il suo deus ex machina è un capitalista per eccellenza del calibro di Elon Musk.
Queste cose non ci fanno piacere.
Melenchon è una cara persona. Un compagno sincero. Un politico esperto. Ma vive ed agisce in Francia, che è una realtà molto diversa dalla nostra. È riuscito a tenere insieme una buona fetta della cosiddetta “borghesia riflessiva”, i sindacati e il disagio sociale delle periferie. Ha potuto contare, anche, su di un Partito Socialista che ha compreso la posta in gioco ed è stato disciplinato.
In Italia la borghesia riflessiva è moderata ed è espressione, perlopiù, del “lavoro tutelato” della pubblica amministrazione. Un elemento di stabilità, a tratti di conservazione e non certo di progresso sociale. Vuole un governo “un po’ più a sinistra”, ma non rivoluzionario, né radicale, ma “rispettabile”. Il disagio sociale delle periferie italiane va inesorabilmente verso destra. Lo spazio politico “socialista” è occupato dal PD, che è socialista, ma solo a parole, solo a Bruxelles. I nostri sindacati, con rare e gagliarde eccezioni, sono amorfi. L’autogestione operaia, con la nobile eccezione del caso GKN, che Risorgimento Socialista sostiene con orgoglio, è ferma al palo. Con i sindacati apatici e l’autogestione che non decolla, la conflittualità sociale che ha reso possibile il fenomeno France Insoumise e il conseguente Front Populaire non è immediatamente replicabile nel belpaese.
Come potrebbe snodarsi un “fronte popolare” in Italia? Anzitutto ci sarebbe da fare i conti con il fantasma de “L’Ulivo”. Un imbroglio bello e buono ad uso e consumo dell’allora PDS. Un cavallo di troia delle élite liberali. Un viatico per lo smantellamento definitivo dell’industria di Stato e per lo scellerato ingresso nell’euro. Prodi sconfisse si Berlusconi, ma di certo il suo non fu un governo per i ceti deboli. E lì la sinistra si divise. Rifondazione comunista, che all’epoca venne colta da una insana frenesia governista, oggi ancora paga quell’esperienza di governo, che la lacerò intimamente e irrimediabilmente.
È possibile un fronte popolare che non sia l’Ulivo? Certo, a patto che il baricentro politico della coalizione sia a sinistra e non al centro. E che i liberali, fuori e dentro il PD, con tutti i loro legami con i liberal statunitensi e le gerarchie di Bruxelles, siano espulsi dal progetto.
Su questo Elly Schlein dovrebbe dare risposte.
Chiariamoci. Un Fronte Popolare non è solo contro le destre. Lo deve essere in misura marginale. È, deve essere, soprattutto un progetto e una pratica politica per i ceti deboli, per la pace, per il lavoro. Da scansare, anche, la maledetta tendenza messianica, che deriva dalla nostra cultura cattolica, che ci fa vedere un messia in ogni starnuto della sinistra. Personalmente guardo con interesse alla de grillizzazione del Movimento 5 Stelle e al fatto che quel movimento cerchi di maturare tentando di espungere i torquemada. Spero che ci riesca senza liquefarsi. Ma il destino non è nelle mani di un uomo solo al comando, né Giuseppe Conte è il messia. Al posto dello schema religioso dobbiamo comprendere che un Fronte Popolare che non sia l’Ulivo è fatto di pazienza, dedizione, sacrificio, visione del mondo, ragionamento collettivo, critica costruttiva al di fuori dei dogmi. Non da un uomo o da un solo partito che agita per aria la bacchetta magica, né da seguaci in preghiera ed in attesa del miracolo, né da una classe sacerdotale che, in nome di un agognato regno dei cieli che un giorno verrà, intanto si spartisce i monasteri e le abbazie.
Una nota su Risorgimento Socialista. Partecipare ad un eventuale Fronte Popolare vuol dire essere presenti, nelle sedi politiche e nelle assemblee legislative, con una nostra autonoma e riconoscibile voce per contribuire, direttamente e senza intermediari, alla costruzione di una agenda politica e di governo socialiste. Per cui è necessario uno scatto di reni, forte e deciso, e un rinnovato impulso organizzativo per farci trovare pronti.
È inteso che un Fronte Popolare vincente, senza una nostra voce autonoma, ci riempirebbe certamente di soddisfazione. Ma sarebbe per Risorgimento Socialista, in quanto soggetto politico, un’atroce sconfitta con cui saremmo costretti a fare i conti.

