La sortita del presidente del Senato, che invita gli elettori a disertare i seggi per i 5 referendum (l’istituto primario di democrazia diretta da parte del popolo) previsti nelle giornate dell’ 8 e 9 giugno preoccupano non già sotto l’aspetto squisitamente politico, considerato che la maggioranza attuale mal digerisce questioni legate al lavoro e alla cittadinanza e ripudia il termine “antifascismo”, ma – soprattutto – sotto il profilo istituzionale. I presidenti di Camera e Senato non devono ritenere “lecito e doveroso” seguire le linee delle espressioni politiche di appartenenza poiché la Costituzione li riconosce organi di garanzia super partes. E, visto che è stato usato il termine “sobrietà”, questa deve necessariamente appartenere ai presidenti dei due rami del Parlamento, in primis a quello del Senato, seconda tra le cinque alte cariche dello Stato, che in alcune circostanze assume le funzioni di Presidente della Repubblica pro-tempore.
Non è detto che gli elettori recepiscano, però, questi “suggerimenti” del presidente del Senato, probabile che la sua insana e inopportuna “uscita” possa anche avere l’effetto contrario, convertendosi in un boomerang. Le problematiche presenti nei quesiti sottoposti agli elettori sono della massima importanza e i media filogovernativi non forniscono adeguata informazione, concedendo poco spazio nella comunicazione (ma l’AgCom dov’è?).
In ogni caso, come detto prima, le preoccupazioni sono riferite all’aspetto istituzionale dell’invito rivolto agli italiani e ciò riguarda anche un’iniziativa popolare di legge (prevista espressamente nel corpo dell’art. 71 della Costituzione), reale istituto di “democrazia diretta”, che giace (ma non è la sola) presso la competente commissione.
Si tratta della proposta di legge di iniziativa popolare denominata “Norme contro la propaganda e la diffusione di messaggi inneggianti a fascismo e nazismo e la vendita e produzione di oggetti con simboli che li richiamano” e porta la firma del Comitato promotore, presieduto dal sindaco del comune di Sant’Anna di Stazzema, Maurizio Verona, depositata in Cassazione il 19 ottobre del 2020. La raccolta delle firme (minimo 50.000) è stata ampiamente superata, poiché al 31 marzo 2021, data di scadenza, le adesioni sono state ben 241 mila (si firmava presso i Comuni, in tutte le regioni), nonostante si fosse arrivati finanche alle minacce verso coloro che hanno inteso firmare! Nel testo della proposta si legge: “chiunque propaganda i contenuti propri del partito fascista o del partito nazista è punito con la reclusione da sei mesi a due anni…la pena è aumentata di un terzo se il fatto è commesso attraverso strumenti telematici o informatici”.
Sull’argomento sono già vigenti, a dire il vero, la Legge n. 645 del 1952 (“Norme di attuazione della XII disposizione transitoria e finale – comma primo – della Costituzione”) e la Legge n. 205 del 1993, cosiddetta “Legge Mancino”, che sanziona e condanna frasi, gesti, azioni e slogan aventi per scopo l’incitamento all’odio e alla violenza, nonché la discriminazione e la violenza per motivi razziali, etnici, religiosi e nazionali.
Sant’Anna di Stazzema, in provincia di Lucca, lo ricordiamo tristemente, è un luogo della memoria divenuto simbolo dell’antifascismo per quanto avvenne il 12 agosto del ’44, quando le truppe naziste e i fascisti del luogo uccisero ben 560 civili, tra i quali 130 bambini, una delle più agghiaccianti esecuzioni della seconda Guerra Mondiale.
Non pare essere casuale questa “messa in naftalina” della proposta di legge formulata dai cittadini italiani, siamo costretti a mutuare quella frase attribuita ad Andreotti, ma in verità detta da Pio XI (“a pensare male si fa peccato ma ci si azzecca”). Bisogna sostenere il sindaco di Sant’Anna di Stazzema per avere chiarezza sullo stato dell’arte della proposta, a distanza di oltre quattro anni. Il primo cittadino, difatti, è indignato: «Il governo ignora la proposta di legge contro la propaganda nazifascista. È una vergogna!», mentre di recente, in occasione dell’80° anniversario della Festa della Liberazione, esponenti dei movimenti di destra e di nostalgici repubblichini, le cui iniziative sono state ben tollerate e minimizzate dal governo, hanno occupato le piazze con tanto di simboli, slogan e in qualche caso anche manganelli.
È accaduto contestualmente all’invito da parte del governo a celebrare il 25 aprile con “sobrietà”, sfruttando l’alibi di un lutto nazionale per la morte di Papa Bergoglio chiaramente capitato come il cacio sui maccheroni, ma che non ha inciso nell’essenza dei festeggiamenti per la Liberazione dal nazifascismo.
In attesa di conoscere in quale discarica sia finita la proposta del comitato di Sant’Anna di Stazzema, il contro-invito è quello di andare a votare per i referendum, anzi, generare uno “tsunami elettorale”, perché i diritti dei lavoratori sono inviolabili e sono stati raggiunti grazie alle attività soprattutto dei socialisti nello scorso secolo, i lavoratori sono persone e non numeri nelle mani del capitalismo, così come il riconoscimento della cittadinanza è degno di un Paese civile. L’Italia ha pagato recenti scelte sbagliate fatte da chi si è spacciato di essere addirittura “di sinistra”, non dimentichiamolo.
Ma si giunge perfino all’assurdo. Il boicottaggio della democrazia attraverso l’invito all’astensione al voto è rafforzato da provvedimenti locali che limitano la propaganda elettorale per i referendum, atti intimidatori che sono propri di uno stato di polizia.

