La stampa italiana “celebra” i 30 anni della “fine dei dogmi” (così ha titolato il “Quotidiano Nazionale” il 27 marzo!), la data in cui l’Italia venne “arcorizzata” (termine che può essere sinonimo di “narcotizzata” o “dellutrizzata”) da Berlusconi e dal berlusconismo, risultanza di una “intuizione” del capitalista lumbard non si sa quanto prima programmata e favorita, che riportò il Paese alle urne dopo gli eventi del ’92.
Pagò il socialismo italiano (non i socialisti o presunti tali che si rifugiarono da chi si era proposto di bere il noto “amaro calice”), anche per ingerenza di folte frange del Pci, mentre l’indagine “Mani pulite” costituiva la punta di un iceberg che nel nucleo centrale ospitava anche una ‘ndrangheta che prendeva piede sostituendosi alla mafia sicula che lo Stato, dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino, aveva iniziato a contrastare, realmente o per facciata. Ancora oggi il socialismo italiano paga le conseguenze di ciò che accadde in quel periodo con una diaspora infinita, mai vicino al ricongiungimento in uno zoccolo duro del pensiero e dell’azione che possa ridare senso e dignità alla storia e alle conquiste sociali ottenute nel Novecento. Paga le conseguenze di una nomenklatura socialista che nell’era craxiana era palesemente indegna di rappresentare il partito e di difenderne i valori, al punto che la transumanza verso le praterie berlusconiane in cerca di foraggio avvenne presto.
Su “Il Giornale”, foglio filoberlusconiano fondato da Montanelli (che a un certo punto mandò a quel paese Sua Emittenza), sempre il 27 marzo, si legge: “La creazione di Forza Italia ricostruì un riferimento per l’elettorato cosiddetto moderato rimasto orfano della Democrazia Cristiana e delle forze del pentapartito, spazzate via dalle inchieste di Mani pulite (e di Tangentopoli in tutto lo Stivale) che avevano indubbiamente spianato la strada alla «gioiosa macchina da guerra» degli ex comunisti guidati da Achille Occhetto, che a loro volta subirono una batosta elettorale così imprevista e devastante da costringerli a un ripensamento non si sa quanto terminato ancor oggi. Nei fatti, quella vittoria e quel bipolarismo contribuirono a plasmare intere generazioni di italiani mentre la politica cambiò per sempre, accelerando bruscamente attraverso gli strumenti del marketing, dell’immagine e della comunicazione. Quel 27 marzo fu un passaggio chiave anche perché altri vecchi o nuovi poteri rimasti spiazzati, da quello giudiziario a quello mediatico a quello economico, presero a ridisegnare un proprio ruolo e una propria dialettica più e meno democratica.” La politica italiana, difatti, cambiò, passando dal pensiero, dalla militanza e dall’azione che avevano caratterizzato l’operato delle forze democratiche nate ben prima delle due guerre mondiali (movimento cattolico compreso), al marketing e alla comunicazione, ma unidirezionale, imbonitrice (alla stregua dei venditori della tv Wanna Marchi e Roberto Da Crema, per intenderci), che drogava e droga attraverso il potere mediatico della televisione con programmi di parte, stupidi e assurdi, che il popolicchio italiano beve come acqua dopo tre giorni di deserto.
È stato l’inizio, non la fine, dei dogmi. E personaggi “strani”, discussi e discutibili, in parlamento, nelle istituzioni, nei rapporti con i poteri paralleli (di vario genere), hanno preso piede. Quel 27 marzo è stato un passaggio-chiave, si, ma per iniziare a stravolgere le fondamenta di quella democrazia che, nel bene e nel male, nella Prima Repubblica aveva sortito risultati soddisfacenti e aveva conferito all’Italia un’immagine decorosa all’estero. Ai corruttori e ai corrotti della Prima Repubblica si sono sostituiti quelli della Seconda, con parametri ben diversi, più “ricchi”, in quanto la forbice tra la ricchezza e la povertà da Silvio in poi si è sempre più allargata, intendendo il welfare come un mezzo per affermare in inglese anziché in lingua italiana la caduta di diritti faticosamente acquisiti per i cittadini negli anni precedenti, soprattutto in forza delle riforme sulla sanità, sull’istruzione e sul lavoro che portavano firme socialiste.
Il popolo italiano capisca che non c’è nulla da festeggiare: lo faccia pure Tajani con i suoi compari in quel di Napoli. La “festa” all’Italia è stata fatta trenta anni fa, ed è ben peggiore (senza per questo voler sminuire o derubricare i guasti del passato) di Tangentopoli e dintorni. Le forze di sinistra hanno l’obbligo di contrastare un regime che, avviato da Berlusconi, è ora nelle mani della destra fascista, e l’uomo di Arcore ne ha grande responsabilità. Contrastare, con decisione e tenacia, magari utilizzando le sue stesse armi, Machiavelli docet. Il gioco, lo sappiamo, si sta facendo pericoloso.
E se ancora è permesso parlare di Marx senza censure o rappresaglie, è utile rammentare una sua affermazione: “La maggior parte dei sudditi crede di essere tale perché il re è il Re, non si rende conto che in realtà è il re che è Re perché essi sono sudditi.”
Letterio Licordari

