Tra le numerose ricorrenze storiche del 2025, concentrate soprattutto sull’80° anniversario dell’apertura dei cancelli di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa (con tutte le polemiche riferite alla contestuale risoluzione del Parlamento Europeo sull’equiparazione tra nazifascismo e comunismo, volendo tralasciare gli squallidi teatrini ipocriti e “commoventi” di una destra che oggi incassa ingiustificabili consensi) e sul prossimo 25 aprile, data della Liberazione dell’Italia dall’oppressione, anche psicologica, del fascismo, va ricordato che il 30 gennaio del 1945, sempre ottanta anni fa, venne concesso il voto alle donne (detto anche “suffragio femminile”). L’Italia non era stata ancora liberata ed era ancora monarchica, e al Nord i partigiani combattevano ancora sulle montagne per raggiungere l’affrancamento dal periodo più buio del secolo scorso. Quel giorno (anche se il decreto luogotenenziale venne emanato nella giornata successiva), il Consiglio dei Ministri, presieduto da Ivanoe Bonomi (già socialista poi confluito nel Psdi), approvò la proposta congiunta del democristiano Alcide De Gasperi e del comunista Palmiro Togliatti. Ritenuta “inevitabile” l’estensione del diritto al voto alle donne, che tanto avevano già dato e continuavano a dare alla causa partigiana, supportata anche dal mondo cattolico (che parlava del voto come di un “dovere”), la proposta venne approvata, anche senza il favore del Partito d’Azione, del Partito Liberale e del Partito Repubblicano. Ne uscì fuori, però, una sorta di pastrocchio tra le anime comuniste e quelle scudocrociate: si trattava di elettorato attivo, quindi solo per esprimere il voto, e non di quello passivo e riguardava solo coloro che avevano compiuto i 21 anni, “salvo le prostitute”. Se per consentire l’eleggibilità delle cittadine italiane venne in seguito emanato un decreto “sanatorio” dall’allora Luogotenente Generale del Regno, Umberto di Savoia, per la disgustosa discriminazione riguardante le cittadine schedate che lavoravano al di fuori dei locali dove potevano esercitare la professione (definite “vaganti” nel corpo dell’art. 3 del decreto del 31 gennaio 1945) non vennero adottate modifiche. Si era ancora in un “pre-dopoguerra” e la Legge Merlin, di ispirazione socialista, arrivò molti anni dopo, nel 1958: il testo del decreto aveva subìto l’influenza bigotta della parte democristiana e l’ulteriore distinzione tra “vaganti” e “contrattualizzate” concedeva il diritto di voto alle tenutarie delle case chiuse ma non a quelle donne che oggi si definirebbero “free” nell’esercizio della loro attività. Un decreto ipocrita e non corrispondente al momento di riscatto che intendeva caratterizzare una Italia uscita (e non ancora del tutto, all’epoca) con le ossa rotte dalla guerra. Per il voto alle donne, peraltro, si era speso anche Mussolini, che nel 1924 intervenne in un Convegno femminista internazionale, che si teneva a Roma (era già riconosciuto all’epoca il suffragio femminile in Gran Bretagna, Austria, Lussemburgo, Germania, Svezia, Belgio, Olanda e, oltre oceano, negli USA, in Nuova Zelanda e nel Canada) per promettere, e poi attuare, una legge sull’estensione del voto amministrativo alle donne: fu definita “legge beffa” (era la n. 2125 del 22 novembre 1925, cosiddetta “del voto alle signore”) perché riconosceva solo un diritto amministrativo, con una forte limitazione riguardante la partecipazione solo per alcune categorie di donne. Peraltro, legge di breve durata, perché già nel 1926 l’elettorato amministrativo locale venne superato con la nomina governativa della figura del podestà. Una ricorrenza, quindi, quella del 30 gennaio, che ha fatto riflettere sul faticoso cammino per il riconoscimento dei diritti del genere femminile, ancora oggi limitato in molti ambiti, non solo durante l’obbrobrioso ventennio fascista ma, purtroppo, anche nel periodo antecedente la repubblica. Tuttavia, le donne (prostitute escluse, forse) andarono a votare in massa al referendum del 2 giugno 1946 (percentuale notevole, circa l’82%), ma qualche mese prima, in più tornate amministrative vennero elette nel Paese circa duemila consigliere comunali e ben 11 prime cittadine (Ninetta Bartoli, Elsa Damiani, Margherita Sanna, Ottavia Fontana, Elena Tosetti, Ada Natali, Anna Montiroli, Alda Arisi, Ines Nervi, Caterina Tufarelli Palumbo e Lydia Toraldo Serra, queste ultime tre in Calabria). Ci sarebbe stato in seguito molto altro da fare. Tra le puttanate che si leggono (che si vuol far leggere, divulgare) si sente dire che fu grazie al Duce se le donne poterono votare, al punto che oggi ci ritroviamo un presidente del Consiglio donna(!), e – diciamolo – anche qualche “vagante”, molto probabilmente. In realtà nulla di più inesatto, come si può evincere da quanto sopra scritto, essendo arcinoto che il fascismo trattava le donne solo come fattrici, mentre la “legge beffa” avrebbe consentito (ma solo per pochi mesi, quindi teoricamente) l’esercizio al diritto di voto per le donne con molte limitazioni (dovevano essere decorate di medaglia d’oro al valor militare o civile, madri di caduti in guerra, vedove di caduti non private del diritto alla pensione, saper leggere e scrivere, essere in regola con le tasse comunali, ecc.). Le donne escluse, sin dalle prime riforme elettorali del 1882 e del 1895, che allargavano il diritto a una parte degli operai in un sistema legato al criterio censuario (in realtà, al suffragio maschile si perverrà nel 1912), avevano già iniziato a percorrere le vie giudiziarie per il riconoscimento dei loro diritti presentando numerose petizioni, tutte però bocciate, sostenute sin dal 1877 dalla socialista Anna Maria Mozzoni, giornalista e attivista dei diritti civili, pioniera del movimento di emancipazione delle donne in Italia.

