La Direttiva 2001/55/CE del Consiglio Europeo ha riunito in un unico atto le norme minime sulla concessione di una Protezione Temporanea e l’introduzione di questa fattispecie è stata affrontata in un precedente articolo. Lì abbiamo visto come, in particolari circostanze le nazioni, per far fronte ad un improvviso flusso di persone che rischia di travolgere i propri normali sistemi di asilo, come avvenne durante il conflitto dell’ex Jugoslavia, offrono Protezione Temporanea. Ciò consente alle persone di essere celermente ammesse in Paesi sicuri, ma senza nessuna garanzia di asilo permanente. Quindi la Protezione Temporanea può operare a vantaggio sia dei governi che dei richiedenti asilo in circostanze specifiche. Ma si tratta di uno strumento che si aggiunge e non si sostituisce, alle più generali misure di protezione offerte dalla Convenzione, tra cui l’asilo per i rifugiati. Ma le emergenze negli anni ’90 non terminano di certo qui, non va infatti dimenticato l’esodo dei ruandesi, o l’esodo di massa dopo la guerra in Somalia. La mondializzazione (cioè l’unificazione delle culture, ma anche l’erosione delle culture nazionali e locali), mette in forse l’intangibilità delle frontiere nazionali, con ripercussioni sulla protezione dei rifugiati. L’attuale struttura di tale protezione fu concepita per un sistema statocentrico. In virtù della Convenzione del 1951 sui rifugiati, il rifugiato è colui che non si può avvalere della protezione del proprio Stato e che ha attraversato un confine internazionale, espressione tangibile dei limiti della sovranità territoriale di quello Stato. Orbene, quando gli Stati perdono in larga misura la capacità di controllare ciò che attraversa le loro frontiere, come pure ciò che succede nel loro interno, non si può che mettere in dubbio l’attuale rilevanza di concetti come la sovranità e i confini nazionali. I beni e i capitali circolano più facilmente che mai, e gli operatori economici, i turisti e gli studenti si muovono costantemente attraverso frontiere sempre più invisibili. Per contro, i governi sono ancora decisi a regolamentare i movimenti non desiderati delle persone. In molti casi, le rigorose misure intese ad impedire l’ingresso a chi non è autorizzato impediscono a chi ha realmente bisogno di protezione di raggiungere un Paese in cui mettersi al sicuro. La mondializzazione ha molte altre conseguenze, positive come negative. Sebbene quasi ogni parte del mondo sia interessata al fenomeno, il suo impatto è estremamente disuguale. I rapidi mutamenti legati all’espansione dell’economia di mercato hanno scavato il fossato fra i Paesi più ricchi e quelli più poveri, con ripercussioni sulle migrazioni su scala mondiale, una crescente emarginazione di determinati gruppi nei Paesi industrializzati e un aggravamento del clima anti-immigrati, assieme ad una crescente ostilità nei confronti dei richiedenti asilo. Fra le organizzazioni che meglio si sono adeguate alla mondializzazione e che ne sfruttano al massimo le potenzialità vi sono quelle del crimine organizzato. L’anonimità delle transazioni finanziarie per via elettronica, lo snellimento della regolamentazione, nonché l’enorme incremento degli scambi commerciali e dei viaggi facilitano le attività criminose transnazionali. I loro proventi alimentano conflitti che generano milioni di rifugiati e sfollati. Queste reti sofisticate si sono, inoltre, rese rapidamente conto dei potenziali profitti legati al traffico di esseri umani e di migranti clandestini, e hanno creato un vero e proprio servizio, organizzato su scala mondiale, per trasferire le persone verso Paesi nei quali non sono autorizzate ad entrare. Uno studio del luglio 2000 rivela che proprio il successo delle misure intese a impedire l’immigrazione non autorizzata in Europa come la rigorosa politica dei visti, le sanzioni a carico dei vettori, gli accordi di riammissione e simili spinge i rifugiati, che cercano disperatamente di sottrarsi alle persecuzioni, nelle braccia dei trafficanti di esseri umani.

