Ma tutto va bene, secondo il governo. Sempre più ricchezza per pochi. E i poveri, come gli ignoranti, fanno comodo
L’ISTAT ha diramato un report decisamente allarmante sullo stato della povertà in Italia. Mentre il governo continua a contribuire ai numeri impressionanti incidendo sulle famose accise la cui abolizione era stata un cavallo di battaglia elettorale di Meloni & C. e, di fatto, colpendo sempre di più le fasce basse di reddito già rientranti nelle fasce di povertà o borderline, la forbice si allarga sempre di più, perché la ricchezza (e non tutta derivante da lavoro e spesso da lavoro “colored”) è fortemente in mano a pochi.
Di certo non è nelle mani di quasi 5,7 milioni di persone, quasi il 10% della popolazione italiana, per i quali si può parlare di povertà assoluta. E queste persone costituiscono, a livello familiare, l’8,4% della popolazione. Se poi leggiamo ancor più dettagliatamente i dati, la povertà assoluta tra le famiglie nelle quali è presente almeno uno straniero supera il 30%.
L’autoreferenzialità di un governo che spiffera allegramente dati non veritieri riferiti a un Paese in salute e in crescita (un po’ come avviene – purtroppo – per i malati terminali che dicono di sentirsi bene anche quando mancano pochi giorni alla dipartita) e il non mascherato avallo per l’arricchimento dei pochi, persino con ulteriori agevolazioni fiscali (non si dica che con la nuova finanziaria sono colpite le banche perché a pagare saranno sempre quelli che stanno ai “piani inferiori”, le banche sono una sorta di “sostituto d’imposta” perché si rivalgono sui loro clienti), fanno tornare alla mente ideali e valori che sembrano lontani anni luce dalla realtà politica e sindacale di questi ultimi disastrosi anni.
“Il socialismo è portare avanti tutti quelli che sono nati indietro”, è un’espressione di Pietro Nenni che è stata dimenticata. La scarsa influenza e presenza dei socialisti nella politica italiana si vede, si tocca con mano. Oggi restiamo allibiti quando leggiamo, tra i proclami di una destra sempre più cinica e indifferente, di una confusione, propagandata da una cultura capitalistica che non ha una visione netta del lavoro, inteso come quantità astratta mercificabile, poiché il lavoro è cosa ben diversa dal valore della forza lavoro, che è fatta di persone e non di merci. Quale reale crescita apporta a un Paese un incremento (oggettivamente solo virtuale e derivante da particolari calcoli e algoritmi facilmente manipolabili) dell’occupazione (sempre secondo fonti filogovernative) se i salari sono i più bassi del resto degli Stati dell’UE?
I dati dell’ISTAT, che sono riferiti al 2023, rischiano di diventare ancora più inquietanti per il 2024 e per gli anni successivi. Che ci siano i poveri, così come ci sono gli ignoranti, fa comodo, soprattutto ai governi di destra. Oltre alla frase di Nenni viene, peraltro, dimenticato anche l’art. 4 della Costituzione.
E i poveri crescono sempre più, mentre i media pubblicizzano la pizza di Briatore che costa 65 euro e Stellantis propone ai propri cassintegrati l’acquisto di una Maserati. E con la rabbia di vedere sperperate risorse importanti per sostenere le guerre altrui e per le crociere di deportazione di (altri) poveri, i migranti sbattuti in un supercarcere dell’Albania, ma è meglio fermarsi qui, senza allargare il campo alla distruzione dello stato sociale e sugli ammalati ricchi e quelli indigenti. Sulla povertà c’è lo stesso cinismo che viene manifestato per gli immigrati e per le popolazioni in guerra, per non dire della xenofobia. E nel XXI secolo non si possono tollerare atteggiamenti del genere.

