PIU’ NATO, MENO SICUREZZA?
Nei decenni segnati dal lento passaggio dalla guerra fredda alla distensione (a partire dalla morte di Stalin e dalla soluzione pacifica della crisi di Cuba) c’era l’Unione sovietica; l’Armata rossa era al centro dell’Europa, a poca distanza dalle sue grandi capitali; e i partiti comunisti, variamente legati a Mosca, esercitavano un ruolo importante all’interno dei paesi occidentali.
Tutto ciò alimentava, come era logico che fosse, periodici allarmi e richiami all’ordine “made in Usa” che, però, trovavano qui da noi un’eco limitata. Eravamo tranquilli. E mentalmente liberi. Al punto di pensare e di portare avanti politiche che hanno portato l’Europa ad impegnarsi, in prima persona, nella costruzione di un mondo multipolare, mentre, per quanto ci riguarda, l’internazionalismo socialista continuava a svolgere un ruolo assolutamente determinante nei processi che hanno portato alla caduta del Muro. E alla dissoluzione pacifica, anzi “pactada”, dei regimi comunisti.
Oggi, a poco più di trent’anni data, la Russia è retrocessa di centinaia e centinaia di chilometri; mentre la Nato è arrivata alle porte di San Pietroburgo, impegnando le sue risorse in una guerra il cui obbiettivo conclamato era e rimane quello di chiuderne l’accesso al Mar Nero, retrocedendola così, in un regime che potremmo definire di libertà vigilata, al rango di un Granducato di Moscovia, aperto ad Oriente ma in permanente quarantena in occidente.
Si è molto discusso, a questo riguardo, sul venir meno a impegni assunti dall’Occidente di non estenderne i confini, in cambio del sì di Mosca all’unificazione della Germania in ambito Nato. Ma si trattava, in ogni caso, di impegni verbali e perciò per nulla vincolanti. E per il semplice motivo che l’allora dirigenza sovietica, quella di Gorbaciov, dava per scontato che Mosca sarebbe stata accolta come partner a pieno titolo dell’occidente nel nuovo ordine mondiale, mentre gli Stati Uniti di Clinton la consideravano come un paese sconfitto a cui insegnare cosa pensare e come comportarsi prima di essere riammesso in società. Provocando così disastri cui lo stesso Putin sarebbe stato chiamato, con il consenso Usa, a porre rimedio.
Il periodo successivo sarebbe stato segnato da due processi il cui “combinato disposto” avrebbe portato alla crisi attuale.
Il primo, tutto interno, coincide con la sconfitta, e poi con la cancellazione storica, dei protagonisti degli eventi che avrebbero portato alla caduta del Muro: uomini del dissenso e comunisti gorbacioviani. Per essere sostituiti nel verdetto delle urne da un populismo revanscista, alimentato dal ricordo delle offese passate, con tutti i connotati del caso. Il tutto, accompagnato dalla pratica scomparsa, e comunque, dalla quasi generale emarginazione della sinistra, anche, se non soprattutto, nella sua componente socialdemocratica.
Il secondo, di natura internazionale, ha invece a che fare con l’entrata nell’Ue e, soprattutto, nella Nato, dell’Europa dell’Est, dal Baltico al mar Nero; con la presenza, in lista d’attesa, dell’Ucraina. Una scelta che, per inciso, ha inflitto alla costruzione europea due colpi mortali. Il primo, la costruzione, in politica internazionale, di un asse Washington/ Londra/ Varsavia, pietra tombale dell’autonomia internazionale del nostro continente. Il secondo, un’unificazione economica non accompagnata da un comune sentire sui principi fondanti di uno stato di diritto che ne ha paralizzato il funzionamento.
Tutto ciò, peraltro, non sembra avere accresciuto la nostra sicurezza. A partire dalla percezione dei pericoli che incombono. In una situazione in cui si moltiplicano gli “all’orso, all’orso”. Animale, peraltro, che può assumere le più diverse sembianze: dall’aggressore militare in piena regola (generali tedeschi, destre scandinave) al destabilizzatore (baltici) sino al subdolo diffusore di disinformazioni nascosto sotto i nostri letti (Italia). Per tacere delle “interferenze”, legittime che dico naturali se praticate, da sempre, dallo zio Sam ma ora intollerabili se provengono da Mosca.
Molti di noi (me compreso) riterrebbero questo isterismo del tutto ingiustificato. E con ottime ragioni. Ma non è questo il punto; perché quello che dobbiamo capire sono le ragioni di questo panico generalizzato.
In premessa, la totale incapacità dell’occidente, e soprattutto del suo stato/guida, di comprendere il punto di vista e, quindi, le ragioni dell’avversario. Obama, nelle sue memorie, ricorda con evidente fastidio l’aver dovuto ascoltare le lamentele di Putin circa l’allargamento della Nato ad Est; Biden non si sarebbe comportato in modo diverso nei mesi precedenti l’invasione. Mentre, nel caso specifico, era chiaro come il sole che la Russia intendeva allontanarsi dall’occidente, chiudersi all’occidente e non certo invaderlo; in una logica tutta difensiva.
In questo quadro l’isteria guerrafondaia è chiaramente alimentata da un calcolo politico. Perché serve, alle classi dirigenti di destra così come ad élite ansiose di servilismo, a giustificare la corsa agli armamenti e alla invenzione del nemico interno. A spese della ricerca della verità e delle più elementari regole del confronto democratico.
Ma c’è anche dell’altro. La convinzione profonda, che peraltro non osa ancora manifestarsi, che la ragion d’essere della Nato – leggi la garanzia dell’intervento americano, in caso di attacco esterno a uno dei paesi membri – valga ancora ma solo sino a un certo punto.
Per capire di che si tratta, possiamo lasciare la parola a Biden. Politico che, per gli osservatori, è una risorsa inesauribile; perche, come diceva mia zia Giuliana: “apre la bocca e lascia andare”. Tradotto in termini appena appena più aulici, perché dice quello che pensa ma non pensa a quello che dice.
Così, per chiedere più armi e più aiuti a Zhelensky, il Nostro sostiene quanto segue: “bisogna impedire che la Russia vinca; perché, se vince, attaccherà un paese Nato; e se attacca un paese Nato può scatenare una guerra mondale; evento che gli Stati Uniti intendono assolutamente evitare perché non vogliono esserne coinvolti”.
Per un osservatore neutrale, una sentenza suicida perché basata su di una serie di ragionamenti contraddittori se non inconsistenti.
Per un pacifista, un sostegno alle sue tesi al di sopra di ogni sospetto.
Per un atlantista “guerrafondaio”, il panico. L’incubo che si materializza. La presa d’atto del fatto che l’America, una volta disposta a entrare in guerra in caso di un attacco alla Germania o all’Italia, ci penserebbe oggi due volte prima di intervenire in soccorso di un paese baltico o della stessa Polonia, soprattutto se coinvolti in un conflitto a bassa intensità. Magari scatenato da una loro provocazione. Oggi con Biden; figuriamoci domani con Trump.
Come reagire allora? Aprirsi a un’ipotesi di tregua? Impensabile. Prendere atto della situazione, costruendo un sistema di difesa europeo, con relativo aumento massiccio delle spese militari e degli apparati di sicurezza? Auspicabile ma invendibile a un’opinione pubblica ancora in grado di dire la sua nelle urne.
Rimane, allora, il nulla. Avanti così facendo finta di non aver sentito; o magari sperando che Biden non si ricordi di quello che ha detto.
Per noi la conferma piena di quello che sosteniamo da sempre (a partire dalle riflessioni del compagno Borioni): che la sicurezza è indivisibile; e che negarla sistematicamente all’Altro significa toglierla anche a noi.
Alberto Benzoni

