Dal punto di vista della classe dei lavoratori in questo articolo troviamo una:
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Preoccupazione per la globalizzazione finanziaria: sui lavoratori si riversano gli impatti della globalizzazione finanziaria quindi sulle loro condizioni di lavoro, comprese le sfide legate alla deflazione salariale e alla perdita di posti di lavoro nelle imprese più piccole a favore delle grandi multinazionali.
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Sensibilità alla lotta di classe: L’articolo fa riferimento alla necessità di una “difesa conflittuale di classe” e di solidarietà internazionale tra i lavoratori.
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Riflessione sulla flessibilità del lavoro: La menzione delle riforme del mercato del lavoro che tendono a precarizzare i contratti e a delocalizzare le industrie comporta una preoccupazione tra i lavoratori riguardo alla sicurezza del lavoro e alla stabilità occupazionale.
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Divaricazioni all’interno della classe lavoratrice: L’articolo suggerisce che ci possono essere divaricazioni all’interno della classe lavoratrice, con il ceto medio commerciale e artigianale che può reagire in modo diverso rispetto ai salariati. Queste divergenze potrebbero portare a una riflessione sulle complesse dinamiche socio-economiche all’interno della classe lavoratrice stessa. La redazione di forzalavoro
Europa o Occidente?
Il racconto sugli scopi valoriali sottostanti la nascita delle istituzioni europee sgombera il campo da quella che è stata una vera e propria mitizzazione dell’istituzione sovranazionale. L’Unione Europea, presentata come il rifugio dello spirito democratico che ogni buon cittadino comunitario ha il dovere morale di difendere da oscure minacce esterne, ha rappresentato il compimento di un progetto oligarchico, coscientemente disarcionato dalle logiche democratiche. Seguendo la catechesi neoliberale ha permesso di privatizzare il diritto pubblico, sancendo la supremazia giuridica agli interessi degli operatori di mercato, fatti Stato. L’evidente intreccio tra privati e Governance è alla base delle contraddizioni politiche precedentemente esaminate. Oggi la composizione delle grandi aziende capitalistiche non ha alcuna patria, è diffusa senza prendere in considerazione confini, fluttua nel cosmo appoggiandosi alle libertà giuridiche codificate dagli organismi internazionali come l’Ocse e come appunto l’Unione Europea.
Le multinazionali sembrano una costellazione aggrovigliata di pochi proprietari che si spartiscono cariche nei consigli di amministrazione, missioni manageriali, quote azionarie e attività lobbistiche.[1] Questo gomitolo inestricabile e quasi inintelligibile, fa sì che esse si presentino come un blocco sociale compatto, capace dunque di progettare e attuare indirizzi politici coerenti non solo per problematiche fiscali, occupazionali o industriali, ma anche per ciò che concerne questioni internazionali. L’UE è una di quelle cattedrali messe in piedi, perché quegli scopi privati si trasformino in decisioni politiche. Lo spirito culturale delle corporations non è europeo, ma occidentale.
Occidente è concetto ben differente da Europa e la sua egemonia è perfettamente sovrapponibile a quella statunitense. Con il termine occidente si fa riferimento non solo a un’area geografica, ma anche a una declinazione intellettuale delle personalità. Si prendano ad esempio gli appartenenti alla superclass o i grandi manager provenienti dai paesi emergenti. Spesso essi hanno doppia cittadinanza, ma nel caso ne siano sprovvisti, hanno comunque goduto di una formazione di stampo nordamericano. Il cosmopolitismo, digerito nelle scuole di business o nelle prestigiose università private, nasconde una didattica coloniale, accettata dai nuovi arrampicatori del prestigio in maniera volontaria. Prima dell’espansione nordamericana, l’Occidente era luogo sconosciuto, al massimo esistevano i popoli civilizzati corrispondenti ai grandi Stati europei.
La globalizzazione finanziaria è stata condotta non solo economicamente ma anche politicamente dalle multinazionali di stampo occidentale. La concentrazione di potere nelle loro mani è aumentata smisuratamente e sono ormai capaci di disegnare indirizzi strategici che possono andare in contrasto con gli interessi dei singoli Stati. I blocchi che oggi si contrappongono nei conflitti tra Ucraina, Medio Oriente e Africa vedono da un lato i protagonisti della globalizzazione a guida statunitense, dall’altro quei Paesi, racchiusi nell’organizzazione dei Brics, che in maniera differente l’uno dall’altro, regolano ancora i conti dell’economia attraverso un forte controllo pubblico.
In questo scenario l’UE è impossibilitata geneticamente nel rappresentare gli interessi della popolazione europea. Non è nata per quel motivo e senza il mandato imperativo di privatizzare il diritto pubblico, non sarebbe mai stata concepita. Per un’idea di Europa che possa essere ricostruita, occorre in primo luogo fuggire da quella esistente, ma non tutte le fughe hanno lo stesso sapore.
Una fuga a sinistra
Elevare il principio di concorrenza a rango costituzionale non è azione da sottovalutare, perché imprigiona le politiche pubbliche in strettissimi paletti di spesa pubblica, di gestione diretta dello Stato su comparti economici strategici e di difesa dei salari. La concorrenza definisce la scomparsa del conflitto tra capitale e lavoro per dipingere una collettività di consumatori omogenei nei loro bisogni e mimetizzati nell’obbligo esistenziale di essere impresa. Si pensi all’obiettivo della piena occupazione presente nei trattati istitutivi dell’UE, dove si sottopone quel dovere statale al perseguimento di un’economia fortemente competitiva. L’espressione fortemente è già un programma di governo dettato dai competitor privati.
In più l’adozione dell’euro, congegnata secondo i parametri cari al vecchio marco tedesco[2] che volevano una valuta forte, mai svalutabile, ha reso continuamente svalutabile il lavoro, in modo che gli investitori avessero mano libera nel collocare i propri capitali in uno Stato o nell’altro.
Il parto dell’eurozona, dunque, ha colpito indistintamente due blocchi sociali molto differenti per sensibilità politica, per estrazione culturale e per coscienza di classe. Da un lato ha minato la capacità di resistenza dei salariati, colpiti dai meccanismi di deflazione salariale causati dal tasso fisso di cambio. Dall’altro ha impoverito il vecchio ceto medio commerciale e artigianale, il settore della piccola e media impresa; soggetti questi non capaci di inserirsi nelle catene internazionali del valore, dominate, in un sistema a libera circolazione dei capitali, dalle grandi imprese multinazionali.[3]
Mentre la capacità organizzativa e conflittuale dei primi è stata assoggettata al pensiero corrente e sfibrata dalle continue riforme del mercato del lavoro tese a precarizzare i contratti, a esternalizzare le commesse e a delocalizzare le industrie in paesi con costi manifatturieri più vantaggiosi per gli investimenti, la forza contestativa dei secondi si è fatta negli anni più rumorosa. Motivo per cui quel vecchio ceto medio conservatore e spesso reazionario ha preso la prima linea nei movimenti di opposizione all’impalcatura neoliberale dell’Unione Europea. Questa meccanica ha consolidato un inganno.
Il ceto medio impoverito dalle dinamiche di finanziarizzazione globale dell’economia non contesta espressamente l’ideologia concorrenziale, non disdegna la propagazione del libero mercato; ne contesta una sua presunta falsificazione. Quindi parte da un giudizio positivo sulla libera concorrenza economica, corrotta però dalla protervia dei grandi player finanziari, delle banche d’affari e delle istituzioni a loro libro paga. La critica non si concretizza sull’essenza capitalista, ma sul suo condizionamento agevolato da soggetti economici tanto grandi da costruire oligopoli che strozzano i piccoli.
Questo sentimento di frustrazione ha dato origine ai maggiori sconvolgimenti politici degli ultimi anni, dalla Brexit all’elezione di Trump, nei quali la classe lavoratrice ha svolto un ruolo di secondo piano in termini egemonici. Lo spartito introdotto dalla cultura antiglobalizzazione di destra non è funzionale, né a risolvere la questione dell’ingiustizia sociale consolidatasi nell’era finanziaria, né a far prendere coscienza le popolazioni occidentali sulla posta in gioco nel terreno delle relazioni internazionali.[4]
Per questo motivo un’eventuale uscita dalla gabbia dei vincoli sovranazionali non può non essere condotta seguendo differenti canovacci interpretativi rispetto a quelli sino a oggi manifestati. Appare infatti del tutto inutile un ritorno allo Stato nazionale che opera in piena sovranità se non si ribalta la concezione neoliberale dell’economia, dello Stato e della società. Ripudiare il nesso tra concorrenza e libertà vuol dire riappropriarsi di un patto costituzionale incentrato sul riconoscimento del conflitto come motore della democrazia. Incentrare una sovranità sulle capacità del capitale nazionale, libero comunque di incenerire la giustizia sociale, comporterebbe una riedizione ammodernata del vecchio stato liberale; quello che condusse direttamente al fascismo.
Al contrario solo una presa di coscienza dei lavoratori sulle storture dispotiche della costruzione europea, descritte in questo breve scritto, aprirebbe la strada a un rinnovamento politico con conseguenze dirette anche in politica estera. Ciò che dovrebbe essere recuperato è il connubio diretto tra la difesa conflittuale di classe all’interno dei singoli paesi e la solidarietà internazionale per i popoli oppressi e colonizzati dal grande capitale occidentale. Per un riposizionamento internazionale del paese, nel momento in cui la guerra offre scenari disturbanti come il genocidio in corso del popolo palestinese o il preoccupante calpestio della NATO verso l’est. Le ragioni degli stati europei, oggi nascoste, potranno riaffacciarsi solo attraverso un distacco dall’Occidente nord-americano.
[1] Per un campionario delle grandi aziende mondiali intrecciate da incarichi reciproci cfr. G. Galli e M. Caligiuri, Come si comanda il mondo – Teorie, intrecci, volti, Rubbettino, Soveria Mannelli 2017.
[2] La scelta fu imposta dalla Germania come contropartita per i costi che doveva fronteggiare a causa della riunificazione con la DDR. La moneta unica doveva funzionare come “metodo di governo” al fine di poter colonizzare quote di mercato dei paesi vicini. La circostanza è ben descritta da: J. Sapir, Bisogna uscire dall’euro?, Ombre Corte, Verona 2012, p. 22.
[3] La dinamica è ben espressa da D. Moro, La gabbia dell’euro – Perché uscirne è internazionalista e di sinistra, Imprimatur, Reggio Emilia 2018, p. 65.
[4] La storia di questa cultura, fiorita storicamente all’interno dell’individualismo americano è raccontata da: G. Galli e L. Gallesi, L’anticapitalismo di destra, Oaks editrice, Sesto San Giovanni 2019.

