Oggi ci terrei a fare un discorso che inizialmente potrebbe sembrare che voglia rovinare l’atmosfera festosa di questo giorno, ma realtà lo faccio con spirito costruttivo. Vorrei analizzare brevemente alcuni fenomeni accaduti durante la stagione delle lotte per Assange e delineare delle auspicabili prospettive future affinché ciò che gli è accaduto non possa ripetersi. Ci tengo inoltre a precisare queste sono solo le mie opinioni personali anche se basate su dei fatti.
La liberazione di Julian Assange ritengo sia avvenuta grazie all’intersezione di diverse cause tra le quali cito le seguenti:
1.
In Australia, suo paese d’origine, v’è un governo molto indebolito a cause delle molte politiche impopolari adottate. Questo ha permesso alla popolazione in protesta di poter esercitare in Parlamento una pressione molto più ampia del normale, cosicché il primo ministro Albanese ha dovuto esporsi per la causa.
2.
Negli USA dei Repubblicani hanno portato in Congresso una risoluzione per far cadere tutte le accuse. Anche una fetta di elettorato democratico non apprezza la persecuzione del giornalista e a questo si deve aggiungere la posizione sempre più debole del presidente Biden.
3.
Molti leader di altrettanti paesi del mondo, compreso il Papa, hanno mostrato solidarietà verso la causa, così come anche molte persone influenti (artisti, cantanti, eurodeputati, capi di governo eccetera).
Queste però sono solo le motivazioni più palesi alle quali si deve necessariamente aggiungere la formazione di un movimento internazionale e interclasse per la liberazione di Assange. Questo movimento è differente da altri sotto vari aspetti. Innanzitutto è opportuno ricordare che nella società neoliberale le proteste si devono uniformare a dei confini ben precisi e imposti, il cui fine è estinguere la possibilità di un vero e radicale conflitto sociale che in altre epoche ha consentito alle classi popolari di allontanarsi parzialmente dalle condizioni di degrado materiali e spirituali storicamente determinate. Alcuni dei mezzi che il Potere utilizza sono: la capacità uniformante del linguaggio politicamente corretto, il bombardamento etico a cui i media ci sottopongono ogni giorno, gli “influencer” e la compressione del tempo da dedicare sia a noi stessi che agli altri. Ciò porta a delle proteste sempre più divise e dirette, a volte, da coloro contro cui si dovrebbe protestare. Ne consegue che esse vanno bene solo se riguardano un diritto civile, un diritto individuale, una causa singola che deve essere combattuta di modo che non possa divenire origine di pretese realmente collettive. Si può dissentire su tutto purché esse non si intersechino, purché non si provi a verificare se quella o quell’altra siano in realtà legate da fili resi invisibili e che forse porterebbero a una critica sistemica dell’egemonia neoliberale, all’abbandono della filosofia del “there is no alternative”, ad un mondo multipolare in contrasto col catastrofico progetto di mondo unipolare agognato dai neocons statunitensi e magari, alla riemersione nel dibattito pubblico della tematica del conflitto di classe.
La particolarità del movimento per la liberazione di Assange risiede proprio nel fatto che nella stessa piazza, come abbiamo potuto vedere in parte, v’erano latino-americani, Iraniani, ucraini e russi, palestinesi, africani, deputati, contadini, operai, artisti, scienziati, che hanno parzialmente rinunciato (ed si è mostrato sufficiente) ad esprimersi entro quei confini di cui prima parlavo. Nelle manifestazioni davanti alle Royal Courts of Justice si parlava apertamente delle responsabilità degli USA e della NATO nello scatenamento di conflitti in tutto il mondo (come in Ucraina), dell’imperialismo occidentale, dello spionaggio che operano le agenzie di intelligence nei confronti dei cittadini, dello strapotere del complesso militare industriale, delle atrocità commesse da Israele nei confronti dei palestinesi, della collusione dei mass media e di tanto altro. Allora consentitemi di asserire che Julian Assange è stato liberato soprattutto grazie alla paura che alcuni cittadini provenienti da tutto il mondo potessero sempre più andare a fondo di certe tematiche e continuare ciò che gente come Assange ha cercato di fare: approfondire una critica radicale al sistema e così facendo, agevolare la strada verso una società più giusta per tutti.
Allora questo mio discorso è un invito a ricordare che unire quante più cause possibile, maturare una critica sistemica, non parziale e relativa alla particolare istanza temporale o locale; puntare all’internazionalizzazione e cercare un dialogo con le persone più diverse ove possibile, è una delle cose che il Potere teme di più.
Gianluca Catacchio

