Sono trascorsi 25 anni dalla pubblicazione di “Modernità liquida”, testo del sociologo, filosofo e saggista polacco (naturalizzato inglese) Zygmunt Bauman, molto venduto e diffuso, che ha dato vita ad animate discussioni riguardanti la società a cavallo tra il secolo scorso e quello attuale, ma che ancora oggi – alla luce di ulteriori intervenute modifiche nell’assetto geopolitico e sociale nel mondo – induce a valutare e considerare le problematiche affrontate dall’autore. La società “liquida”, difatti, non riconosce alternative allo stato di fatto, abbandonando ogni ipotesi di modifica sacrificandola all’autoaffermazione degli individui.
Bauman, scomparso nel 2017, ha sottolineato che il repentino passaggio a una fase dominata dalla liquidità, quindi dall’estrema mutabilità delle posizioni politiche, non può non trovare la causa nella caduta delle ideologie, con conseguente rinuncia da parte della politica a programmi di medio-lungo termine (assistiamo, peraltro, al più che parziale fallimento anche di quelli attuati riguardanti la transizione ecologica, anche ante-Trump 2).
Bauman ha denunciato la precarietà e l’instabilità dei tempi, richiamando tutti all’elaborazione di teorie politiche nuove da armonizzare, però, nel mondo globalizzato. Tuttavia, rimane la constatazione di difficoltà oggettive per “solidificare” nuove idee e nuovi programmi, tendendo a cronicizzarsi una società liquida, provvisoria e illusoria. Scriveva Umberto Eco su Bauman: “Con la crisi del concetto di comunità emerge un individualismo sfrenato, dove nessuno è più compagno di strada, da antagonista di ciascuno, da cui guardarsi. Questo soggettivismo ha minato le basi della modernità tanto agognata dalle ideologie, anche dalle forze conservatrici, l’ha resa fragile, donde – mancando punti di riferimento – tutto si dissolve in una sorta di liquidità. Con la crisi del concetto di comunità emerge un individualismo sfrenato. Si perde la certezza del diritto (la magistratura è sentita come nemica) e le uniche soluzioni per l’individuo senza punti di riferimento sono da un lato l’apparire a tutti costi, l’apparire come valore e il consumismo. Però si tratta di un consumismo che non mira al possesso di oggetti di desiderio in cui appagarsi, ma che li rende subito obsoleti, e il singolo passa da un consumo all’altro in una sorta di bulimia senza scopo”. La modernità liquida, in sintesi, è “la convinzione che il cambiamento è l’unica cosa permanente e che l’incertezza è l’unica certezza”.
Nella società attuale i guasti vengono acuiti da una recrudescenza del populismo, dell’indignazione e di un finto moralismo che entrano nel grande frullatore del disorientamento e della confusione. Ormai non ci meravigliamo più nel constatare che posizioni politiche mutano nell’arco di poche ore e se gli avversari diventano alleati senza idonee motivazioni. Non si intravedono prospettive, la liquidità sommerge anche le speranze, ormai l’apparenza ha superato la valenza, e il fine di lucro è una costante.
E, pericolosamente, la solidificazione riguarda solo l’erezione di muri, fisici (come quello del confine tra USA e Messico) o virtuali che siano, e di mille barriere, anche psicologiche, che fanno proliferare il nazionalismo, la prevalenza delle etnie, il razzismo, la violenza, la tirannia. E in una società liquida impera la finanza, che “consolida” ricchezze per pochi e povertà per molti, e che ha sostituito ormai da tempo il peso della politica, così come ingrassano le organizzazioni criminali, quelle sì che si sono adeguate alla globalizzazione.
Ma spesso, come sappiamo, per risolvere molti mali bisogna guardare al passato e riscoprire i valori del socialismo, troppo presto accantonati, anche da chi ha preferito il verbo di Proudhon a quello di Marx. Scriveva Bauman nel 2000: “Il secolo che viene può essere un’epoca di catastrofe definitiva. O può essere un’epoca in cui si stringerà e si darà vita a un nuovo patto tra intellettuali e popolo, inteso ormai come umanità”.

