Le politiche economiche europee, statunitensi e asiatiche, e non solo queste, si rivolgono, da anni, a parametri liberisti, ai quali – giocoforza – devono sottostare anche quei pochi governi a trazione socialista o di centrosinistra (la Spagna, ad esempio). Politiche che privilegiano la competitività, la concorrenza e i mercati, con interventi pubblici discutibili per le modalità di gestione e una scarsa attenzione alla redistribuzione dei redditi, quindi anche al lavoro e alla dignità delle persone.
A 65 anni dalla sua scomparsa (27 febbraio 1960), va ricordata una figura che aveva “rotto” i parametri preesistenti negli anni Cinquanta e Sessanta dello scorso secolo, anche se le attenzioni al sociale non erano trascurate: quella di Adriano Olivetti, definito “socialista utopista” per via dei suoi progetti politici e industriali incentrati sul lavoro e sulla qualità della vita dei lavoratori, non solo nella sua nota azienda di Ivrea (altamente innovativa, che dava fastidio anche agli Stati Uniti, indietro nella ricerca, soprattutto per quanto atteneva allo sviluppo dei calcolatori elettronici).
Socialista Olivetti lo era. Si era interessato di politica e società da giovane, aveva collaborato alle riviste “L’azione riformista” e “Tempi Nuovi” (entrambe sostenute dal padre, Camillo, che ne era l’editore), e aveva poi avuto contatti con Piero Gobetti e Carlo Rosselli. Dopo il delitto Matteotti aveva esternato vivacemente il suo antifascismo in Piemonte, e aveva partecipato, assieme a Ferruccio Parri, Sandro Pertini, Carlo Rosselli e altri socialisti, alla fuga di Filippo Turati in Corsica. Ma per un breve periodo, essenzialmente legato alla sopravvivenza della Olivetti, fatto che lo coinvolgeva direttamente e nell’interesse dei suoi dipendenti, era stato anche tesserato al PNF e aveva anche stretto rapporti con Giuseppe Bottai, che tra i dirigenti del fascismo era considerato uno spirito libero.
Il “modello Olivetti” rimane un esempio che in molti hanno identificato come “strada da riscoprire”. Franco Ferrarotti, sociologo scomparso nel novembre del 2024, ha riassunto la sua esperienza con Olivetti in un testo molto interessante, “Comunità e democrazia nel pensiero politico di Adriano Olivetti”. Nella pubblicazione evidenzia la poliedricità del pensiero dell’industriale di Ivrea, nel quale si ritrovano valori essenzialmente legati al socialismo e al mondo cattolico, concentrandosi sul fatto che uno stato democratico deve intervenire al fine di garantire “de jure” un contenuto politico orientato al sociale. In molti hanno, però, individuato nel “modello” un marchio federalista, evidentemente influenzato dal periodo in cui Olivetti ha vissuto in Svizzera, e l’organizzazione politica e sociale dei territori che si integravano con gli stabilimenti produttivi, e comunque un federalismo ben diverso da quello del verbo leghista dei nostri giorni.
Indenne dall’ostracismo del fascismo (che, anzi, Duce in persona, apprezzava lo sviluppo “italico” della tecnologia dell’azienda), al termine della guerra Olivetti aveva chiesto di iscriversi al Partito Socialista, ma aveva avuto seri problemi di accoglienza, anche da parte della corrente autonomista: non risultava compatibile la contestuale presenza in un partito di lavoratori quella di un padrone, pur riconoscendo la valenza progettuale della politica olivettiana. Il suo socialismo utopistico era legato ai principi precedentemente divulgati da Giuseppe Mazzini, Carlo Cattaneo e Charles Fourier, nonché da Robert Owen, industriale gallese dell’ottocento: Olivetti vedeva la fabbrica (massima espressione della modernità) non come freno alla crescita dell’individualità ma come “valore aggiunto” di un più ampio e armonico progresso, apportatore di migliore qualità della vita.
La sua avventura in politica era stata comunque avviata con il “Movimento Comunità”, il cui simbolo era una campana, ma non quella dei campanili delle chiese, bensì la “squilla” dei laici e dei liberi comuni nel Medioevo, con incisa l’iscrizione “Humana Civilitas”. Olivetti, in un suo testo del 1959 (“Città dell’uomo”), scriveva: “Ognuno di noi può suonare senza timore e senza esitazione la nostra campana. Essa ha voce soltanto per un mondo libero, materialmente più fascinoso e spiritualmente più elevato, essa suona soltanto per la parte migliore di noi stessi, vibra ogni qualvolta è in gioco il diritto contro la violenza, il debole contro il potente, l’intelligenza contro la forza, il coraggio contro l’acquiescenza, la solidarietà contro l’egoismo, la saggezza e la sapienza contro la fretta e l’improvvisazione, la verità contro l’errore, l’amore contro l’indifferenza”.
Il personaggio Olivetti, non semplice ma complesso nella sua interezza, ha suscitato ampio dibattito, non solo in Italia, ma è stato innegabile il suo peso nella crescita del Paese, soprattutto nel dopoguerra (è stato accostato a Enrico Mattei, con il quale vi erano – oggettivamente – più punti in comune). E il suo modello di integrazione tra la fabbrica e l’uomo è risultato essere un esempio di elevata valenza sociale, didattica e comunicativa, considerati i suoi ampi interessi culturali. Socialista “dentro”, a prescindere da visioni massimaliste o riformiste, nonostante propugnasse una democrazia senza partiti ma con ideologie, lui stesso tracciava così i capisaldi del suo programma: “Nessuno potrebbe pensare di risolvere crisi gravi con riforme parziali. Alla democrazia autoritaria dei partiti cattolici, alla democrazia progressiva dei partiti comunisti, noi opporremo una democrazia integrata, un tipo nuovo, una forma nuova di rappresentanza più forte, più efficiente della democrazia ordinaria, ma altrettanto rispettosa dell’eterno principio dell’uguaglianza fondamentale degli uomini e della libertà di ognuno”. In fondo, si trattava di una utopia concreta, un pensiero che era storicamente legato al socialismo.

