Matteotti continua a essere ucciso da una destra che ormai non indossa più la maschera. Lo scranno della Camera dei Deputati, il numero “14”, quello dal quale Giacomo Matteotti pronunciò il 30 maggio del 1924 il discorso che divenne il prologo della fine della sua esistenza per mano fascista, anzi, del Duce in persona, resterà vuoto, per sempre (salvo decisioni sempre possibili da parte di chi non osa usare il termine “antifascismo” e “libertà di opinione”).
In quella storica seduta il parlamentare socialista aveva affermato: «…(omissis)… Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. (omissis) L’elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. (omissis) Per vostra stessa conferma [dei parlamentari fascisti] dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà… (omissis) Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse.»
Come si ricorderà, e come emerge dagli atti, Mussolini, irritato dal discorso, dando sfogo al suo noto temperamento vendicativo e minaccioso, ebbe a dire: “quell’uomo dopo quel discorso non dovrebbe più circolare”. La fine di Matteotti era stata segnata e nei giorni successivi partì la caccia all’uomo.
Matteotti, non interventista, colui che aveva scoperchiato le pentole degli imbrogli e della corruzione, non doveva più circolare. Rapito e assassinato il successivo 10 giugno da una squadra di killer al servizio del Duce guidata da Amerigo Dumini, un criminale fascista (o, se vogliamo, un fascista e basta, perchè i fascisti erano di per sè criminali), venne rinvenuto cadavere e in stato di decomposizione a Riano, non distante dalla capitale, più di due mesi dopo, il 16 agosto.
Il deputato socialista del Polesine, già sindacalista, era stato tra i primi a cogliere l’aspetto eversivo del fascismo, sfidando la tolleranza e l’indifferenza di gran parte della classe dirigente politica dell’epoca.
Mussolini si assunse nel corpo di un discorso del 3 gennaio del 1925 la responsabilità, vantandosene, dell’eliminazione fisica di Matteotti: non aveva partecipato materialmente, ma era stato il mandante politico del delitto.
La destra oggi al governo, quella che diserta anche piazza della Loggia a Brescia, o – se ci va – non osa usare il termine “fascisti” per definire gli autori di quella strage del ’74, ha disertato anche la presenza a Palazzo Montecitorio in occasione della scoperta della targa sullo scranno “14”. Evidentemente, Matteotti è per questa destra come un calabrone che dà fastidio e può risvegliare le coscienze. La premier Meloni in occasione del centenario della morte, due anni fa, si limitò a dire che venne “ucciso da squadristi fascisti per le sue idee”. Sappiamo che la sintesi non è il suo forte, ma evitò accuratamente di pronunciare il nome di Mussolini.
Il calabrone ronza quando si fa il nome di Matteotti, e negli ultimi tempi facinorosi nostalgici (per usare un eufemismo) hanno imbrattato la stele e la corona posta dal presidente Mattarella a Riano (2024) e distrutto la lapide sul Lungotevere Arnaldo da Brescia, dove venne rapito dai fascisti (2025), che riportava la sua frase-testamento “Uccidete me, ma l’idea che è in me non la ucciderete mai”.
I “nipoti” del Duce colpiscono ancora, disertando la Camera, infastiditi dal ricordo di Matteotti e del pensiero socialista. Lo hanno ucciso di nuovo, ma Matteotti rimane un esempio, un modello, che non è solo un simbolo o un mito, come recita il titolo di un convegno dell’ICSAIC (Istituto di storia dell’antifascismo e dell’Italia contemporanea) tenutosi a Reggio Calabria nel novembre del 2024 che ha visto tra i relatori anche il compagno di Risorgimento Socialista Gaetano Colantuono, autore – peraltro – di una recente pubblicazione (“Giacomo Matteotti – Un socialista contro la guerra“) nella quale traccia, tra l’altro, lo sforzo compiuto da Matteotti e da altri dirigenti socialisti dell’epoca quale momento topico della genesi del movimento per la pace in Italia.

