Con grande enfasi, ricalcando il modus operandi di regimi del passato e del presente, il ministro dell’Agricoltura (nonché della sovranità alimentare e delle foreste) esprime il proprio “orgoglio per la crescita di reddito degli agricoltori”. Il titolare del dicastero ha illustrato i dati forniti dall’ISTAT riguardo al decorso 2024, secondo i quali l’agricoltura italiana è prima nell’UE per valore aggiunto, superando quella di Paesi come Francia e Germania, con un miglioramento del tasso di impegno delle risorse (al 79% contro il 57% del 2022). Occasione d’oro per una delle tante autocelebrazioni governative, sottolineando che i frutti provengono da una buona amministrazione e da un buon governo. Ma qualcosa sembra non quadrare, diciamo la verità, con tutto il rispetto per l’ISTAT. Se l’Italia raggiunge obiettivi del genere tenendo conto che nel 2024 si sono verificate inondazioni nelle più importanti aree di produzione agricola (Emilia e Romagna su tutte), che nei mesi più torridi in cui in tutto il Paese ha superato i 40 gradi di temperatura sono andati persi milioni di tonnellate di raccolto, creando anche problemi per il bestiame, questi dati non convincono, oppure Francia e Germania (ma anche la Spagna, che può forse meglio rappresentare un benchmark europeo) sono crollate vorticosamente nel comparto. Ma poniamo il caso che i dati siano effettivamente questi, quale significato assume la crescita del reddito per gli agricoltori? Il mantenimento tollerato, malgrado le leggi in vigore, del caporalato? Quello si che fa ingrassare gli agricoltori, che sembrerebbero essere identificati non già in quelli del centro-sud del Paese che coltivano pochi ettari di terreno e altrettanto poco ne hanno per il bestiame, ma nei grandi imprenditori agricoli con ampie estensioni di suolo e, soprattutto, con dotazioni importanti e canali di commercializzazione privilegiati. Il ministro (e forse anche l’ISTAT) dimentica che la grande diffusione dell’economia sommersa (che ha il picco in Sicilia, regione in mano al centrodestra), con conseguente elusione fiscale, inquina i dati “puliti” che vengono elaborati dalle statistiche. Peraltro, non si desume il rapporto lavoratori/immigrati e il peso di questi ultimi sui conti economici del comparto. La destra, com’è noto, vorrebbe rispedire al mittente anche gli immigrati che lavorano nei campi, ma gongola nel fornire dati positivi sulla produzione in genere in Italia, non solo in agricoltura.
In ogni caso si tratta dell’ennesima attività di propaganda volta a far “gradire” la presenza della destra al governo e puntare il dito contro il passato, dimenticando le rivoluzioni nel comparto agricolo avvenute nell’immediato dopoguerra, abbattendo il fenomeno del latifondismo e delle sue implicazioni collaterali. Bisognerebbe, però, sentire il parere degli agricoltori, sia quelli “importanti” che quelli “piccoli”. Ne uscirebbe, quasi certamente, un quadro ben diverso dalle rilevazioni ISTAT e dalle omelie ministeriali. Considerato il periodo, è propaganda da carciofi. Ora si attende un occhio buono da parte di Trump, che ha promesso di rincarare i dazi sulle importazioni, e l’Italia (quale che sia la reale situazione della produzione agroalimentare) negli USA ha mercato.

