L’astensionismo delle classi popolari e la necessità di un fronte neosocialista in Italia
Le recenti elezioni europee in Italia possono essere definite un esempio di sistema elettorale proporzionale distorto mediante elevate soglie di sbarramento (4%) e una torsione bipolare fornita dall’informazione ufficiale, per cui le elezioni si sono trasformate – come sempre del resto – in un referendum sul governo o in una scelta fra la presidente del consiglio e la leader del principale di opposizione. Una solita narrazione binaria che espunge ogni complessità e divergenza.
Come previsto, l’ampia astensione, oltre il 50% con punte oltre il 60%, è stata la prima scelta degli elettori ed è chiaro il suo dato di classe: essa è stata quasi esclusivamente delle classi popolari e povere, soprattutto meridionali e insulari.
Già prima dello spoglio dei dati, per via di vari pronostici (volgarmente detti sondaggi) e delle impressioni che avevo raccolto, notavo che per la prima volta da anni le destre dichiarate – ora al governo – perdono consensi in modo importante: nel complesso almeno il 5% rispetto alle elezioni europee di 5 anni fa e alle ultime generali del 2022. In termini quantitativi, oltre un milione di voti rispetto alle ultime nazionali che aveva portato al potere Giorgia Meloni. Non sarà un crollo, ovviamente, ma un’indicazione chiara di tendenza: una tenuta come primo schieramento ma con un’erosione di consensi via via più palpabile soprattutto a livello di classi popolari e povere che si sentono – giustamente! – penalizzate dalle politiche dell’attuale governo, con il taglio del reddito di cittadinanza, con una disoccupazione ancora elevata e una nuova occupazione in genere precaria. In ogni caso, non vi è una marea nera in Italia da decenni ma un governo dai tratti autoritari e reazionari a cui contrapporre un’alternativa politica finora solo potenziale.
Questo governo è di fatto tenuto in piedi dalla triade Meloni-Crosetto-Larussa con l’erede di Berlusconi, Tajani (ministro degli esteri, oscillante fra sudditanza atlantica e sprazzi di moderazione rispetto agli omologhi francesi e tedeschi). Esso appare fragile, tanto più che il secondo socio (la Lega) è mal amministrato da un leader inadeguato e scosso da divisioni fra vecchi secessionisti padani e nuovi nazionalisti italiani. Questa debolezza intrinseca spiega in parte perché il governo delle destre da una retorica sovranista sia passato frettolosamente a politiche del tutto prone al vincolo esterno (nato, ue, bce, mercati) e interno (poteri regionali): la proposta del premierato può essere vista, pur in assenza di una leadership carismatica (stile Berlusconi), come una soluzione a tale debolezza in vista di un auspicato lungo periodo di egemonia istituzionale e mediatica, finora acquisita – non senza scossoni – dal Pd e dai suoi satelliti moderati. L’altra proposta eversiva dell’assetto costituzionale, l’autonomia differenziata, renderebbe il paese ancor più diviso e diseguale, controllato dai capi regionali che già oggi detengono le leve del potere istituzionale e del voto clientelare al Sud come al Nord.
L’area politica progressista (liberale di sinistra), quasi del tutto omogenea rispetto alle destre liberali e autoritarie in politica estera e nelle politiche economiche, ha guadagnato rispetto all’ultimo ciclo elettorale: i molti voti in meno dei 5stelle (due milioni di voti in meno; stavolta, nel segreto dell’urna, le classi popolari centro-meridionali sono andati a votare in modo ridotto, sotto il 50%, con punte sotto il 40% nelle due isole maggiori) sono parzialmente compensati dai molti voti in più della coalizione Verdi-sinistra italiana che hanno abbondantemente superato la soglia, facendo eleggere due figure simboliche della resistenza all’autoritarismo: Ilaria Salis (detenuta in Ungheria per contestazione contro fascisti locali) e Mimmo Lucano (già indagato per la gestione dell’accoglienza di famiglie di immigrati in un paese calabrese). Il PD ha consolidato il suo ruolo di principale partito di opposizione col 24% nazionale, con 250mila voti in più rispetto a due anni fa, con buoni risultati di vari suoi candidati e soprattutto affermandosi come primo partito nel Sud Italia. Quanto al Movimento 5 stelle, le sue posizioni pacifiste del penultimo minuto sono dubbie; essi, infatti, hanno votato 2 finanziamenti su 3 alla guerra in Ucraina e soprattutto la recente missione militare nel Mar Rosso, dopo aver fatto parte del governo tecnico Draghi. È indicativo lo scarso peso che la guerra ha avuto sul voto, mentre la rassegnazione delle classi popolari centro-meridionali, penalizzate dalle politiche dell’ultimo governo, ha prodotto l’elevata astensione.
Le due liste puramente elettorali centriste – a destra del Pd – ricevono consensi molto inferiori rispetto al recente passato, segno del carattere tutto sommato residuale delle stesse, tanto più per la tenuta dei partiti contigui sul piano politico-culturale (Forza Italia e Pd, nonostante la scomparsa di Berlusconi): circa un 7% complessivo quasi equamente suddiviso che ha impedito a entrambe di superare la soglia. Ciò dovrebbe portare a un ridimensionamento delle loro ambizioni.
La neonata lista Pace, Terra, Dignità, per cui noi neosocialisti abbiamo votato, ha raggiunto un valido 2,2%, ben oltre i soliti limiti della residua sinistra radicale (per certi aspetti una estrema sinistra liberale e minoritaria): il problema è se tale lista plurale e segnata dalla forte leadership di Santoro, noto giornalista sostenuto da figure dello spettacolo e della cultura, possa avere una continuità.
In un suo comunicato il partito Risorgimento Socialista ha sostenuto che dalle elezioni europee “è scaturito un quadro politico molto interessante e nel complesso non in linea con le aspettative del sistema atlantico”, grazie alle affermazioni della France Insoumise e del movimento di Sarah Wagenknechkt in Germania, indicati come propri riferimenti europei. I risultati positivi di AVS e di Pace, Terra, Dignità, la sconfitta sonora “delle ambizioni di grandezza politica dei due micro schieramenti centristi, ultratlantisti” di Renzi e Calenda, compreso il grottesco partito che ancora intende autodefinirsi “socialista”, inoltre la persistenza del voto popolare ai 5 stelle ha creato “un’area attorno al 20% che ha assunto posizioni piuttosto nette contro le scelte di guerra della Nato e della maggioranza Ursula in Europa”: ciò può precludere alla formazione di un blocco superiore al 20% della popolazione votante, in Italia come in Europa, contro la guerra.
Resta la questione insoluta durante questi lunghi 20 anni nella politica italiana: la necessità di una nuova forza di impostazione Socialista, nettamente antiliberista, pacifista, multipolarista, lavorista e costituzionale, che possa rapportarsi in termini di alleanza politica anche con i 5 stelle, su una chiara posizione di alternativa di modello sociale, sul recupero di sovranità costituzionale, di lotta per la pace e il multipolarismo. “Una nuova forza socialista e popolare, moderna e di classe al tempo stesso.”, come è detto nel comunicato del partito. Tale forza o fronte neosocialista dovrà tuttavia trovare le forme di connessione con i bisogni delle classi popolari e lavoratrici evitando la deriva settaria purista.
In definitiva, la destra liberale dell’UE alleata ora della sinistra liberale ora della destra autoritaria (se non neofascista), ora di entrambe (globalizzazione neoliberista, Guerra per procura in ucraina, sostegno al genocidio palestinese) resta centrale sul panorama europea e crediamo sia la radice del “male” in Europa. In Italia manca un’alternativa di sistema, mentre è in atto una lotta fra Pd e le destre – fra destra liberale e sinistra liberale – per chi debba essere il partito di sistema, ossia che riceva la fiducia dal governo Usa (chiunque sia il prossimo presidente), dalla tecnocrazia dell’UE e dai mercati. A tale lotta interna alle élite non conviene partecipare in alcun modo ma è necessario prestare la massima attenzione in un contesto di transizione tragica ad un nuovo ordine multilaterale.
Ora che abbiamo imbastito buone analisi di un sostanziale stallo dell’elettorato italiano che – per non nostra fortuna – non ha fatto vincere nessuno, salvi incrementi e perdite dovute all’astensionismo delle classi popolari soprattutto meridionali e insulari, resta la solita questione: quando un fronte neosocialista indipendente e direi indipendentista da politiche UE, Nato, dalla tirannide dei mercati e dalla spirale di guerra, dalla stagnazione strutturale, dal partito unico neoliberale dei notabili con le loro clientele?
Senza questo fronte neosocialista saremo costretti a continuare a tifare dall’esterno, chiedere ospitalità mal ripagata oppure accettare a ogni giro una lista con un leader e nome diverso. Direi basta. È tempo di riconquistare la piena autonomia organizzativa e politico-culturale come fecero i primi socialisti a fine Ottocento. Organizziamoci.
Gaetano Colantuono
Redazione dei “Quaderni di Risorgimento socialista”
Centesimo anniversario dell’assassinio di Giacomo Matteotti

