Molti i sospiri di sollievo nell’area liberaldemocratica. A sentire i suoi emissari il prossimo Parlamento europeo confermerà l’asse popolare-socialista con qualche spruzzata di colore verde e tracce di moderatismo estremista. Questa consolidata orchestrina manterrà una solida maggioranza per tintinnare, con la consueta vigoria, le melodie care all’industria bellica. Sarà così mantenuta la linea della fermezza sia sul terreno economico che in quello di guerra, con buona pace degli illusi. Ma a ben guardare se il Parlamento potrà esprimere una stantia ripetizione del già visto, in un’atmosfera tranquillizzante e anestetizzata dall’inconsapevolezza, la trama della chiamata alle armi subisce uno scossone robusto, rispetto al quale i tecnocrati del management comunitario, c’è da scommetterci, faranno spallucce.
Il prossimo Consiglio europeo avrà due intelligenze in meno da spendere per la costruzione delle trincee. In Francia domina la scena Marine Le Pen, riducendo Macron alla microscopica condizione di lillipuziano, mentre i socialdemocratici tedeschi tornano nelle retrovie dell’anonimato con la simultanea impennata dell’AFD. Questi risultati non rappresentano una novità assoluta ma assumono un sapore più strutturato del solito. Certo persiste un senso di privazione per le vecchie classi medie, ormai proletarizzate se si guarda al mero dato economico, per cui la scure della rivolta si abbatte contro quel ceto che miscela progressismo elitario, calcolo bancario e un intellettualismo conformato, evanescente e autoreferenziale; ma la propensione reazionaria nel cuore d’Europa ha anche altri significati. La guerra, in questo caso, ha inciso profondamente, ma non in chiave pacifista come ci si augurava. Ciò che le popolazioni europee con tonalità caratteriali post-imperiali non sopportano è una guerra per procura, quindi un conflitto a uso e consumo degli Stati Uniti d’America.
Finire in macerie per la causa atlantica significa abbandonare non solo quei piccoli residui di sovranità nazionale, ma anche rinunciare a difendere la propria dignità. È proprio questo il labirinto nel quale sono rimasti intrappolati Macron e Scholz. Ed è quello il terreno in cui la destra presenta il proprio incantesimo manipolatorio, perché di certo non sarà meno allineata agli Usa rispetto ai predecessori; ma il forzato protagonismo dell’asse franco-tedesco per innervosire la Russia è apparso insincero e sinistro. Appariva sfuggente l’interesse nazionale da difendere; più cristallina invece l’abdicazione alle ragioni di grandezza e indipendenza per la promozione di una guerra altrui, concepita a Washington per richiamare all’ordine proprio Francia e Germania, soprattutto la Germania. Arduo difendere il sabotaggio del Nord Stream, quando l’alleato era proprio te che voleva affossare e sottomettere. Quindi non un voto contro la guerra ma contro la dinamica specifica della guerra. Insomma, quel liberalismo trionfante sicumera pone sempre le basi sociali, culturali e politiche perché la frustrazione fascistoide possa irridere la grammatica istituzionale.
A dire il vero qualche motivo di speranza le elezioni europee lo lasciano. Sempre in Francia France Insoumise tocca il 10% e sempre in Germania il nuovo partito di Sahra Wagenknecht sfiora il 6%. In più il PSOE viene premiato per la sua posizione in controtendenza rispetto alla supina prostrazione atlantica del socialismo europeo. Questi flebili, ma significativi, risvegli sono rimasti lettera morta in Italia dove permane una questione che in pochi vogliono seriamente affrontare.
Il radicalismo di sinistra italiano è perennemente prigioniero della propria cultura ispirata alla superfluità concettuale di un post-operaismo fuori tempo massimo e di un anarchismo libertario, spesso confusionario. Definendo lo Stato un ente statico e, quindi, non contendibile, nessuna forza politica di quell’area si pone la questione dell’organizzazione in partito o l’esigenza di formare una vera classe dirigente. Lo scenario contestativo è utilizzato in modalità estemporanea con rituali ispirati al rifugio situazionista, senza che la premura di una visione di lungo respiro o di un’analisi complessiva sul mondo o sulla società possa prendere piede. Se nessuno concepisce la conquista dello Stato, sarà proprio con lo Stato liberaldemocratico che si dovrà scendere a patti. Quindi difendere gli spazi autogestiti, proteggere le consorterie della piccola impresa equa e solidale, finanziare limitati recinti di manovra, vuol dire rapportarsi con il centro del sistema, che in Italia è ancora rappresentato dal Partito democratico.
Così si spiega il successo di AVS, supportato in questa tornata anche da Potere al Popolo, con il pretesto di una compagna detenuta nelle galere ungheresi. Ragione seria, oltre che nobile e doverosa, se non avesse prestato il fianco a intendimenti del tutto speculativi. Si può ipotizzare infatti che erano quattro gli obiettivi di fondo della campagna verde-rosé: bloccare sul nascere la crescita di forze alla propria sinistra meno intermittenti nelle loro convinzioni e incuranti di un corteggiamento democratico, disinnescare e normalizzare il movimento a difesa del popolo palestinese, indebolire elettoralmente i 5Stelle e una potenziale loro area di riferimento, individuare nell’Ungheria di Orban il nemico d’ordinanza non certo per il suo latente fascismo, ma per fortificare il fervore antirusso dell’atlantismo di maniera. Insomma, un vero e proprio dettato del Partito democratico, svolto, si deve ammettere, con encomiabile diligenza.
Un allineamento all’obiettivo essenziale della tornata elettorale italiana, diretta emanazione dello schema perseguito da tutte le forze politiche sin dalla scorsa legislatura: isolare i 5Stelle e polarizzare in senso maggioritario la sfida, esibendo a prototipi della contesa le due leader, persino ammiccanti all’ipotesi di uno scontro diretto televisivo. Appare chiaro che, al di là della professione giurata di antifascismo, il Partito democratico è stata la compagine che più di ogni altra, proprio perché teoricamente avversaria, ha dispensato legittimità politica ai post-fascisti di governo. I democratici seguono le direttive yankee alla lettera: val bene un Trump pur di non sopportare l’allarme Sanders. Lo stesso avviene in Europa: si agita lo spauracchio nazionalista dell’estrema destra ma si coltivano le sue ragioni d’essere, al fine di inibire il germoglio di una critica radicale all’europeismo economico e all’alleanza atlantica, capace di ritrovare una propria legittimazione sociale e un orizzonte sinceramente socialista. Non è un caso se la Cdu apre all’Afd e i gollisti si lacerano internamente perché sia avviato un confronto con Marine Le Pen e contemporaneamente le forze del socialismo europeo inizino a sabotare un’alleanza di sinistra a guida Mélenchon mentre la Wagenknecht viene stigmatizzata con il marchio paralizzante del rossobrunismo.

