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L’antifascismo di Fortunato Velonà e le vignette che sbeffeggiavano il Duce

Calabrese, emigrato marchiato come anarchico negli USA, è stato avverso al pensiero militarista e all'antisemitismo

Letterio Licordari by Letterio Licordari
Dicembre 13, 2024
in Storie socialiste
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L’antifascismo di Fortunato Velonà e le vignette che sbeffeggiavano il Duce
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Un secolo fa, il 13 giugno 1924, ad appena tre giorni dall’uccisione del parlamentare e sindacalista socialista Giacomo Matteotti, che il regime di Mussolini aveva fatto fuori brutalmente, c’era stata una vibrante commemorazione da parte del Comitato d’Azione Italiana Antifascista nella Rand School Auditorium, 7 East 15th Street di New York. Le attività antifasciste oltre Oceano erano state in seguito intensificate, sia per portare a conoscenza della comunità italo-americana i guasti della politica italiana di quel periodo che per combattere i poteri forti legati e fomentati dal fascismo nella New York degli anni trenta.

Tra i più tenaci attivisti (nonché tra gli organizzatori di quella commemorazione) vi era Fortunato Velonà, calabrese di Bova (area grecanica reggina), che in gioventù aveva fatto il sarto e il falegname. Velonà, attratto dalla politica, si era iscritto alla sezione del Partito Socialista e alla Camera del Lavoro, lottando per la giustizia sociale e per il riconoscimento dei diritti dei lavoratori. Si era formato frequentando Nicola Palaia, uno dei primi sostenitori del pensiero socialista in Calabria, e leggendo “La Luce”, periodico della Federazione socialista calabrese e altre pubblicazioni che manifestavano il dissenso verso la politica governativa (con il fascismo non ancora al potere) e i privilegi degli industriali attraverso lo sfruttamento della classe operaia.

A venti anni, nel 1913, era emigrato negli Stati Uniti, stabilendosi a New York, riuscendo a integrarsi e cambiando il nome in Fort Velona. Rientrato temporaneamente in Italia nel 1922, appena dopo la scissione del Partito Socialista, aveva manifestato dapprima interesse per il Partito Comunista d’Italia, ma in seguito lo aveva condannato per via delle esternazioni oppressive del regime bolscevico. E non c’era ancora stata la Marcia su Roma…

Al rientro sotto la statua della Libertà aveva quindi iniziato a diffondere le sue convinzioni antifasciste attraverso giornali in lingua italiana contrari al regime di Mussolini, “La Parola del Popolo” di Chicago, “La Stampa Libera”, “Il Nuovo Mondo” e altre pubblicazioni radicali, che ospiteranno poi per molti anni, fino al termine della seconda guerra mondiale, le sue vignette satiriche contro il regime fascista in Italia, sbeffeggiando il Duce e i suoi gerarchi e attirando l’ira del console italiano a New York, che le aveva definite “ignobili”. Le strisce di Velonà, molto pungenti, facevano presa nei numerosi gruppi di immigrati che conoscevano gli altri aspetti del regime fascista, essendo Mussolini popolare anche oltre Oceano. E la stampa clandestina, anche in molti Paesi europei, aveva divulgato le sue vignette (ribattezzate “i cartoni radicali”), che spesso apparivano nel corso di manifestazioni di protesta antifascista per focalizzare l’attenzione sulla repressione, sul terrore, sulla corruzione e sulla guerra. Quella pubblicata il 22 novembre 1925 su “Il Nuovo Mondo” divenne molto nota perché ritraeva il Duce e un uomo con un megafono che simboleggiava la stampa di regime, ed era intitolata “La stampa filofascista a sostegno del randello”. I documenti originali (dal 1919 al 1962), costituiti da foto, ritagli di giornale, articoli e vignette pubblicati (sia in italiano che in inglese), sono custoditi presso la Biblioteca Elmer L. Andersen presso l’Università di Minneapolis, nello stato del Minnesota.

Attivo nel sindacato, soprattutto a favore degli “Amalgamated Clothing Workers of America” (settore tessile – abbigliamento), aveva fatto parte dal 1925 anche del Direttorio Nazionale provvisorio della Federazione garibaldina d’America. Il suo fervore politico non era passato inosservato alle autorità che, ritenendolo “anarchico pericoloso”, nel 1931 lo avevano iscritto nel “Bollettino delle ricerche” e nella “Rubrica di frontiera”, che contemplavano la perquisizione e il fermo di polizia. Velonà, secondo la polizia e la diplomazia italiana, e gli altri anarchici che costituivano “L’Adunata dei refrattari”, avevano anche l’obiettivo di raccogliere fondi per rientrare clandestinamente in Italia e dare corso ad attentati terroristici contro il regime di Mussolini. Con una raccolta di fondi tra anarchici, socialisti e lavoratori italiani promossa attraverso la stampa (“Per la nostra guerra”), il denaro sarebbe pervenuto all’anarchico-giornalista italo-svizzero Carlo Frigerio e gestito dal gruppo francese “Il Monito” dalla “Banque francaise et italienne pour l’Amerique du Sud”. Ma l’impresa era rimasta incompiuta.

Nonostante il fiato sul collo della polizia, Velonà aveva continuato a essere attivo in politica. Nell’aprile del 1933, quale esponente della delegazione socialista italiana, assieme al compagno socialista Girolamo Valenti, giornalista e co-fondatore della Camera italiana del lavoro a New York, aveva tenuto un comizio di protesta contro il fascismo internazionale nella «Union Square» (Manhattan) davanti a più di ventimila persone. In quella sede aveva sostenuto, come gli altri oratori, le ragioni degli ebrei contro la campagna antisemita avviata da Hitler e da Mussolini. E pochi mesi dopo, il 14 luglio, era stato a capo di un gruppo di sovversivi impegnati a ostacolare un comizio delle “Khaki Shirts of America” (camicie color cachi), organizzazione fascista che aveva raccolto consensi tra molti italiani che vivevano a New York e in altri stati. Lo scontro a fuoco che ne era scaturito aveva fatto rimanere sul campo il giovane Antonio Fierro, ma lui stesso era rimasto ferito, al pari di due esponenti del gruppo fascista. Nel corpo di un rapporto riservato, poi desecretato, del console Antonio Grossardi inviato all’Ambasciata italiana a Washington e per conoscenza al Ministro degli Interni si legge, tra l’altro, “Ho l’onore di riferire che venerdì sera 14 luglio 1933 nella Columbus Hall […] ebbe luogo un comizio della Terza Brigata delle “Khaki Shirts of America” con l’intervento del comandante nazionale Art Smith, il quale, presentato all’auditorio di Astoria l’italo-americano Antonio Pessolano, pronunciò un breve discorso. Dopo di lui prese la parola il capo di stato maggiore dell’organizzazione, Antonio Siani, anch’esso italo-americano. Nel frattempo un gruppo di facinorosi con a capo Fortunato Velonà […] introdottisi nella sala cominciarono a interrompere l’oratore…(omissis)”.

Velonà e gli altri attivisti e sindacalisti portavano avanti anche principi e valori antimilitaristi e organizzavano costantemente incontri nelle città e nei quartieri di New York per spiegare le motivazioni delle lotte avviate e condotte, coinvolgendo la gente del posto, sia immigrati che indigeni. Nelle varie organizzazioni, soprattutto nel Comitato direttivo segreto per la lotta antifascista in America, assieme agli anarchici vi erano anche massoni. Le lotte antifasciste negli anni Trenta si erano richiamate anche all’ingiusta esecuzione, avvenuta nel 1927, degli anarchici Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, anche se non si è mai potuta affermare la prevalenza della sinistra italo-americana nei confronti del fascismo, radicato attraverso i poteri forti anche negli Usa.

Terminata la seconda guerra mondiale e indenne da rappresaglie da parte della polizia newyorkese, anche se successivamente schedato quale comunista, caduto il fascismo in Italia, Velonà aveva continuato a svolgere attività di propaganda antifascista e libertaria, incontrando la gente dei quartieri e soprattutto attraverso la stampa con articoli e vignette, sino al 1962, tre anni prima della sua morte.

 

 

 

 

 

 

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