Maurizio Landini è come se esclamasse eureka! dal palco di Via dei Frentani, dove la CGIL si è data appuntamento per riflettere sul futuro prossimo. Il segretario generale assume una posa molto differente da quella certamente più ingenua o illusa che ha contraddistinto fin qui il suo mandato. Non per la sua immutata generosità, tratto di un carattere evidentemente genuino, ma per una certa grossolanità interpretativa sulle ragioni dell’arretramento progressivo delle ragioni dei lavoratori a discapito dei loro diritti. Improvvisamente l’analisi di Landini si fa più acuta, meno deterministica; si nominano i danni causati dalla globalizzazione finanziaria a guida Stati Uniti d’America, si mettono in fila le responsabilità del capitale, le colpe della sinistra e del sindacato, si individua lo spettrale spettacolo della guerra che l’Unione Europea vorrebbe diffondere come un ricostituente per una popolazione ormai poco predisposta a morire nella gloria degli atti di eroismo.
Una relazione lucida, consapevole delle trasformazioni sociali che la nuova realtà multipolare potrebbe generare nei singoli paesi, qualora l’Occidente la smettesse di evocare armi e crociate civilizzanti. Un’occasione per rideterminare giustizia sociale attraverso una politica sindacale meno accomodante, più rigorosa nel rivendicare la legittimità costituzionale del conflitto di classe, condizione essenziale perché la diffusa spoliticizzazione della società possa essere, gradualmente, riassorbita. Ed è proprio sulla crisi della partecipazione che Landini snocciola i ragionamenti più realistici, quando mette in relazione l’ultradecennale impossibilità dei lavoratori di incidere politicamente al sistema della libera circolazione di capitali e delle aziende multinazionali ormai deresponsabilizzate causa la loro volatilità territoriale a fronte della fissità del lavoro.
Un duro capo di accusa, dunque, anche alle politiche progressiste degli ultimi trent’anni, tanto che Landini, sembra quasi ignorare la recente piazza repubblichina del 15 marzo, col suo portato di astrattismo retorico europeista ormai protuberanza della campagna di reclutamento nelle milizie del nuovo nazionalismo paneuropeo. Perché questo ravvedimento sia completo però è necessario che il nuovo corso del sindacato non appaia di circostanza, quale atteggiamento tattico determinato dal protagonismo del governo della destra per poi naufragare se la cosiddetta sinistra liberale, in prima linea nella promozione dei progetti militareschi cari all’Europa Unita, dovesse ritrovare la via per la partecipazione a un qualsiasi esecutivo.
Insomma, questo pericolo è stato plasticamente delineato dalle parole dei rappresentanti dei comuni di Roma, Firenze e del sindaco di Perugia Vittoria Ferdinandi. I tre amministratori, ognuno con diverse sfumature, hanno ribadito le ragioni dell’adunata di regime promossa da “La Repubblica” proprio per rimarcare le argomentazioni tipiche di quella sinistra dalla quale Landini sembra volersi distinguere. Una sorta di accerchiamento, dunque, orchestrato per sminuire, ignorandole, le novità interpretative contenute nella relazione introduttiva del segretario generale.
Proprio per questo è un errore prestare il fianco al consueto conservatorismo dei gruppi dirigenti liberali che impediscono una completa presa di coscienza del sindacato e appare, a tal proposito, un inciampo la mancata partecipazione della CGIL alla manifestazione del 5 aprile indetta dal Movimento 5Stelle contro la guerra e contro la furia bellicista delle consorterie europee. Un mancato segnale perché la desiderata riappropriazione di democrazia possa arricchirsi con contenuti sostanziali.
Per lo stesso motivo è importante accompagnare, in questa specifica fase, Landini nel suo tentativo di ridefinire i contorni di agibilità del sindacato e, di conseguenza, partecipare alla campagna referendaria promossa dalla CGIL, imperniata proprio sulla riconquista della democrazia sostanziale così come decifrata dalla Costituzione e sull’abrogazione di quella controriforma reazionaria imposta da Matteo Renzi chiamata Jobs Act che contribuì, tra le acclamazioni orgogliose dei manichini democratici, all’arretramento del movimento dei lavoratori nei rapporti di forza con i reparti della reazione capitalista.

