L’appuntamento dell’8 e del 9 giugno con i cinque referendum promossi dalla GGIL presenta tutta una serie di spigolosità politiche tra loro in contraddizione. Di certo l’obiettivo primario di Landini sta nel far resuscitare, nel corpo del maggior sindacato italiano, uno spirito conflittuale in vista delle future e prevedibili spinte a una maggior compressione dei diritti sociali e delle protezioni pubbliche determinata dagli sforzi d’investimento disegnati dall’Unione Europea incentrati sulla corsa al riarmo e sulla prospettiva bellica. Proprio lo scambio interessato tra investimenti pubblici fuori dai vincoli di bilancio per la Difesa e la riproposizione della limitazione alle spese per le politiche sociali, con lo sguardo famelico dei grandi fondi d’investimento multinazionali, è lo scenario nel quale nuove privatizzazioni e svendite dei settori strategici imporranno ai governi riforme accomodanti nei confronti degli investitori privati e dei loro profitti.
Questa volontà politica, riconducibile a una necessità storica e a un mutato equilibrio internazionale, fa i conti con il passato, e, in particolare, con l’educazione con cui la CGIL ha affrontato tutte le controriforme sul lavoro, sempre progettate ed eseguite da governi “amici” o nei quali gli “amici” godevano di forti interessi commerciali; è il caso dei governi cosiddetti tecnici. La difficoltà nel rendere diffusa l’importanza dell’appuntamento referendario dipende, ovviamente, dalla perdita di credibilità che il sindacato ha dovuto affrontare a causa di scellerate scelte strategiche. Accomodarsi alla coda del Partito democratico, infoltire la propria struttura di dirigenti attenti agli equilibri istituzionali, recitare a memoria spartiti non comprensibili dai lavoratori, quale è, ad esempio, un europeismo totalmente sconnesso con la realtà ideologica dell’Unione Europea, sono stati fattori capaci di indebolire inesorabilmente la capacità della CGIL di rappresentare le contraddizioni e le molteplici fratture sociali che il sistema postdemocratico produce a livello strutturale, per rifugiarsi troppo spesso in campagne culturali e libertarie. Diversamente dalla CGT francese, la critica di casa nostra è stata condotta saltuariamente contro qualche esecutivo sgradito per poi concertare, assieme al partito di riferimento, una pace sociale parametrata sui sacrifici dei lavoratori, in nome della produttività, dell’efficienza e del taglio alle spese. “Ce lo chiede l’Europa”, insomma, ha per anni rappresentato il ricatto attraverso il quale la libera circolazione dei capitali ha ottenuto garanzie sostanziali per la tenuta degli investimenti esteri.
Landini cerca di superare questa enorme contraddizione assumendosi un rischio. Il mancato raggiungimento del quorum riattizzerebbe le voci dei grandi fautori del revisionismo di sinistra, di chi cercò disperatamente quella riforma costituzionale che voleva ridicolizzare la nostra Carta, già ridotta a brandelli dall’applicazione dei trattati europei. E rivitalizzerebbe quella sinistra della Terza Via blairiana, imprenditoriale e iper-globalizzata, ormai sepolta nelle ceneri della storia, ma pronta a colpi di coda, come è accaduto recentemente in Canada e in Australia. E proprio questa nostalgica compagine, ancora irretita dalle promesse della libertà di mercato tanto di moda negli anni ’90, a rappresentare l’ostacolo maggiore per il raggiungimento del quorum soprattutto riguardo i tre referendum sui licenziamenti che abrogherebbero sostanzialmente il Jobs Act renziano. Questa contraddizione è viva sia nel Partito democratico con la presa di posizione del clan di Bonaccini, intenzionato a votare No ai tre quesiti, ma, di fatto, partecipe alla campagna di delegittimazione della mobilitazione sindacale, che, in maniera più nascosta, all’interno di parte del quadro dirigente sindacale, forse preoccupato per il ritorno a un organismo meno impigrito e meno concentrato sulla propria sopravvivenza. Non che questo potrà riconsegnare al Paese un grande sindacato conflittuale, certo, ma almeno potrebbe riconfigurare l’azione concertativa della CGIL in termini critici nei confronti di tutto il modello neoliberale dei mercati aperti e della finanziarizzazione economica.
Le difficoltà, endogene ed esogene, che Landini affronta nella sfida referendaria devono rappresentare uno stimolo alla mobilitazione anche per soggettività sociali lontane dal riformismo delle classi dirigenti che ha contraddistinto l’opera politica della sinistra italiana, e per il sindacalismo conflittuale. Ma parimenti devono stimolare il sindacato a marcare le differenze col passato e, al limite, a intessere nuove interlocuzioni politiche per creare molteplici fronti di lotta al sistema neoliberale dei mercati e della guerra. Risorgimento socialista, cosciente del legame, ininterrotto nel corso della storia, tra recrudescenza bellica imperialista e affossamento dei diritti sociali, si impegna nell’appoggiare i cinque referendum promossi dal maggior sindacato italiano.

