venerdì, Agosto 21, 2026
Spazio gestito da Risorgimento Socialista
Advertisement
  • Prima Pagina
  • Quaderni RS
  • Video
  • Audio
    • Interviste
    • Podcast
  • Eventi
    • Eventi Completati
  • Contatti
No Result
View All Result
  • Prima Pagina
  • Quaderni RS
  • Video
  • Audio
    • Interviste
    • Podcast
  • Eventi
    • Eventi Completati
  • Contatti
No Result
View All Result
FORZA LAVORO
Spazio gestito da Risorgimento Socialista
No Result
View All Result
Home Geopolitica

Israele è un fenomeno coloniale!

Fabio De Leonardis contesta un altro aspetto della propaganda sionista

Gaetano C by Gaetano C
Dicembre 15, 2024
in Geopolitica, Politica, Primo Piano, Riflessioni
0
Israele è un fenomeno coloniale!

Bedouins in a camp in South Hebron Hills. Palestine 2011.

0
SHARES
70
VIEWS
Share on FacebookShare on Twitter
Bedouins in a camp in South Hebron Hills. Palestine 2011.
Nel suo corposo volume intitolato Beyond Chutzpah : On the Misuse of Anti-Semitism and the Abuse of History [University of California Press, Berkeley-Los Angeles, 2008 (1a ed. 2005)], Norman G. Finkelstein si poneva il problema di capire come mai nel dibattito pubblico il conflitto israelo-palestinese (o per meglio dire la questione palestinese) continui ad essere oggetto di infuocate controversie sull’interpretazione degli eventi, laddove invece da un punto di vista storico, giuridico-diplomatico e dei diritti umani la situazione è stata ormai chiarita al di là di ogni dubbio sulla base di una vasta documentazione. La risposta che si dava era che tutte queste controversie costituiscano semplicemente una cortina fumogena finalizzata a distogliere l’attenzione dalla realtà e generare confusione per renderne difficile una discussione seria e spassionata.

Nel giornalismo nostrano esempi di tale cortina fumogena se ne potrebbero riportare ad libitum: sembra che gli ultimi trentacinque anni di storiografia sulla questione palestinese, e in particolare il contributo degli storici e sociologi israeliani, siano passati del tutto inosservati. Qui ci limiteremo ad un testo che è paradigmatico di tale atteggiamento, ossia l’articolo “L’ennesima calunnia: Israele come fenomeno coloniale”, firmato dal rabbino americano (ma residente in Israele) Louis Finkelman e pubblicato in traduzione italiana sul sito Israele.net [1 novembre 2024, <https://www.israele.net/lennesima-calunnia-israele-come-fenomeno-coloniale>].

A generare l’indignazione di Finkelman è il fatto che nei campus americani, nel corso delle proteste contro il genocidio a Gaza, lo Stato d’Israele venga descritto come “un’istituzione europea, bianca e coloniale”. Finkelman cerca di decostruire queste caratterizzazioni, ma le sue argomentazioni si rivelano straordinariamente semplicistiche e semplificanti e storicamente del tutto infondate. Scrive Finkelman che “Gli imperi fondarono colonie in parti remote del mondo inviando propri cittadini a colonizzare quegli avamposti stranieri, a governare le popolazioni indigene e a esportare verso casa le preziose materie prime per arricchire la madrepatria”. Anzitutto, non erano solo i cittadini delle rispettive metropoli che venivano inviati nelle colonie: nell’Algeria e nella Tunisia francese vi erano coloni italiani, spagnoli e persino maltesi, mentre in Sudafrica, dopo la guerra anglo-boera, gli afrikaner di origine olandese continuarono a svolgere il ruolo di coloni per conto dell’Impero Britannico. Inoltre, contrariamente a quel che scrive Finkelman, le colonie non necessariamente erano finalizzate all’esportazione di materie prime nella metropoli: potevano semplicemente essere delle colonie di popolamento, luoghi dove la metropoli metteva a disposizione dei propri coloni terre gratuite o a basso costo  sottratte ai nativi (si pensi alle colonie inglesi in Nordamerica, alla Libia o all’Algeria), o dove spediva i propri ‘indesiderabili’ (ad esempio l’Australia come colonia penale della Gran Bretagna, o i sepoys  indiani fatti prigionieri durante la rivolta antibritannica di metà Ottocento e spediti a Singapore come manodopera forzata). Riguardo all’aggettivo “coloniale”, il primo ad usarlo in relazione all’impresa sionista è stato un insospettabile: nientepopodimeno che il fondatore del movimento sionista, Theodor Herzl, il quale in una nota lettera a Cecil Rhodes del 1902 descrisse il suo progetto come “coloniale” [cit. in Alain Gresh, Israele, Palestina. Le verità su un conflitto, 2004, Einaudi, Torino (1a ed. 2002), p. 43.]; non a caso, fra le proposte prese in considerazione per la colonizzazione vi furono anche altri territori come l’Argentina e l’Uganda. Il linguaggio usato da Herzl non lascia alcun adito a dubbi a questo riguardo: nel celebre Lo stato ebraico spiega che se lo stato ebraico fosse sorto in Palestina sarebbe stato “una parte del vallo per difenderci dall’Asia, costituendo un avamposto della cultura contro la barbarie” [Theodor Herzl, Lo stato ebraico, Il Melangolo, Genova, 2003 (1a ed. 1896), p. 43: si noti il trito topos orientalista]; la colonizzazione sarebbe stata diretta da una “Jewish Company”, organizzata “secondo il modello delle grandi società coloniali” [Theodor Herzl, op. cit., p. 45], e i primi coloni ad essere inviati sul posto sarebbero stati elementi provenienti dalle classi subalterne, perché “solo i desperados sono adatti alla conquista” [Theodor Herzl, op. cit., p. 99.]. E infatti, dopo aver convocato il primo congresso sionista, Herzl si mise appunto alla ricerca di una grande potenza (un impero) che prendesse il movimento sotto la sua ala protettiva. La migrazione di ebrei sionisti in Palestina in effetti riuscì a decollare soltanto dopo che la Gran Bretagna ebbe conquistato il paese, strappandolo all’Impero Ottomano. Caratteristico di una situazione coloniale era anche l’atteggiamento verso i futuri colonizzati, sia da parte della Gran Bretagna che del movimento sionista: nella celebre Dichiarazione Balfour del 1917 si auspicava ad esempio che la Palestina diventasse una “patria nazionale” per i futuri coloni ebrei, mentre gli arabi che vi vivevano, e che costituivano il 93% della popolazione, non erano neppure nominati: vi si faceva riferimento come “comunità non ebraiche presenti in Palestina”[cit. in Margherita Platania, Israele e Palestina. Dalle origini del sionismo alla morte di Yasser Arafat, Newton Compton, Roma, 2005: p. 25]; riguardo al movimento sionista, è già Herzl a scrivere nei suoi diari che bisognava “espropriare con gentilezza” [sic!, cit. in Benny Morris, Vittime - Storia del conflitto arabo-sionista 1881-2001, Rizzoli, Milano (1a ed. 1999), p. 35] gli arabi di Palestina e convincerli a trasferirsi nei paesi limitrofi; tale sprezzo nei confronti degli arabi di Palestina si ritrova anche nei progetti per il loro “trasferimento” (si legga: deportazione) elaborati negli anni Trenta, giù fino alla nota affermazione di Golda Meir secondo la quale “i palestinesi non esistono”; in generale tutta la storia del movimento sionista è punteggiata da questo atteggiamento apertamente razzista nei confronti degli autoctoni, il cui corollario era che la Palestina era una terra nullius di cui si poteva disporre a piacimento. Come ha osservato Frantz Fanon, per il colono la storia inizia solo con il suo arrivo, prima di lui non c’era nulla: “questa terra, siamo noi ad averla fatta” [Frantz Fanon, Les Damnés de la terre, La Découverte, Paris, 2002 (1a ed. 1961) p. 53].




Se si passa poi ad osservare nel dettaglio come si è dispiegato il progetto sionista sul terreno, non vi è alcun dubbio che si sia trattato di un processo di colonizzazione: il Fondo Nazionale Ebraico raccoglieva fondi per l’acquisto di terre nel paese, e sulle terre che venivano acquistate dai proprietari assenteisti i contadini arabi palestinesi che vi vivevano venivano sfrattati per far posto all’insediamento dei coloni ebrei sionisti. Il fatto che queste terre venissero acquistate non rende tale processo meno ‘coloniale’, perché anche nelle tredici colonie inglesi in Nordamerica le terre inizialmente venivano ‘acquistate’ dai nativi. Ma l’acquisto delle terre non bastò: al momento della nascita di Israele solo il 7% dei terreni del paese era nelle mani del Fondo Nazionale Ebraico; fu questa una delle ragioni per cui nel 1947-48, come è ormai stato ampiamente e dettagliatamente documentato da Benny Morris nel suo The Birth of the Palestinian Refugee Problem [Benny Morris, The Birth of the Palestinian Refugee Problem Revisited, Cambridge, Cambridge University Press, 2004 (1a ed. 1988)] almeno 700.000 arabi palestinesi furono espulsi dalle loro terre e abitazioni con la forza, dando vita a un processo di colonizzazione più ‘classico’, in cui beni e terre dei nativi venivano appropriati dal neonato Stato di Israele con la Legge sulle Proprietà degli Assenti (si noti la terminologia) e dati ai coloni che nel frattempo arrivavano dall’Europa. Il fatto che questi coloni fossero profughi provenienti dall’Europa del dopoguerra, se certamente aggiunge una dimensione tragica al tutto, non muta la colonialità della situazione, giacché storicamente è stato assai comune che ad andare a colonizzare territori di oltremare fossero gruppi sociali e singoli individui che nella metropoli erano considerati ‘indesiderabili’: Francisco Pizarro era stato guardiano di porci in Spagna prima di diventare il conquistatore dell’Impero Inca; i britannici inviavano i propri detenuti a colonizzare l’Australia; i padri pellegrini che colonizzarono il New England  in patria erano una minoranza religiosa perseguitata; i francesi che arrivavano in Algeria per colonizzarla spesso erano esponenti delle classi subalterne; i russi che colonizzarono la Siberia erano contadini in fuga, vecchi credenti e cosacchi, e così via.  Peraltro, questo processo non si è mai arrestato e continua a svolgersi ancora oggi in Cisgiordania, dove terre continuano ad essere sottratte con la forza ai palestinesi e destinate alla creazione di insediamenti esclusivamente ebraici dove i coloni hanno accesso a immobili di notevole valore a prezzi ribassati. In altre parole, come mostrato dallo studioso israeliano Gershon Shafir, l’impresa sionista è stata un tipico caso di “colonizzazione di popolamento” [Gershon Shafir, “Zionism and Colonialism. A Comparative Approach”, in Michael N. Barnett (a cura di), Israel in Comparative Studies: Challenging the Conventional Wisdom, New York, State University of New York Press, 1996, pp. 227-44], assimilabile all’Algeria francese, all’Australia e al Kenya britannici o al Sudafrica olandese e poi britannico. In Cisgiordania peraltro si osserva un altro tipico aspetto di una situazione coloniale: una segregazione su base etnica (apartheid): mentre i coloni hanno piena libertà di movimento e possono recarsi nella metropoli utilizzando strade a loro riservate, gli arabi palestinesi - come classicamente avviene ai nativi nelle colonie - sono costretti a vivere in aree sovraffollate rigorosamente delimitate (murate, come nel caso di Betlemme) e ogni loro movimento è soggetto a controllo e filtraggio: per passare da un’area all’altra si attraversano dei checkpoint controllati dall’esercito israeliano, l’ingresso in Israele è possibile solo con permessi speciali, mentre le colonie sono off limits. Da notare anche che quando Israele ha annesso Gerusalemme Est ha avuto cura di annetterne solo il territorio, non gli abitanti, i quali non hanno ricevuto la cittadinanza israeliana: sono considerati ‘residenti’ dotati di uno speciale permesso di soggiorno (che quindi può facilmente essere revocato). Più sottile invece la discriminazione che avviene all’interno della metropoli: in Israele i posti di lavoro più appetibili sono spesso accessibili solo a chi abbia prestato servizio militare, e poiché i palestinesi cittadini di Israele non vengono chiamati sotto le armi dal Ministero della Difesa israeliano, tale discriminazione risulta meno immediatamente evidente. Da notare inoltre che ai profughi arabi palestinesi espulsi nel 1947-48 e nel 1967 non è permesso rientrare nelle loro città o sulle loro terre, mentre chi scrive, se dovesse un domani convertirsi all’ebraismo, avrebbe diritto a stabilirsi nel paese e ottenere automaticamente la cittadinanza israeliana, pur non avendo alcun legame personale o familiare nel paese.

Finkelman sembra inoltre ignorare che nell’Europa del dopoguerra la maggior parte dei profughi ebrei non si recò in Palestina, bensì trovò rifugio o negli Stati Uniti o in Unione Sovietica. “Chi sostiene che Israele non è la patria degli ebrei - continua - dovrebbe spiegare quale altro luogo vale come patria degli ebrei”: sembra sfuggirgli del tutto la possibilità che gli ebrei siano semplicemente cittadini dei paesi dove sono nati, così come lui è cittadino americano. Né sembra sfiorarlo il sospetto che qui egli stia implicitamente facendo proprio l’assunto tipicamente antisemita secondo cui gli ebrei sarebbero degli ‘stranieri inassimilabili’.

L’ultimo punto che irrita Finkelman è la definizione di Israele come progetto coloniale europeo e “bianco”. Finkelman vi oppone la constatazione che “metà della popolazione ebraica di Israele discende da ebrei dei paesi europei”, ma non si rende conto di come il concetto di razza non abbia a che vedere con la pigmentazione della pelle, ma sia semmai un costrutto culturale, un dispositivo di inclusione ed esclusione sociale strettamente legato al contesto in cui viene applicato, un dispositivo che si intreccia con la divisione in classi e la costruzione di gerarchie di potere. Come si è visto nelle summenzionate citazioni di Herzl, il progetto sionista è stato da subito un progetto di espansione europea oltremare: i coloni ebrei sionisti potevano anche essere visti come ‘non bianchi’ dagli europei nella metropoli, ma ‘diventavano bianchi’ nel momento in cui arrivavano in Asia, ossia diventavano titolari di privilegi rispetto agli autoctoni per il solo fatto della loro origine. È da notare che il progetto sionista inizialmente non aveva preso in considerazione gli ebrei dei paesi arabi: fu costretto a farlo solo dopo il 1948, perché lo sterminio nazista degli ebrei d’Europa e la migrazione di molti sopravvissuti in America o il loro ritorno in Unione Sovietica avevano ridotto le possibilità di attingere al bacino degli ebrei europei; anche allora, però, il ricorso agli ebrei dei paesi arabi fu basato sull’istituzione di una netta gerarchia sociale: i Mizrahim (gli “orientali”) servivano come manodopera e come fonte di incremento demografico, ma culturalmente erano considerati come alieni e quindi andavano ‘acculturati’ il prima possibile: nelle parole di David Ben Gurion, “Non vogliamo che gli israeliani diventino arabi. Abbiamo il dovere di lottare contro lo spirito del Levante che corrompe individui e società”; sulla stessa lunghezza d’onda, Abba Eban sosteneva che “Il nostro obiettivo dovrebbe essere infonderli con lo spirito dell’Occidente, anziché lasciare che ci trascinino in un Oriente innaturale” [cit. In Mikhael Elbaz, “Oriental Jews in Israeli Society”; 92, Nov/Dec 1980, <https://merip.org/1980/11/oriental-jews-in-israeli-society/>]. Arrivati nel paese, i Mizrahim furono immediatamente relegati agli ultimi gradini della scala sociale, dove si trovano in gran parte tutt’ora: basti pensare che, pur costituendo la maggioranza della popolazione, non vi è ancora stato un primo ministro di Israele che non fosse di origine ashkenazita; sotto di loro in questa infame gerarchia etnosociale ci sono solo gli ebrei etiopi e gli  arabi palestinesi; e come avvenuto altrove (si veda il caso dei meridionali nel Nord Italia), a tenere insieme i gruppi etnosociali subalterni con quelli dominanti è la presenza di un ‘nemico comune’: i palestinesi. Quindi, con buona pace di Finkelman, definire lo Stato di Israele un’istituzione “bianca, europea e coloniale” è perfettamente appropriato.










Fabio De Leonardis

Studioso di semiotica
Tags: anticolonialismoantisionismoentità sionistaResistenza palestinese
Previous Post

Lineamenti dell’attuale storiografia italiana sul socialismo

Next Post

GRILLO, UN PIGMALIONE MALMOSTOSO

Next Post
GRILLO, UN PIGMALIONE MALMOSTOSO

GRILLO, UN PIGMALIONE MALMOSTOSO

Lascia un commento Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli Recenti

  • Il Manuale Cencelli, oggi sostituito da quello delle parentele Agosto 9, 2026
  • Decreto sicurezza: la polizia può fermarti per 12 ore senza un giudice Luglio 15, 2026
  • Dal Medio Oriente all’America Latina: il mondo entra in una nuova stagione di instabilità Luglio 1, 2026
  • Tecnoautoritarismo: il potere esecutivo divora la democrazia? Giugno 29, 2026
  • Salario minimo affossato? L’accusa alla triplice sindacale scuote il mondo del lavoro Giugno 18, 2026

Ultimi Commenti

  • Francesco Stolfa su Il mondo sottosopra della UE
  • Luigi Proia su A che cosa servono gli intellettuali di sinistra
  • Angelo Criscuoli su Uno sputo in faccia dal Parlamento europeo alla storia del socialismo
  • Angelo Criscuoli su Lineamenti dell’attuale storiografia italiana sul socialismo
  • Gigi Bettoli su Lineamenti dell’attuale storiografia italiana sul socialismo

Archivio

  • Agosto 2026 (1)
  • Luglio 2026 (2)
  • Giugno 2026 (7)
  • Maggio 2026 (5)
  • Aprile 2026 (2)
  • Marzo 2026 (7)
  • Febbraio 2026 (11)
  • Gennaio 2026 (9)
  • Dicembre 2025 (6)
  • Novembre 2025 (6)
  • Ottobre 2025 (5)
  • Settembre 2025 (6)
  • Agosto 2025 (6)
  • Luglio 2025 (3)
  • Giugno 2025 (2)
  • Maggio 2025 (13)
  • Aprile 2025 (6)
  • Marzo 2025 (9)
  • Febbraio 2025 (12)
  • Gennaio 2025 (13)
  • Dicembre 2024 (12)
  • Novembre 2024 (9)
  • Ottobre 2024 (12)
  • Settembre 2024 (10)
  • Agosto 2024 (16)
  • Luglio 2024 (13)
  • Giugno 2024 (13)
  • Maggio 2024 (12)
  • Aprile 2024 (14)
  • Marzo 2024 (11)
  • Febbraio 2024 (13)
  • Gennaio 2024 (17)
  • Dicembre 2023 (20)
  • Novembre 2023 (16)
  • Ottobre 2023 (28)
  • Settembre 2023 (2)
  • Luglio 2023 (13)
  • Giugno 2023 (1)
Forza Lavoro | Spazio di cultura politica gestito e coordinato da Risorgimento Socialista

Viale Giotto 17 - 00153 Roma (RM)

C.F. 97916750587

Mail: info@forzalavoro.work

Politica di Riservatezza

© 2023 - Copyright Risorgimento Socialista - Tutti i diritti riservati

Welcome Back!

Login to your account below

Forgotten Password?

Retrieve your password

Please enter your username or email address to reset your password.

Log In

Add New Playlist

No Result
View All Result
  • Prima Pagina
  • Quaderni RS
  • Video
  • Audio
    • Interviste
    • Podcast
  • Eventi
    • Eventi Completati
  • Contatti

© 2026 JNews - Premium WordPress news & magazine theme by Jegtheme.