Gli inglesismi che invadono la politica e il quotidiano spacciati come inevitabile progresso della globalizzazione non hanno quasi mai una implicazione cosmopolita ma, al contrario, sono scientificamente utilizzati dalla propaganda per fini elettorali, per frammentare la massa e impedire la partecipazione collettiva del popolo alle tematiche della democrazia.
È inutile che l’accademia della crusca a cadenze regolari si svegli e inviti a evitare gli inglesismi perché la problematica non è semantica, ma di potere, nella fattispecie l’utilizzo di definizioni quali “bail in”, “bail out” o “stepchild adoption” in luogo di “salvataggio interno”, “esterno” o “adozione del figlio del compagno/a” non hanno altro scopo che fare in modo che un tale argomento sia compreso solo da segmenti di nicchia della cittadinanza, per poter legiferare accontentando le parti in causa interessate e allo stesso tempo impedire la partecipazione della massa interessata che, in quanto tale, potrebbe spingere verso scelte dettate da etica o giustizia piuttosto che dal “vantaggioso” che nell’antica Grecia era definito “ophelimon”. L’attività di governo diventa così esercizio lobbistico, sul modello anglosassone, e il popolo (definizione di per sé completamente rimossa dal linguaggio) coinvolto a compartimenti stagni, può trasversalmente appoggiare il potere.
Capita sporadicamente che qualche tematica scappi al controllo della propaganda e diventi di pubblico dominio, come ad esempio è successo per la “stepchild adoption” (quale che sia il punto di vista in merito, non è importante in questa sede): è qua che si disvela con prorompente evidenza come i governi non agiscano secondo una idea, un’etica o una visione che renda, se non prevedibile, perlomeno coerente la loro iniziativa. Il rifugio è la scelta che si ritiene meno penalizzante nell’ambito del consenso, non quella che si ritiene migliore politicamente. Gli inglesismi sono lo scudo che protegge e dietro al quale si cela il totalitarismo di questa pseudo-democrazia.

