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Il predominio del mare del nord

Gabriele Germani by Gabriele Germani
Febbraio 7, 2024
in Geopolitica, Politica, Primo Piano
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Il predominio del mare del nord
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Nel 1566 Margherita d’Austria, governatrice delle Fiandre, per conto di Filippo II, fu umiliata dai notabili. La nobiltà minore insorse per difendere la propria autonomia ed entrò a cavallo nel palazzo per consegnarle una petizione. Margherita spaventata si asserragliò, finché un domestico non le disse che non aveva nulla da temere da quei pezzenti. Gli insorti rivendicarono quel nome.

La situazione olandese si risolse con la Guerra dei Trent’anni (dal 1618 al 1648) e il riconoscimento ufficiale dell’indipendenza alle Sette Province protestanti (un riconoscimento informale era arrivato nel 1609 con il Trattato di Anversa che fissava una tregua).

Le Province diventarono riferimento per i Protestanti di tutta Europa e centro mercantile di grande rilevanza. Dal 1560 al 1650 la popolazione di Amsterdam passò da 30.000 a 150.000 abitanti. Più che uno Stato, le Province Unite furono un esperimento societario. Ogni cittadino era mercante di se stesso. Si avviava quel processo che avrebbe trasformato l’uomo in merce.

La costruzione di avamposti in Oriente seguì lo schema: gruppi di privati organizzavano missioni commerciali per espandere il mercato, cosa che portò i Paesi Bassi in rotta con il Portogallo. L’accumulazione di capitali fu tale che i banchieri locali finanziarono la ricostruzione di Londra dopo l’incendio del 1666. Ogni ciclo egemonico nel capitalismo pone le basi per il suo superamento: il Regno Unito avrebbe presto rimpiazzato gli olandesi sui mari e nell’economia mondiale.

Mentre la Germania era sconvolta dalle guerre confessionali, nelle Sette Provincie fiorivano l’editoria, la stampa, la libertà di culto e la finanza, famosa la bolla speculativa dei tulipani esplosa tra il 1636 e il 1637.

I cattolici riuscirono ad affermare la propria presenza e libertà, arrivarono ad essere oltre il 10% della popolazione complessiva.

Anche la comunità ebraica, respinta prima dalla Penisola Iberica e poi dall’Europa Orientale, trovava in Olanda un luogo ideale. Qui Spinoza, tra il 1632 e il 1677, in rottura con la comunità rabbinica, espose la sua filosofia razionalista. Nel 1673, l’Elettore Palatino lo invitò presso la sua corte, ma Spinoza rifiutò rendita e fama, potendo contare sul proprio lavoro di fabbricatore di lenti e sulla libertà di opinione olandese.[1]

La libertà era strumento di espansione economica. Un buon lavoratore, un uomo benestante, un buon mercante poteva aderire a qualsiasi culto e non spettava alla comunità occuparsi di questo.

Così seppur accerchiati da grandi Stati confessionali, gli olandesi riuscirono ad affermare un nuovo modello che lentamente conquistò l’Europa e il mondo. La libertà religiosa, di parola, scientifica, di iniziativa si dimostrò vincente e diventò la bandiera delle piccole comunità protestanti. La necessità di stampare la Bibbia per la lettura senza intermediari permise, oltre che una diffusa alfabetizzazione della popolazione, la fioritura dell’editoria e del conseguente mercato librario.

In poco meno di un secolo, il modello olandese pose le basi per il successivo decollo europeo.

La vittoria dei Protestanti nelle Province Unite sanciva anche il fallimento del progetto imperiale asburgico sull’Europa e sulle sue colonie (America, coste africane e vari avamposti in Asia). Col tempo, il dominio spagnolo si era ampliato eccessivamente, aumentando i costi di gestione burocratica ed amministrativa e rendendo sempre più difficile la difesa di questi territori troppo distanti tra loro. Il centro (la Spagna) si era svuotato demograficamente per popolare le nuove colonie, l’argento e l’oro sudamericani scappavano verso i porti del Mar del Nord dove compariva una fiorente industria dei filati. L’immobilismo sociale, in particolare il ruolo della nobiltà e del clero nel latifondo e nella pastorizia di ovini, fecero il resto.

La Spagna asburgica si avviava verso un lungo declino che sarebbe terminato secoli dopo,[2] lungo tutto il ciclo egemonico dei Paesi Bassi. Da subito, fece la sua comparsa la rivalità con nuove aspiranti potenze: Francia, Regno Unito e Svezia. Tutti rivali contro cui le Province Unite si trovarono a combattere alcuni conflitti (nel caso svedese, indirettamente per via dell’alleanza con i danesi).

La Svezia si schiantò tempo dopo contro la lenta ascesa della Russia nel Baltico (Grande guerra del Nord dal 1700 al 1721), mentre Francia e Regno Unito banchettarono a discapito di Amsterdam fino alla loro resa dei conti nel dopo Napoleone, con la definitiva affermazione londinese.

A minare il dominio olandese contribuirono fattori ciclici (costo del lavoro, debito, maggior peso della finanza) e fattori interni alle Province Unite (la scarsa estensione territoriale e demografica non avrebbe permesso di reggere la competizione con Stati più estesi).

Il Regno Unito intanto aveva stabilizzato il suo processo di colonizzazione interna (sulla componente celtica: Galles, Scozia, Cornovaglia e Irlanda) e si era avviato sui mari (in particolare in Nord America). Questa ascesa fu lenta e favorita da un rapporto di emulazione e scontro nei confronti delle vicine Province Unite. Il rapporto fu così intenso che nel 1688, Guglielmo III d’Orange[3] sbarcò sull’isola e ne diventò sovrano.

Fu l’avventura napoleonica a chiudere definitivamente il ciclo olandese e a favorire quello britannico. La Francia, nonostante il caos post-rivoluzionario, marciò alla conquista dell’Europa continentale, travolgendo i Paesi Bassi. I tempi erano cambiati e la scelta del blocco continentale lo dimostrò in pieno: le merci inglesi furono escluse da tutta l’Europa. Napoleone aveva ben compreso il peso dei mercanti nell’equilibrio sociale inglese. L’economia si affacciava da protagonista sulla storia mondiale e si preparava a soppiantare l’importanza del controllo territoriale: era il capitalismo.

La vittoria su Napoleone, senza aver subito invasioni, lasciò l’Inghilterra sola nella condizione di vincitrice e dominante sui mari. I Paesi Bassi persero lentamente buona parte delle restanti colonie, con l’eccezione di qualche centro sparuto nelle Americhe e del più importante blocco coloniale indonesiano, ma ormai Amsterdam era una piazza finanziaria e commerciale secondaria rispetto Londra.

Mentre gli olandesi tennero nei confronti dei portoghesi una linea dura, al punto di attaccarne le colonie africane e il Brasile, l’Inghilterra (forte di un’antica amicizia che risaliva ai tempi delle Crociate) puntò ad una solida alleanza. Il rapporto raggiunse un nuovo livello[4] durante il periodo napoleonico, quando Londra usò il Portogallo come piazza di sbarco per opporsi all’egemonia francese sul continente.

L’Inghilterra visse un periodo magico tra il 1720, anno dell’invenzione del motore a vapore e il 1825 anno della prima ferrovia tra Manchester e Liverpool. In questi anni, il paese vide aumentare la ricchezza e le spese in infrastrutture e istruzione. L’alfabetizzazione era già diffusa per via dell’adesione alla dottrina protestante e delle riforme politiche adottate che avevano concentrato sempre più peso nelle mani del Parlamento (composto dai rappresentanti del popolo e non solo della nobiltà e del clero). Per questioni di spazio, in questa monografia non posso dedicarmi al ruolo della rivoluzione nella storia inglese o al peso che questa ebbe nella nascita della borghesia locale, basti qui notare che a Londra si consumò una rivoluzione ben prima che a Parigi.

Il Regno Unito stabilizzò temporaneamente il pendolo euroasiatico,[5] un meccanismo millenario che caratterizzò la specie Homo Sapiens lungo buona parte del suo corso storico. Fino ad allora, nel primato come zona più dinamica avevamo visto un lento succedersi di Europa ed Estremo Oriente, di solito con un lieve vantaggio del secondo e il temporaneo affermarsi di poli alternativi (Russia, mondo arabo o varie formazioni politiche indiane).

La conquista dell’America dotò l’Europa di un continente di riserva in cui sfogare la propria demografia e in cui avviare un processo di accumulazione primaria della ricchezza ancora più rapido. Gli Stati europei trovarono un nuovo territorio da popolare, sfruttare, dove investire e dove trovare piante e animali nuovi.

Dal processo di colonizzazione gli europei ricavarono la forza per portare avanti la competizione nel proprio continente e in seguito per colonizzare l’Asia.

Nel corso dell’Ottocento, gli olandesi stabilizzarono il controllo sull’Indonesia, i francesi presero, al termine del secolo, il controllo diretto dell’Indocina e nel 1853 vi fu la comparsa delle navi nere del Commodoro Perry, della marina statunitense, nella baia di Tokyo con la conseguente forzata apertura del Giappone agli stranieri.

Nel 1858, l’India diventava formalmente una colonia del Regno Unito anche se Londra, attraverso la Compagnia delle Indie, era già penetrata nel subcontinente. Inoltre, tra il 1839 e il 1842 e tra il 1856 e il 1860 si svolsero le due Guerre dell’oppio con la Cina. I grandi imperi multietnici venivano umiliati dalle nazioni europee.

La strategia britannica del controllo dei mari raggiunse il culmine con il Congresso di Vienna (tra il 1814 e il 1815). Tutte le nazioni continentali si trovarono impelagate nella ricostruzione di un ordine postbellico. Spagna, Italia e Francia furono scosse da continui tumulti, l’Impero Ottomano si avviò a diventare il grande malato, a partire dall’indipendenza greca, realizzata col sostegno inglese. La Prussia e l’Austria si proiettavano nella disputa per il controllo del mondo tedesco. La Russia procedeva verso un tumultuoso e combattuto processo di modernizzazione che sarebbe esploso con l’abolizione della servitù della gleba da parte dello zar Alessandro II (1861) e la Rivoluzione Russa (dal 1917 al 1921).

Il caos napoleonico aveva permesso l’indipendenza degli Stati latinoamericani dalla Spagna. Le giunte locali presero il potere, esercitandolo formalmente in nome della corte di Madrid. Questo escamotage fu chiamato maschera di Ferdinando, in riferimento al nome del monarca deposto da Napoleone. Tra il 1808 e gli anni Venti dell’Ottocento, nacquero le repubbliche latinoamericane indipendenti. Fu inutile il tentativo degli stati reazionari europei, durante il Congresso di Vienna, di vagheggiare un intervento per ristabilire il colonialismo e la monarchia; il Regno Unito, l’unico realmente nelle condizioni di condurre questo intervento, scartò l’ipotesi.

A Londra conveniva un Sud America indipendente e diviso: furono favorite le rivalità locali e la frammentazione politica. Gli inglesi sostennero i vari ribelli puntando ad aprire la regione alle proprie merci. Le giunte ricambiarono il favore abolendo tutti i dazi sulle merci britanniche non appena ottenuta l’indipendenza.

Si veniva così a creare quella caratteristica marginalizzazione del Sud America, poi formalizzata dalla teoria della dipendenza, in cui la regione si condannava ad esportare merci non lavorate e ad importarne di lavorate dal centro economico (Europa e Nord America). La borghesia urbana, spesso coinvolta nella proprietà del latifondo, suggellò una sorta di accordo con le potenze straniere barattando l’indipendenza dalla Spagna con la subalternità all’Inghilterra prima e agli Stati Uniti dopo. Si stabilizzava un legame tra dominio interno (dei ricchi sui poveri, della città sulla campagna e spesso con connotazione razziale) e dominio esterno (centro nordatlantico su America Latina, Africa e Asia). Il classismo e l’imperialismo si abbinavano e diventavano le fondamenta del nuovo ordine sociale ed economico mondiale. (dai Quaderni di RS )

[1] Cfr. A. Prosperi, Storia moderna e contemporanea; Dalla Peste Nera alla guerra dei Trent’anni, Einaudi, Torino 2000, pp. 435-70.

[2] La Spagna ebbe il suo apogeo con la colonizzazione dell’America e la vittoria di Lepanto (1500). Il lungo declino di Madrid ebbe inizio con la guerra contro i Paesi Bassi (tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento) e proseguì con la plurisecolare periferizzazione iberica, terminata solo nel 1975 con la fine del franchismo.

[3] Guglielmo apparteneva alla famiglia Orange, che deteneva la carica di statolder nei Paesi Bassi, carica che lui ricoprì dal 1672. Per questioni dinastiche e religiose (la sua adesione al protestantesimo), nel 1689 ottenne anche la corona di Inghilterra, Irlanda e poi Scozia.

[4] Il Portogallo subì una sorta di satellizzazione nella rete commerciale britannica.

[5] Con pendolo euroasiatico si intende un fenomeno storico che pone in Estremo Oriente, in particolare in Cina, e in Europa occidentale, i due principali serbatoi demografici ed economici della nostra specie. Queste due polarità, sin dall’epoca antica, si sono alternate in un ruolo egemonico sul continente. Entrambe sono posizionate lungo la fascia temperata che corre dal Portogallo al Giappone e che ha visto l’affermarsi di altre grandi civiltà: l’Islam, la Persia, l’India precoloniale, l’impero vietnamita, coreano o giapponese. All’ascesa di un polo faceva da bilanciamento il declino dell’altro. Esempio è la diffusione della peste nera che prima colpì la Cina e poi lentamente si spostò in Occidente, distruggendo la società medievale, mentre Pechino viveva un nuovo periodo aureo.

 

segue da articolo precedente

Tags: capitalismomultipolarismo
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