L’alba del 18 giugno 2025 verrà ricordata a Cosenza e in tutta Italia come quella in cui la statua in bronzo dedicata a Giacomo Mancini è stata rimossa dal luogo, altamente simbolico, in cui era stata posizionata appena tre anni fa, nel 2022, a venti anni dalla sua scomparsa, davanti al Palazzo dei Bruzi, sede del Comune del quale il politico socialista è stato sindaco.
L’alba è l’ora dei blitz della Polizia e dei Carabinieri, e anche quella in cui venivano eseguite le condanne a morte. A Cosenza si è pensato bene di evitare che all’esecuzione della “condanna” deliberata dal Comune, da parte dei Vigili Urbani, non ci fosse gente per strada: i cosentini hanno sempre avuto una grande ammirazione, a prescindere dall’appartenenza politica, per un grande leader della politica calabrese e nazionale.
Le polemiche non sono mancate. L’indignazione per l’offesa contro un simbolo della città e dell’intera Calabria è diffusa tra la gente, soprattutto perché lo sfratto (e la successiva rimozione) è avvenuto senza la preventiva chiarezza necessaria per quanto riguarda le motivazioni, nonostante le numerose richieste in tal senso formulate dalle associazioni culturali, dalle scuole, dagli storici, dai comuni cittadini. Il giornalista e scrittore Paride Leporace, che proprio nelle scorse settimane nel suo volume «Cosenza nel ‘900 – Storie e personaggi», si è soffermato tanto anche sulla figura e l’opera di Mancini, appena rimossa la statua bronzea ha esternato il suo fermo disappunto: “Caro Giacomo Mancini, oggi è uno di quei rari giorni in cui mi vergogno di essere di Cosenza”.
Il “Leone”, così è stato e viene definito Mancini, è stato indiscusso protagonista della storia del Partito Socialista Italiano (nonché segretario nazionale nel 1970), fautore di riforme importanti nell’ambito della sanità e della gestione del territorio, e poi da sindaco di Cosenza ha lasciato segni indelebili e ha ridato vigore al centro storico e al patrimonio culturale della città. Figlio di Pietro, deputato costituente, ha fatto la Resistenza ai tempi dell’occupazione nazista di Roma, e per ben dieci volte è stato eletto al Parlamento, venendo nominato anche ministro (Sanità e Lavori Pubblici).
La politica locale avversa all’attuale maggioranza al Comune di Cosenza, attraverso stampa amica e interessata, non ha mancato di sottolineare che a firmare il provvedimento che rende indesiderata la presenza, sia pur attraverso una lega di metalli, del cosentino più noto di sempre dopo Bernardino Telesio, è stato un sindaco che ha la tessera del Psi di Maraio, e che, nonostante la collocazione attuale, ha vissuto gli anni del partito di Nenni, Lombardi, Mancini, De Martino.
Ma cosa c’è dietro allo sfratto della statua di Giacomo Mancini? Il business… Si, perché al Comune di Cosenza la “Fondazione Bilotti” (il noto artista contemporaneo Carlo Bilotti, scomparso nel 2006 in Florida, era nativo di San Giovanni in Fiore) ha donato già da molti anni una cospicua collezione di opere d’arte moderna che adorna il centro della città, costituendo il “MAB – Museo all’Aperto Bilotti”. Venne stipulata nel 2002, dopo la scomparsa di Mancini, una convenzione tra le parti (Comune e Fondazione) in base alla quale non possono essere posizionate sculture che non abbiano un riconosciuto valore artistico. Il Comune ha dovuto cedere, perché la Fondazione Bilotti ha preteso la rimozione del “Leone”, escludendo qualsiasi “negoziazione”. Peraltro, l’influenza della Fondazione nella realtà cosentina, è stata notevole già in passato, quando il Comune dovette rinominare una delle piazze più importanti da “Piazza Fera” a “Piazza Bilotti”. E il MAB attira turisti e critici d’arte.
Nella città che fu sede dell’Accademia Cosentina, terra dei filosofi Telesio e Parrasio, dove la storia e la memoria hanno sempre avuto una valenza indiscussa, al punto che viene definita la “Atene della Calabria”, la gente del posto si sente un po’ “tradita”, perché in molti durante la passeggiata, al termine di Corso Mazzini, trovavano il bronzo di Giacomo Mancini, lo salutavano, gli regalavano un garofano rosso, erano, sono e saranno fieri di ricordare il socialista calabrese che parlava con tutti, sperando di poterlo presto rivedere in un luogo in cui la sua “presenza” non possa dare fastidio, nonostante la scultura che ne conserva la memoria non sia ritenuta un’opera d’arte.

