Non fate caso al titolo di questo appello. O magari prendetelo per quello che vuole essere. Un invito a scegliere e ad agire in un universo, quello mediorientale, segnato dal silenzio delle vittime, dall’impotenza politica della collettività internazionale e dei suoi vari esponenti e dalla violenza senza fine e senza sbocco dei loro carnefici.
Tacciono i palestinesi di Cisgiordania e di Gaza. Perché non hanno una voce propria e nessuno ha l’autorità per parlare a loro nome. E perché nessuno sembra interessato a capire e a recepire quello che sentono e pensano. Mentre si perdono regolarmente per l’aria, se non sono oggetto di censura, le mille e autorevoli voci che denunciano il genocidio umano, materiale e politico di cui sono oggetto. Tacciono i paesi arabi incapaci di assumere una qualsivoglia responsabilità collettiva per la soluzione del problema e timorosi che qualsiasi loro iniziativa possa far saltare equilibri interni così faticosamente raggiunti. Mentre, in Israele, l’unica voce che conta sembra essere quella di Netanyahu e degli odiatori di professione al suo servizio in Israele e in giro per il mondo. A nascondere il fallimento del suo conclamato obbiettivo di distruggere Hamas e di controllare la Striscia; mentre i suoi comportamenti e i suoi proclami accentuano il suo isolamento internazionale e, ahimè, gettano le basi per la rinascita e la banalizzazione dell’antisemitismo. Mentre si perdono per l’aria le parole e i richiami di americani ed europei, incapaci di controllare il mostro che hanno visto nascere e crescere senza reagire.
Non è un caso, allora, che nel festival per l’incoronazione della Harris non ci sia spazio per questioni divisive e per presenze imbarazzanti. E che queste ultime siano state, in definitiva, assai scarse, con l’assenza sia di chi spera che la Harris faccia qualcosa sia di chi è convinto che nulla possa mettere in discussione l’appoggio “a prescindere” degli Stati Uniti per Israele.
Sia detto per inciso, il problema della Harris è, insieme, personale e politico. C’è in lei, o comunque si avverte, qualcosa di profondamente fasullo; un’aggressività polemica fatta di arroganza più che di passione e una disponibilità totalmente priva di empatia. Il tutto amplificato dal totale fallimento della sua gestione dell’immigrazione e dall’assoluta mancanza di know how e di prestigio internazionale. E, a gestire le rovine del suo “grande disegno” internazionale nei cinque/sei mesi che gli restano, un presidente, liquidato per l’incapacità di svolgere un’adeguata campagna elettorale e, quindi, con un’autorità vicina allo zero.
A complicare il tutto, siamo di fronte ad una campagna presidenziale già incanalata sui problemi interni: per scelta nel caso dei democratici, per gli incoercibili istinti belluini del loro candidato, i repubblicani. In questo quadro, gli impegni che l’attuale amministrazione va assumendo per una tregua a tempo indeterminato e per la ricostruzione di Gaza sono almeno qui e oggi, aria fritta. E questo perché Netanyahu sa perfettamente che un suo no al frutto della mediazione egiziano/qatariota non avrà, per Israele, nessuna conseguenza negativa. Al massimo un colpetto sulle nocche per i pogrom (così li aveva definiti il generale Gallant, prima del 7ottobre) a rate in corso in Cisgiordania; per il resto rifornimenti militari in abbondanza e amici più di prima. Il suo obbiettivo è allora quello di tirarla per le lunghe mantenendo ferma la sua richiesta di controllare militarmente la frontiera con l’Egitto (per Gaza e i suoi abitanti, la morte per soffocamento). Per l’intanto, via libera ad ulteriori uccisioni in tutta l’area così da far saltare i nervi ai suoi nemici, provocando la loro reazione per poter poi distruggerli definitivamente (è quello che auspicano, più o meno apertamente, i corifei della civiltà occidentale) e sperando, con più di una ragione, che il fallimento di Biden/Harris apra la strada al ritorno dell’amico Trump.
Una provocazione che gli iraniani, come gli hezbollah libanesi, si guarderanno bene dal raccogliere. E non in nome di una sorta di disciplina rivoluzionaria, ma perché diventati da tempo conservatori; e di interessi considerevoli e consolidati.
In tutto questo rimane però un interrogativo fondamentale e lungi dall’essere risolto: chi governerà Gaza?
Un compito che Israele non vuole più assumersi. Con l’eccezione della destra razzista di Ben Gvir e di Smotrich. Conosciamo i loro piani grazie a Francesca Mannocchi, grande giornalista e gran donna: la parte utile della striscia trasformata secondo i dettami di un Briatore qualsiasi (hotel e residence di lusso e piscine a forma di cuore); la parte povera svuotata dai suoi abitanti, da deportare in altri paesi arabi. Un museo dell’orrore, peraltro, le cui possibilità di realizzazione sono pari a zero.
La linea del governo israeliano si può, invece, riassumere nel “né noi, né nessun altro”. E’ la rinuncia ufficiosa a “distruggere Hamas”; ma è anche la condanna alla morte per soffocamento della popolazione di Gaza, grazie alla chiusura “manu militari” del valico di Rafah, unica sua apertura verso il mondo esterno.
Si aggiunga che, a rivendicare questo ruolo non c’è proprio nessuno. Non l’autorità palestinese e per ovvi motivi. Non il mondo arabo (a prescindere dalla patetica richiesta degli Emirati Arabi Uniti). Non la coppia Qatar/Egitto. Europei e americani, zero carbonella.
E, allora, proprio da Gaza dobbiamo ripartire. O, più esattamente dai suoi abitanti. E non per scelta ideologica; ma in nome di quel socialismo che o è “delle persone” o non è.
E, allora, con chi abbiamo a che fare?
Con delle bestie? Lasciamo questo giudizio alla destra razzista israeliana e ai suoi turiferari occidentali.
Con dei terroristi in nome della contiguità? Ma contiguità non vuol dire necessariamente consenso. E, sia detto per inciso, nessuno chiese, dopo il 1945, e con ragione, la condanna di quel popolo tedesco che pure aveva attivamente sostenuto sino alla fine Hitler e il regime nazista.
Come la variante moderna dei vari popoli condannati allo sterminio nell’Antico Testamento? Ma siamo nel ventunesimo secolo; in cui non ci sono, nemmeno a livello delle coscienze collettive, né popoli eletti né popoli maledetti.
Dunque un popolo normale che subisce, da anni, sofferenze collettive terribili. E che, seguendo le richieste di Netanyahu sarebbe ermeticamente chiuso al mondo esterno; e sottoposto, per giunta, ad ulteriori raid punitivi al minimo sospetto di presenza di “terroristi”.
Qualche tempo fa, Raniero La Valle, con la passione profetica che lo contraddistingue, proponeva di dichiarare “patrimonio dell’umanità” il popolo israeliano e quello palestinese. E, nella stessa vena, chiamava l’Onu a svolgere questo ruolo.
Diamo allora tutti, come movimento pacifista, sostanza a questa proposta. Chiediamo all’Onu e al Consiglio di Sicurezza, di inviare nella zona una forza di interposizione internazionale tra israeliani e palestinesi; facendo partire, nel contempo, un piano di ricostruzione che restituisca ai suoi abitanti una speranza nel futuro.
Se non ora, quando?

