In questi tempi post-guerra fredda, in cui lo stesso termine “guerra” non trova più spazio nel diritto internazionale, nel solo 2017 a livello mondiale si contavano 378 conflitti totali, di cui 186 crisi violente e 20 guerre ad alta intensità, che si traducono in più di 1000 morti in battaglia ogni singolo anno per conflitto e in una continuazione di ostilità minori nel tempo. Se questi eventi non trovano riscontro nella copertura mediatica, lo stesso non sta succedendo per la crisi venezuelana nel cui news management è possibile scorgere i prodromi di una nuova “guerra umanitaria”.
La propaganda, attività costante e strutturale degli Stati dell’età contemporanea, che già nei primi anni ‘90 si era andata evolvendo nel cosiddetto news management, che ha coinvolto il sistema dei media occidentali con la massiccia diffusione di notizie costruite su misura per identificare il nemico da abbattere e legittimare l’intervento statunitense a guida della coalizione internazionale, formatasi sotto l’egida dell’ONU, nella prima Guerra del Golfo, ha avuto il punto di svolta all’indomani dell’undici settembre del 2001 quando Charlotte Beers, che negli anni ‘90 aveva diretto due delle maggiori agenzie pubblicitarie americane, fu nominata sottosegretario di stato per la diplomazia. Un professionista del marketing per la prima volta veniva scelto per un incarico di responsabilità diplomatica e non come semplice consulente di comunicazione. La motivazione come spiegò il Segretario di Stato Colin Powell era “un tentativo di passare dalla semplice vendita dell’immagine USA […] alla vendita dell’intero marchio della politica estera”.
Se il re-branding dell’immagine USA condotto dalla Beers nell’ambito della “guerra al terrorismo”, che ha aperto la strada all’invasione dell’Afghanistan e al rovesciamento del regime talebano, ha avuto successo solo nei paesi occidentali è dovuto a una campagna di comunicazione imperniata sui “valori condivisi” che evitava di trattare temi centrali del risentimento musulmano nei confronti degli Stati Uniti. Risentimento ben evidenziato dal commento rilasciato, dopo la visione di uno spot dei “valori condivisi”, da uno studente di economia indonesiano “Sappiamo che in America c’è libertà di religione e questo va bene. Quello che ci irrita è l’arroganza degli Stati Uniti sul resto del mondo”.
Dopo il fallimento della campagna Shared Values, a monte della “guerra preventiva” contro l’Iraq di Saddam Hussein l’OGC, Office of Global Communications, creato nel 2002 dalla Casa Bianca, si è impegnato nella messa a punto di “tecniche di comunicazione per persuadere i gruppi di coloro che all’interno di una società creano l’opinione della necessità di estromettere il leader iracheno” scrisse il Times londinese riportando la notizia che l’OGC avrebbe speso 200 milioni di dollari per un bombardamento mediatico destinato“ al pubblico americano e straniero, in special modo alle nazioni arabe diffidenti verso la politica USA in Medioriente”.
Per la prima volta nella comunicazione della crisi le classiche leve della persuasione, poste all’inizio del XX secolo dai teorici americani del marketing, che trovano le loro fondamenta nell’accepted consumer belief, la rilevazione dei convincimenti comuni a prescindere dalla loro fondatezza, e nel consumer insight, l’individuazione delle frustrazioni dei target di riferimento che il “prodotto” si impegna a risolvere, venivano veicolate in uno storytelling strutturato, cioè in una narrazione non necessariamente vera ma verosimile sia delle motivazioni che delle azioni.
Al riguardo l’esempio più efficace della trasformazione della realtà in fiction è probabilmente l’Ashley’s Story un videoclip che infrangeva un tabù utilizzando la figlia di una vittima dell’11 settembre per trasmettere un messaggio politico che collocava il tema del terrorismo nel racconto di una storia personale, un contesto in cui la gente potesse accettare senza porsi domande le parole di una bambina, che dal terribile attentato in cui aveva perso la madre non aveva più proferito parola: “È l’uomo più potente del mondo e vuol essere sicuro che io stia bene”. Il presidente figura centrale dello scopo del messaggio, trasmesso nelle ultime tre settimane della campagna elettorale per la sua rielezione, non dice nulla, non espone punti del programma o idee lascia che siano gli “americani “ a parlare bene di lui.
I due frame sui quali l’amministrazione Bush spinse per convincere il popolo americano ad accettare l’intervento armato in Iraq erano la guerra al terrore ed il patriottismo, quelli su cui poggiano le dichiarazioni sciorinate dai principali esponenti dell’amministrazione USA di Trump sono le ragioni della libertà e della democrazia mancanti in Venezuela e la necessità di “non restare a guardare” ma di aiutare attivamente la nazione sudamericana.

