COME VOLEVASI DIMOSTRARE
Serge Klarsfeld è un ebreo francese, famosissimo per il ruolo svolto, negli anni del dopoguerra e anche dopo, nella caccia ai criminali nazisti rifugiatisi in vari paesi del mondo dopo la caduta del Terzo Reich.
Il Rassemblement National è l’erede del Front National degli anni Ottanta del secolo scorso: nato per sommare il risentimento profondo di parte della società francese per l’abbandono dell’Algeria e l’eredità anticomunista e antigollista (e antiebraica) degli eredi di Vichy. E catalogando la Shoa come un episodio marginale della seconda guerra mondiale.
In parallelo gli attentati antiebraici (usare la parola “antisemita”, guardandosi bene dall’applicarla all’islamofobia, è uno dei tanti imbrogli semantici che ci tocca subire in mancanza di qualsiasi reazione N.d.A.) sono stati, e rimangono tuttora patrimonio dell’estrema destra; anche se accompagnati, in tempi più recenti, da una serie di atti violenti nati negli ambienti dell’immigrazione islamica. Per altro verso, in quelli della sinistra radicale, l’ostilità ideologica nei confronti di Israele non si è estesa agli ebrei in quanto tali. A fronte di un’ostilità sempre più generalizzata della comunità nei confronti della sinistra.
Un mutamento che, insieme a molti altri, si è fatto, come vedremo, sempre più rapido nel corso del tempo. Investendo, contemporaneamente: le posizioni del Fronte; il ruolo e gli orientamenti della diaspora; le scelte del centro nella dialettica destra/sinistra; e infine il crollo definitivo di quel fronte repubblicano, sorto dal 2OO2 in poi per sbarrare la strada al Fronte nazionale.
Quest’ultimo ha, diciamo così, ha cambiato spalla al suo fucile: diventando Rassemblement; trasformandosi da partito revanscista di destra, in formazione sovrano/populista in guerra contro le élite di Parigi e di Bruxelles privilegiate e sorde alle esigenze del popolo oltre che estremo difensore dell’identità francese nei confronti dell’immigrazione incontrollata; mettendo, di recente molta acqua nel suo vino sul primo fronte ma non certo sul secondo.
Il massacro di Gaza ha definitivamente posto in crisi quel rapporto tra Israele e diaspora, ipotizzato dai fondatori del sionismo e tenuto in piedi da Ben Gurion e dai suoi sino alle guerre dei sei giorni e del kippur. Uno schema in cui l’affermazione del modello sionista e la crescita pacifica della diaspora si sostenevano reciprocamente; nell’adesione comune ai valori dell’Occidente.
Così, nell’universo di Netanyahu, il posto degli ebrei è Israele. Solo lì potranno manifestare appieno la loro comunità di destino; solo lì potranno sentirsi al sicuro in un mondo dove l’antisemitismo è sempre all’ordine del giorno e può riesplodere in qualsiasi momento. Se questa opzione viene rifiutata ciò non farà che accentuare il loro obbligo di sostenere, senza se e senza ma, le posizioni assunte dal Nostro. Come, di fatto, sta avvenendo. Senza colpo ferire in Europa; con forti contrasti in America. E, ahimè, in una prospettiva futura in cui l’eredità lasciata dalla destra nazional-religiosa accrescerà l’insicurezza di tutti.
Così Macron è proiettato al centro della scena al momento stesso della sua entrata in politica. Caso unico nella storia della quinta repubblica, dove si accede al potere supremo o come via d’uscita di una crisi sistemica (De Gaulle) o al terzo tentativo (Mitterrand, Chirac); o dopo feroci lotte interne (Giscard, Sarkozy) o come risultante della mancanza di altri candidati (Hollande). Al Nostro basterà, per candidarsi, una comunicazione scritta allo stesso Hollande (di cui era diventato consigliere economico); dopo di che troverà la porta aperta dalla crisi strutturale dei due partiti cardine della quinta repubblica, socialisti e repubblicani, oltre che dalle traversie giudiziarie che colpiscono i suoi concorrenti.
Tutto ciò conterrà in sé la sua nemesi. Per ragioni oggettive; leggi perché in un sistema ideologicamente ed esistenzialmente bipolare, la distruzione delle componenti moderate dei due schieramenti porta necessariamente all’affermazione di quelle più radicali. Ma anche e soprattutto per la personalità e la visione delle cose del nuovo presidente.
Così il suo rapido e incontrastato passaggio dall’oscurità alla presidenza non farà che accentuare, insieme, il suo egotismo e la sua sociopatia: traducibili nella propensione a parlare e nell’incapacità di ascoltare; come nelle sue reazioni incontrollate di fronte agli ostacoli che incontra. Così, ancora, la cultura e i principi del mondo cui appartiene, quello del capitalismo finanziario, lo rendono insensibile alle ragioni dei suoi oppositori, “con particolare riferimento” a quelle della sinistra. Di qui il rifiuto ostile che lo accompagna sin dall’inizio da parte della sinistra e che diventerà nel corso del tempo, rivolto non solo alla politica ma anche alla persona. Mentre l’evoluzione della sua presidenza, sul piano internazionale e, quindi, su quello interno, lo porterà sempre più a considerare la sinistra radicale come nemico principale e Marine come un concorrente, magari impropria, magari addirittura indegna e/o abusiva ma all’interno dello stesso spazio politico.
Per effetto di tutto questo, il “fronte repubblicano” eretto a isolare i lepenisti e a sbarrar loro la strada comincerà a franare: nelle urne e nelle coscienze.
Così nel 2OO2 la scontro Chirac/ Le Pen (19 a 17 al primo turno) si era chiuso all’8O% contro 2O %); divario sceso due anni fa ad appena 16 punti.
Da allora la frana si è ancora accentuata. Favorita dal fatto che si tratta di una elezione legislativa e non presidenziale; e, ancor più dal fatto che il partito del presidente ha rinunciato a presentarsi in una novantina di circoscrizioni (su 577), mentre le altre si divideranno tra triangolari e bipolari con la crescita del numero delle prime a spesa delle seconde.
Come andranno, allora, le cose? Per saperlo, o pensare di saperlo, ci saranno a disposizione tutti i possibili sondaggi. Chi scrive si limita ad individuare alcuni segnali premonitori.
Il primo è ufficiale: la linea del presidente e, quindi, del suo governo è quella del no ai due opposti estremismi. Un assist implicito per quanti siano portati a ritenere che quello di destra sia il meno peggiore, non foss’altro perché rispettoso degli interessi e delle prerogative dei privati e dei possidenti.
Si aggiunga ancora il fatto che manchino circa tre anni alle prossime elezioni presidenziali; e che in questo periodo Macron non possa sciogliere il parlamento per la seconda volta. Ci dovrà allora essere un governo: meglio se di coalizione; sopportabile se di destra, inimmaginabile se di sinistra-sinistra.
Infine, e soprattutto, ci sono i grandi sacerdoti a custodia del Tempio: l’Europa, leggi i vincoli di bilancio; l’Ucraina, leggi il sostegno a tempo indefinito alla guerra; e, primus inter pares, Israele, leggi Netanyahu, leggi jl baubau dell’antisemitismo così come definito da Lui e dai suoi compari. Sino al 7 ottobre, il Fronte popolare avrebbe potuto, forse, superare il loro esame. Dopo, non più. Qualunque cosa dica o faccia per dimostrare la falsità di quest’accusa.
A chiudere il cerchio, bisognerà allora ritornare all’inizio: a Serge Klarsfeld e alla condanna per antisemitismo della coalizione di sinistra. Il Nostro non ha dubbi. Voterà, convintamente, per gli antisemiti dell’altroieri e di ieri perché diventati difensori dell’Israele di oggi e cultori convinti dell’islamofobia. E, a dargli manforte, una stampa di regime, con argomenti, diciamo cosi, tanto logicamente ferrei quanto concretamente inconsistenti.
Si parte da un fatto di cronaca: le violenze subite da un’adolescente ebrea ad opera dei suoi compagni di scuola in un istituto della periferia esterna di Parigi. Si attribuisce quest’episodio alla campagna di odio scatenata da Hamas e, di riflesso, ai suoi sostenitori. Categoria cui apparterebbero tutti coloro che non avrebbero condannato a sufficienza il massacro del 7 ottobre, mentre avrebbero contestato il diritto di Israele a difendersi denunciando le pratiche di rappresaglia se non di indiscriminata vendetta in atto a Gaza. Posizioni assunte, nello specifico, da un leader da gran tempo nel mirino, come “irresponsabile estremista”, della destra e del governo, Jean-Luc Mèlènchon. Ma non nel documento, estremamente equilibrato, adottato nel programma elettorale del Fronte popolare; “antisemita”, se del caso, ma per il puro reato di contiguità.
A coronare il tutto la dichiarazione di voto di Klarsfeld: ieri a caccia di criminali nazisti; oggi di “opinionisti” di sinistra. E l’appoggio aperto di Macron e del suo governo a questa campagna di odio.
Come Volevasi Dimostrare.

