F. Kennedy sosteneva che i lobbisti fossero quelle persone che per fargli comprendere un problema impiegavano 10 minuti e 5 fogli di carta, quando i suoi collaboratori per spiegargli lo stesso problema impiegavano 3 giorni e decine di pagine.
Per quanto parlando di lobbying non si possa prescindere dal sistema culturale e politico di riferimento, quella che potrebbe apparire come una meritoria capacità di sintesi ha una sua ragione specifica. Un lobbista, dopo aver svolto l’analisi del contesto, una mappatura dei decision maker e degli influenti attraverso un’analisi dettagliata dei loro atteggiamenti, attività, dichiarazioni, storia personale, rapporti e relazioni, non racconta ai decisori la realtà nella sua complessità ma come in ogni forma di comunicazione persuasiva rimane in quella zona grigia di non menzogna e di non verità in cui si tralascia o minimizza l’analisi delle conseguenze che comporta l’adozione di un provvedimento.
Le azioni di lobby non si limitano a promuovere iniziative tese a normare certe situazioni ma anche a orientare, accelerare o ritardare il processo decisionale in corso. Secondo Muzi Falconi socio emerito dell’IPR (Institute of Public Relations): “Il lobbying è un’azione consapevole e coordinata nel tempo, condotta nel rispetto delle normative vigenti, realizzata da un organismo complesso (impresa, associazione, ente), pubblico o privato con la quale ci si propone di influenzare il processo decisionale pubblico (a livello sovranazionale, nazionale, regionale o locale), attraverso lo sviluppo di sistemi di relazione diretta e l’uso di strumenti o canali di informazione diretti verso i decisori pubblici, oppure a persone fisiche e giuridiche, gruppi o associazioni che si ritiene possano esercitare una influenza sui decisori”.
Se questa definizione può essere calzante per il modello statunitense, nel quale l’attività di lobbying è tutelata dalla Costituzione e soggetta a una regolamentazione che, pur mostrando dei limiti, norma rigidamente sia le attività dei lobbisti che dei decisori pubblici, lo stesso non può dirsi nel nostro paese, dove per tale attività manca ancora una legge che la normi in maniera onnicomprensiva, benché la richiesta di una legge sulla “rappresentanza di interessi”, come viene definito nel nostro paese il lobbying, risale all’inizio della Prima Repubblica.
In mancanza di normative di settore la rappresentanza degli interessi in Italia per molto tempo si è basata da una parte sui partiti politici, quali portatori delle istanze dei loro specifici gruppi di riferimento, e dall’altra sui sindacati e le associazioni.
I regolamenti di Camera e Senato prevedono che le commissioni possano organizzare audizioni di rappresentanti locali e del settore privato, associazioni di categoria ed esperti, al fine di acquisire informazioni e documenti rilevanti. Se una prima questione, legata ai rapporti di forza all’interno della commissione, è nel “chi invitare”, un secondo problema sta nel fatto che mentre alla Camera si prevede la redazione di un verbale e di un resoconto stenografico, al Senato sia la redazione che il resoconto sono facoltativi. Questa anomalia si ripresenta nell’adozione da parte della sola Camera di un registro dei portatori d’interesse che conta oltre 200 strutture accreditate. Tuttavia è necessario denotare che anche in presenza di un regolamento ad-hoc diverse relazioni annuali non vengono pubblicate e molte altre sono caratterizzare dalla vacuità delle informazioni fornite.
La mancanza di trasparenza sul processo decisionale, su chi lo influenza e le vicissitudini giudiziarie hanno portato alla sovrapposizione nell’immaginario collettivo dei concetti di lobbying e di corruzione, quasi fossero sinonimi. In questo contesto di discredito da parte dell’opinione pubblica, riguardo ai rapporti diretti tra i portatori di interessi e i decisori pubblici, si prova a sopperire alla mancanza di fiducia ricorrendo al grassroot lobbying.
Il grassroot lobbying è una strategia tesa a influenzare i decisori pubblici su specifiche “issue”(questioni/cause) attraverso una pressione che essendo esercitata dall’opinione pubblica non appare indebita. Trattandosi di un’attività di lobbying indiretta, condizionata dal grado di coinvolgimento che riesce a generare, si utilizzano tecniche di comunicazione di massa. Nello specifico, l’informazione, propagata da un centro, è veicolata a opinion leader autorevoli o presunti tali, che la plasmano, rendendola così assimilabile, e poi la trasmettono tramite media ai pubblici di riferimento.
La natura duale della RAI, influenzata dal potere politico in quanto società per azioni concessionaria in esclusiva dell’esercizio pubblico radiofonico, televisivo e multimediale sull’intero territorio nazionale e da quello economico attraverso la dipendenza dai proventi generati dalla pubblicità, la rende un media particolarmente esposto alle attività di lobbying e il mezzo ideale per il grassroot lobbing.

