Per quel molto (o poco) che vale non si è mai raggiunto, in sede Onu, un accordo sul significato di questa parola. A causa della contrapposizione netta tra quanti (gli occidentali) pensavano che questa qualifica valesse per atti di violenza pubblica praticata da soggetti non statuali nei confronti di persone o cose e quanti (il cosiddetto terzo mondo, appoggiato dal “campo socialista”) intendevano estenderla anche alle azioni di repressione compiuti dagli stati.
In assenza di un accordo, a decidere, come ci ha (definitivamente) spiegato il nuovo leader siriano al Golani, chi è terrorista e chi no sono gli stati. A partire da una dimensione puramente interna (Turchia, Cina) sino ad assumere ambizioni precettive globali (anglosfera, Ue, Israele).
A differenza dei diamanti, i terroristi non lo sono “per sempre”. E questo vale non solo per i paesi del terzo mondo all’indomani della raggiunta indipendenza ma anche in Occidente (Irlanda) e in Israele, dove Hamas ha oscillato tra le stelle di un’alternativa alla laica Olp (inizi anni ottanta), il Purgatorio successivo alla penultima offensiva di Gaza sino all’irredimibile inferno, successivo alla strage del 7 ottobre.
In compenso questo “status” è terribilmente contagioso. Estendendosi dai fatti alle opinioni; in un contesto che non ha alcun limite. Se non quello, non banale, dell’opportunità. Perché basato su di una presunzione di consapevolezza, per non dire di colpa collettiva, che gli interessati non sono in condizione di contestare.
Potenzialmente, dico potenzialmente, tutti possono essere considerati terroristi: per le azioni che compiono; ma anche per le opinioni che professano e per il luogo in cui vivono. Per affinità; ma anche per contiguità. Fino ad arrivare a coloro che sono privi di documenti e commettono anche banalissimi reati in un paese in cui non dovrebbero vivere.
Ed è quello che sta accadendo. In Medio Oriente; ma anche in tutto il mondo. In una dannazione che non risparmia nessun essere umano e nessuna istituzione votata a difenderne i diritti e ad assisterlo nelle sue più elementari necessità. Mentre scompare, nel corso di un conflitto ma anche dopo la sua conclusione, la fondamentale distinzione tra militari e civili; quella che portò, all’indomani della seconda guerra mondiale, a non ritenere il popolo tedesco come penalmente responsabile dei crimini del nazismo.
Come ci raccontano i giornali, tutto questo è compiuto a difesa e in nome della civiltà occidentale.
Occorre prenderne atto perché in questo riferimento c’è più di un fondo di verità. Si comincia con l’ignorare l’esistenza dell’Altro, le sue ragioni, i suoi bisogni. E si finisce con il demonizzarlo, senza possibilità di riscatto. Due morti europei portano a una condanna. Diecine e diecine di migliaia, un numero su cui si comincia persino a cavillare.
E non è un caso allora che il numero dei “terroristi” che si dichiara di avere ucciso a Gaza (ora sono quarantamila) sia diventato non molto lontano da quello annunciato dalla controparte.
Tutti terroristi, dunque. Come volevasi dimostrare.
Alberto Benzoni

