Al fine di valutare in modo lucido ed equilibrato i referendum sui quali saremo chiamati a votare l’8 e il 9 giugno, è necessario rivolgere uno sguardo all’indietro su eventi che tutti conosciamo ma che è bene rileggere per far emergere la continuità della strategia di fondo che ha guidato l’approccio neoliberista nella gestione dei cambiamenti e dei relativi passaggi della trasformazione economica e finanziaria del panorama economico e sociale, nel nostro Paese come nel resto dell’Occidente.
La strategia è stata quella di scardinare uno stato sociale che aveva tenuto insieme la crescita della produttività e dei profitti delle aziende con i diritti garantiti dalle Costituzioni, nate o riscritte dopo la fine della seconda guerra mondiale, realizzando l’aumento della ricchezza e insieme la redistribuzione della stessa.
Un intero sistema di democrazia sociale che aveva reso possibile l’emancipazione della grande maggioranza dei cittadini, considerati portatori di diritti inalienabili, attraverso riforme volute e conquistate dai movimenti dei lavoratori e degli studenti e realizzate dai grandi partiti politici democratici che hanno garantito istruzione, sanità, edilizia e impresa: tutte pubbliche. E pace.
Costruendo un intero sistema sociale che ha generato diffusamente dignità e sviluppo.
Questo grande e importante progresso democratico dispiegatosi nell’arco di decenni, è avvenuto essenzialmente grazie all’esercizio di una conflittualità sociale e di massa quale elemento chiave della democrazia, motore di avanzamento delle classi subalterne, atto a superare le contraddizioni di questo sistema economico che ha sempre costretto i lavoratori e gli esclusi a ricorrere a lunghe e faticose lotte per conquistare diritti economici, sociali e civili.
Su questa base abbiamo raggiunto grandi traguardi: nel campo civile, grazie ai referendum, abbiamo ottenuto le leggi sul divorzio e sull’aborto; nei rapporti sociali le grandi riforme della scuola pubblica di massa e del sistema sanitario pubblico; nei rapporti di lavoro la legge chiave sullo statuto dei lavoratori; in campo economico con le imprese pubbliche in tutte le filiere produttive e le banche a partecipazione pubblica e di interesse nazionale con le quali è stato posto il sistema creditizio al servizio dello sviluppo economico.
Possiamo fissare l’inizio della grande offensiva liberista con l’attacco alla cosiddetta ‘scala mobile’ nella metà degli anni ’80 e che è continuata nel 1992 con l’involuzione del sistema politico della prima Repubblica parallelamente all’attacco finanziario alla nostra moneta, sono infatti del ’92 gli accordi di Maastricht che preparano la strada all’adozione dell’euro.
Da quel momento abbiamo assistito alla progressiva alienazione e svendita del sistema economico e bancario sia pubblico che di interesse pubblico. All’inizio del nuovo millennio c’è effettivamente l’ingresso nella moneta unica europea sotto il segno del marco, che gestito con poco coraggio e a vederla benevolmente con molta poca consapevolezza, ha regalato un vantaggio immotivato alla Germania nei nostri confronti. Questo passaggio introduce l’ultima spallata alla nostra potenza industriale, alla rete d’eccellenza dei servizi pubblici locali, alla finanziarizzazione dell’economia con le conseguenti dismissioni e delocalizzazioni, all’affermazione di una assurda ed esclusiva logica aziendale nei rapporti di lavoro.
In quel momento si sarebbe dovuto cogliere l’opportunità di puntare in alto con seri piani industriali, rivolgere le nostre risorse a investimenti atti a rilanciare l’innovazione tecnologica, con lo sviluppo e l’accrescimento di tutte quelle conoscenze che avrebbero irrobustito il nostro know-how in modo da puntare sulla qualità delle nostre solide eccellenze, opportunità che si potevano ulteriormente sviluppare creando sinergie con il sindacato ed evitare il massacro del nostro comparto industriale.
Invece no, la scelta è stata altra: si è puntato a perseguire lo schiacciamento dei diritti, a insistere su un ribasso continuo del costo del lavoro affossandone inoltre la stabilità, come unica variabile su cui intervenire nella complessa equazione dell’economia, come unico elemento di competitività.
Non sfugge certo come sia stata anche una precisa scelta politica quella di smantellare pezzo a pezzo le conquiste degli anni precedenti, depotenziare i sindacati che limitavano l’operatività senza scrupoli dei gruppi capitalisti nazionali e soprattutto internazionali. Tutte le scelte necessarie al fine di inserire la nostra economia nel sistema economico internazionale reggendo la sfida della concorrenza dei mercati e dei nuovi produttori mondiali sono state fatte in termini rigorosamente liberisti, padronali e finanziari.
Questo è stato possibile anche perché le forze del cosiddetto centro-sinistra hanno abbracciato le teorie e le pratiche neoliberiste in modo acriticamente pedissequo, facendosi complici di quel progetto di smantellamento, forse pensando di trarne vantaggi incondizionati e illimitati una volta andate al governo, nell’illusione di poter dirigere l’andamento delle trasformazioni economiche e sociali.
In questo mutamento abbiamo assistito a sconsiderate privatizzazioni, all’ubriacatura della flessibilità del lavoro, all’esternalizzazione di parti fondamentali del ciclo produttivo che ha coinvolto anche il settore pubblico. Il risultato di tutto ciò è stato l’aggravamento dello sfruttamento e il dilagare della precarietà. Insieme alla perdita dei diritti abbiamo vissuto la feroce svalorizzazione del lavoro, amplificata dalla crescita abnorme della parte finanziaria su quella industriale: i dividendi in tasca agli azionisti a scapito degli investimenti. Mentre i ricchi diventavano sempre più ricchi si indeboliva un sistema economico che continuava a perdere competitività e a diventare sempre più ingiusto.
Ricordiamone alcuni passaggi sul nostro territorio nazionale. Nel 2012, il governo tecnico di Monti ha introdotto la riforma Fornero (legge 92/2012), il primo vero attacco all’art.18. Nonostante scioperi e manifestazioni importanti dei sindacati confederali e di quelli di base in molti settori, il governo tirò dritto. Maggiore precarietà, aumento della disoccupazione e minori tutele per i giovani, per non parlare dell’enorme difficoltà di reinserimento per gli ultraquarantenni che perdevano il lavoro. In sintesi è passato il concetto che fosse sano sacrificare i diritti sull’altare della flessibilità, sacrificio che avrebbe dovuto portare maggiori opportunità per tutti. Ovviamente non è andata così. La riforma ha introdotto la possibilità di licenziamenti senza la necessità di reintegro benché appurata l’ingiusta causa e nuove forme contrattuali, come il famigerato contratto a progetto in ottemperanza alle sacre leggi del mercato e del profitto. Relativamente agli indennizzi che hanno sostituito il reintegro sul posto di lavoro, i lunghi tempi dei vari gradi di giudizio nei processi di lavoro, evitando al datore di lavoro il versamento di tutte le mensilità maturate fino alla sentenza, la riforma ha di fatto determinato che un lavoratore potesse restare senza reddito per anni beneficiando poi di un indennizzo di soli 12 mesi di retribuzione.
Altro passaggio di questo progressivo smottamento del lavoro è avvenuto sotto il governo Renzi. Il Jobs Act (legge delega n 183/2014) è stato un pacchetto di misure legislative che ha introdotto una serie di cambiamenti: il contratto a tutele crescenti ha sostituito il contratto a tempo indeterminato, offrendo maggiore flessibilità per i datori di lavoro con graduale crescita delle tutele per i lavoratori in base all’anzianità. La maggiore flessibilità introdotta dalla riforma ha comportato ulteriore precarizzazione del lavoro, aumento indiscriminato dei contratti a tempo determinato e delle collaborazioni occasionali, ha ridotto inoltre le garanzie per i lavoratori licenziati semplificando le procedure di licenziamento e abbassando le indennità previste in caso di licenziamento illegittimo. Ha anche introdotto un ulteriore discrimine tra chi era stato assunto prima del marzo 2015 e chi dopo, non essendo più previsto dopo quella data il diritto al reintegro.
L’attacco ulteriore all’art.18 rappresentava per Renzi anche una sorta di resa dei conti con la CGIL e il sindacato tutto, come pure con quei rappresentanti del suo partito che stavano rimettendo in discussione l’allontanamento del focus politico dai lavoratori e dai loro interessi. Va detto che una parte del PD, composta da alcuni esponenti provenienti sia dal mondo ex-comunista che da quello cattolico, non aderì alla politica renziana. Quella divisione riemerge oggi in modo netto e riguarda diversi temi importanti quali quello del riarmo e quello della questione palestinese. Relativamente a quello dei referendum c’è chi, seguendo l’indicazione della Schlein li sostiene, e chi invece come Bonaccini li contrasta.
Importante qui ricordare la lotta portata avanti dai sindacati confederali, dalla CUB e dagli altri sindacati di base contro il jobs act: scioperi, manifestazioni molto partecipate e picchetti davanti alle aziende, che non riuscirono però a fermare la riforma. A valle della riforma sono state inoltre molte le situazioni impugnate giuridicamente dal sindacato per contrastarne gli effetti. Questo ci ricorda quanto è difficile per un sindacato ottenere risultati sostanziali senza una solida sponda politica, composta da quelle forze che hanno nella loro ragion d’essere la difesa degli interessi dei lavoratori nonché la realizzazione effettiva dei principi costituzionali mai integralmente attuati.
Accenno un quadro generale attingendo ad alcuni dati resi pubblici da ISTAT e dalla Fondazione Giuseppe Di Vittorio, perché la realtà dei fatti smonta qualsiasi propaganda distribuita sia da quotidiani compiacenti che da media pubblici e privati occupati da questa maggioranza di governo.
I problemi del lavoro in Italia sembrano aggravarsi a causa di un declino produttivo che non accenna a fermarsi e che non essendo omogeneo aumenta il divario fra nord e sud, fra donne e uomini, costringendo i giovani che rappresentano il nostro futuro ad emigrare, mentre contemporaneamente si criminalizza in modo strumentale l’immigrazione, con il palese obiettivo di alimentare una guerra tra poveri tanto cara a vecchi e nuovi autoritarismi, non solo del nostro Paese ma purtroppo sparsi in tutta Europa. Assistiamo alla preoccupante diffusione del precariato e del part time involontario, per tutti i lavoratori ma maggiormente per le lavoratrici. Assistiamo al paradosso che più lavoratori si contendono un monte di ore lavorate minore, oggi anche chi lavora è ormai povero, per le statistiche ufficiali bastano poche ore al mese affinché questi nuovi poveri vengano definiti occupati. Il potere reale dei salari è diminuito di quasi il 10% negli ultimi quindici anni. L’inflazione colpisce duramente mentre si continua a demolire lo stato sociale. La povertà assoluta continua ad aumentare in carenza di ammortizzatori sociali, quella relativa coinvolge circa tre milioni di famiglie nel nostro paese e ancora una volta il sud è il territorio più colpito e le donne le più discriminate.
Tra il 2020 e il 2023 gli azionisti delle società industriali si sono distribuiti ogni anno in media l’80% degli utili, lasciando appena il 20% a disposizione della gestione come contributo all’autofinanziamento di nuovi investimenti. Gli utili fatti sottraendo risorse al lavoro non vengono reinvestiti ma incassati dagli azionisti per diventare investimenti di altra natura, spesso finanziari senza utilità per l’economia reale.
Nei vent’anni tra il 2004 e il 2024 il peso dei dipendenti a tempo indeterminato full time sul totale dei dipendenti è diminuito dal 78% del 2004 al 72% del 2024. Nei primi cinque anni di applicazione del Jobs Act si è passati dal 71% del 2014 al 67,9% del 2019 e quasi il 30% degli occupati dipendenti in Italia è a termine o part time.
I valori assoluti sono impressionanti: nel 2024 sono stati 3 milioni e 700 mila i contratti a tempo determinato e 3 milioni e 100 mila i contratti parasubordinati. Gran parte dei contratti è per periodi inferiori all’anno, con un’elevatissima frammentazione. Il numero di donne con lavori part time è salito da 1,6 milioni nel 2004 ai 2,6 milioni del 2024. Per i lavoratori giovani dai 15 ai 34 anni, la percentuale di contratti a tempo determinato, sul totale dei dipendenti di quella classe di età, è balzata dal 19% del 2004 a oltre il 30% nel 2024, grazie al Jobs Act.
Preoccupante la situazione dei lavoratori nei subappalti e per i cosiddetti affidamenti diretti, cioè senza gara, da parte delle pubbliche amministrazioni. I lavoratori in subappalto non godono pienamente dei diritti e della retribuzione prevista dal contratto di categoria. Nel nuovo Codice degli appalti si conferma la diminuzione delle tutele contrattuali, salariali e su salute e sicurezza, in particolare per i lavoratori degli appalti dei servizi e delle forniture, nonché lungo tutta la catena dei subappalti, essendo permessi sia i subappalti a cascata che la declinazione delle responsabilità dell’ente appaltante. L’incidenza degli infortuni è rilevante per tutte le tipologie di lavoro dipendente, maggiormente nel lavoro somministrato e in apprendistato. I lavoratori a tempo determinato registrano una ovvia maggiore esposizione al rischio. Le cause sono molteplici: difficoltà nell’acquisizione di una cultura della sicurezza dovuta alla discontinuità contrattuale e professionale, maggiore propensione ad accettare condizioni peggiori per mantenere il posto di lavoro, difficoltà dei sistemi di prevenzione territoriali nell’intervenire in contesti di elevata precarietà e di particolare frammentazione dei percorsi lavorativi. In Italia le morti sul lavoro accertate nel 2024 sono state 1090 e sappiamo da indagini sindacali che il 70% degli incidenti mortali in edilizia interessa lavoratori in subappalto. Stiamo parlando di una vera e propria strage.
La catena degli appalti e subappalti viene largamente utilizzata al fine di comprimere i costi e questo si ottiene come sempre sulla pelle dei lavoratori e delle lavoratrici, come sempre quello da comprimere è il costo del lavoro pagando bassi salari e riducendo le tutele normative, fra cui quelle che hanno a che fare con la salute e la sicurezza.
A queste domande portatrici di conflittualità il governo risponde con l’unica cosa che sa fare: la repressione attraverso il decreto sicurezza. E non è da sottovalutare quanto le riforme immaginate oggi dal governo Meloni riportino alla mai abiurata volontà di demolire la nostra Costituzione, di riscriverla secondo principi autoritari e antidemocratici. A guardar bene c’è coerenza.
I referendum cui siamo chiamati a votare l’8 e il 9 giugno non possono rappresentare certo la panacea di tutti i mali o la soluzione a tutti i problemi in cui siamo immersi, ma devono rappresentare il primo passo di un lungo cammino di riscossa, di ripresa della dignità perduta, della difesa di tutti i lavoratori e della riconquista dei loro diritti, sui quali la CGIL scrisse la Carta dei diritti universali del lavoro pochi anni fa e che a tutt’oggi resta sepolta in un cassetto del Parlamento. Questa dei referendum deve essere interpretata come la forte ripresa della nostra mobilitazione contro il Jobs Act. Ricordiamo a tal proposito che i referendum possono essere solo abrogativi e quindi strumento poco idoneo a cambiare profondamente la situazione, ma rappresentano il passaggio di un nuovo cammino che deve essere necessariamente il più unitario possibile. Risulta quindi fondamentale mobilitare tutte le forze della sinistra per annullare una legge infame che ha ridotto i diritti dei lavoratori, cioè di quelli che portano sulle loro spalle il Paese, che creano ricchezza e pagano le tasse, mentre altri se ne avvantaggiano e si arricchiscono. É necessario riportare al centro del dibattito tutte le questioni del lavoro, sostenere, difendere e realizzare, concretizzandoli in proposte perseguibili, i valori della nostra Costituzione repubblicana e antifascista che pone al centro il lavoro come fonte di dignità e prosperità.
La battaglia dei referendum deve diventare quindi il banco di prova per la costruzione di un Fronte Popolare che potrebbe dare testa, cuore e gambe alla possibilità di invertire la tendenza. Se condotta con coraggio e lungimiranza, questa e le prossime battaglie che saremo chiamati a combattere possono oggettivamente edificare la strada affinché le forze che lo compongono arrivino a governare il nostro Paese. Non ultima l’importanza di dialogo e alleanze a livello europeo per la costruzione di piattaforme comuni. Avremmo bisogno di una Internazionale realmente di sinistra, socialista e democratica, capace di rimettere al centro in modo potente e con visione unitaria la questione lavoro. La resa fatale delle forze socialdemocratiche al neoliberismo non è avvenuta solo in Italia ma in tutta Europa. L’onda lunga di questo scivolamento e declino culturale è quantomeno concausa dell’attuale montare di quelle forze illiberali neofasciste e neonaziste che raccolgono il consenso di classi sociali impoverite, disilluse e piene di rabbia. Se una generazione politica sceglie di tagliare le sue radici e abbandonare quel popolo che aveva delegato a lei i suoi interessi facendola governare, decreta la sua sconfitta e l’estinzione della sua opzione politica.
La sola linea di difesa e resistenza sulla quale siamo stati costretti ad attestarci ci ha spinto a continui arretramenti. Oggi la guerra mondiale a pezzi, la drammatica situazione ambientale e il ritorno di pericolose tendenze autoritarie ci mette con le spalle al muro: abbiamo bisogno di nuova visione, perché come dice con estrema lucidità l’ultraottantenne Ken Loach, quelli che definiamo giustamente i poteri forti dell’economia capitalista non si fermeranno, continueranno a schiacciarci, perché stanno conducendo con ferocia e cinismo una lotta di classe contro tutti noi, una guerra aggressiva e senza limiti che non si fermerà mai di sua iniziativa.
Nel caso vi fosse qualcuno cui sembra azione insufficiente o addirittura inconcludente ripartire dai referendum proposti dalla CGIL, chiederei attenzione: lo sforzo di rimuoverli da qualsiasi orizzonte informativo, il tentativo di promuovere l’astensionismo e non ultimo l’esplicito contrasto di alcuni, deve indurci alla riflessione su quanto un risultato a noi favorevole possa cominciare ad inceppare gli ingranaggi di questo sistema ferocemente liberistico che non tollera nessuna limitazione al libero sfruttamento del lavoro e considera i lavoratori semplice merce, la cui vita vale meno di un misero subappalto. Un sistema che ci vuole sottomessi, che vuole trasformarci in semplici consumatori individuali e individualisti, che non ha più altro da offrirci che beni materiali quali unica via alla felicità e per ottenere i quali dovremmo accettare qualsiasi sfruttamento e ricatto.
Non sarà certo facile raggiungere il quorum, di cui è peraltro molto discutibile la sua obbligatorietà e che rappresentando il 50% più uno degli aventi diritto al voto, consta di circa 27 milioni di votanti. Risulta cioè evidente quanto sia arduo il compito che dobbiamo svolgere e quanta energia sia necessario infondere per convincere un così alto numero di cittadini ad andare a votare nell’arco di due giorni. Mi importa però moltissimo sottolineare che sarebbe comunque una vittoria qualora non si arrivasse al quorum ma ci si andasse abbastanza vicino, perché la mobilitazione per questi referendum deve comunque rappresentare quel primo passo del percorso che deve restare al centro del dibattito e che certo è la vera scommessa per il futuro: la crescita di quel Fronte che veda ricomporre al suo interno quelle forze politiche e sindacali, insieme a tutti quei settori e associazioni della società civile, che autenticamente si battono contro questo capitalismo finanziario che fomenta tutti i nazionalismi con l’evidente fine di destrutturare le già deboli e pericolanti democrazie europee. Un Fronte necessario a rivitalizzare quelle forze che sinceramente cercano un’alternativa a questo sistema economico che mercifica le nostre esistenze e crea nuove forma di schiavitù.
Possiamo quindi sicuramente iniziare a riprendere la nostra strada da questi referendum.
– Il primo riguarda i licenziamenti illegittimi. Nelle imprese con più di 15 dipendenti, le lavoratrici e i lavoratori assunti dal 7 marzo 2015 in poi non possono rientrare nel loro posto di lavoro dopo un licenziamento illegittimo. Abroghiamo questa norma, diamo uno stop ai licenziamenti privi di giusta causa o giustificato motivo.
– Il secondo riguarda le tutele delle lavoratrici e lavoratori delle piccole imprese. Nelle imprese con meno di 16 dipendenti in caso di licenziamento illegittimo oggi si può al massimo ottenere 6 mensilità di risarcimento e questa condizione tiene i dipendenti delle piccole imprese in uno stato di forte soggezione. Abroghiamo questo limite.
– Il terzo riguarda la riduzione del lavoro precario. In Italia circa 2 milioni e 300 mila persone hanno contratti di lavoro a tempo determinato. I rapporti a termine possono oggi essere instaurati fino a 12 mesi senza alcuna ragione oggettiva che giustifichi il lavoro temporaneo. Rendiamo il lavoro più stabile. Ripristiniamo l’obbligo di causali per il ricorso ai contratti a tempo determinato.
– Il quarto riguarda la sicurezza sul lavoro. Modifichiamo le norme attuali che impediscono in caso di infortunio negli appalti di estendere la responsabilità all’impresa appaltante. Abrogare le norme in essere ed estendere la responsabilità dell’imprenditore committente significa garantire maggiore sicurezza sul lavoro. Il significato di questo referendum è quello di garantire la copertura integrale dei danni subiti dal lavoratore in caso di incidente, soprattutto laddove le aziende appaltatrici sono molto piccole e lavorano in violazione delle norme. Le condizioni di sicurezza sono messe a rischio dai ritmi lavorativi intensi. Con il referendum si allinea il sistema della responsabilità solidale dell’appaltatore committente rispetto agli incidenti sul lavoro a quanto avviene dal punto di vista dei crediti retributivi.
– Il quinto riguarda la cittadinanza. Riduciamo da 10 a 5 gli anni di residenza legale in Italia richiesti per poter fare domanda di cittadinanza italiana, che una volta ottenuta sarebbe trasmessa ai figli e alle figlie minorenni. Questa modifica costituisce una conquista decisiva per circa 2 milioni e 500mila cittadine e cittadini di origine straniera che nel nostro Paese nascono, crescono, abitano, studiano e lavorano.

