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La solita musica dell’Unione Europea

l’Unione Europea non fa gli interessi geostrategici dei suoi membri Parte prima - Dal terzo volume dei Quaderni di Risorgimento Socialista

Ferdinando Pastore by Ferdinando Pastore
Febbraio 7, 2024
in Primo Piano
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La solita musica dell’Unione Europea
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Contraddizioni

Nelle capitali europee si sono susseguite numerose manifestazioni a sostegno della popolazione civile palestinese, vittima della ritorsione brutale dello Stato d’Israele. Nello stesso periodo il premier spagnolo Sanchez si è fatto portavoce, nelle segrete stanze dell’Unione Europea, di un cessate il fuoco, date le proporzioni genocide della repressione israeliana. Come lui, il segretario generale delle Nazioni Unite, il portoghese Gutierrez, ha ammonito Israele di muoversi al di fuori del diritto internazionale. Insomma, dentro l’Europa fioriscono, in merito alla crisi internazionale, sensibilità popolari variegate e posizionamenti politici articolati; ma né le une né le altre vengono discusse o possono essere rappresentate nelle dichiarazioni ufficiali della diplomazia con sede a Bruxelles.

Anche in occasione della crisi Ucraina, i plenipotenziari degli Stati dimostrarono nell’immediato una ricchezza di posizioni poi rimaste sopite. Il Presidente della Repubblica francese Macron e il cancelliere tedesco Scholz cercarono di intessere una tela di rapporti con la Federazione Russa al fine di addivenire ad un accordo che evitasse l’incancrenirsi delle ostilità; questo perché gli interessi commerciali di Francia, e soprattutto Germania, prevedevano un rapporto attivo con la Russia sia per l’approvvigionamento energetico in entrata che per l’export verso l’Est. Non a caso nel corso delle operazioni belliche particolare impatto ha avuto il sabotaggio del gasdotto Nord Stream che avrebbe collegato direttamente il suolo russo a quello tedesco per il passaggio del gas con evidente risparmio sui prezzi. Ma nonostante il manifesto interesse del cuore dell’Europa nel mantenere la pace, tutti gli Stati, sospinti dalle istituzioni sovranazionali della UE, hanno ratificato un notevole aumento delle spese militari – come da anni richiedeva la NATO ‒ e numerosi pacchetti di aiuti in armamenti all’esercito ucraino, perché la guerra proseguisse fino alla sconfitta del temibile Putin.

Anche l’Italia ha vissuto le proprie contraddizioni. Il primo governo Conte difatti aprì la strada alla Via della Seta con la Repubblica popolare cinese: il fine esplicito, quello di curare gli interessi industriali nazionali. Il percorso di avvicinamento tra Italia e Cina, proseguito anche nella seconda esperienza governativa dello stesso Conte, è stato improvvisamente divorato dalle raccomandazioni provenienti dall’Anglosfera, le quali, coadiuvate dalla tecnocrazia europea, hanno iniziato a progettare, per poi portare a termine, l’avvicendamento alla guida dell’esecutivo italiano con il super-faccendiere Mario Draghi. Questi ha disatteso immediatamente gli accordi in via di perfezionamento con il gigante cinese per ripiegarsi a riccio sugli interessi commerciali statunitensi.

Data questa premessa il quesito su cui interrogarsi è il seguente: per quale motivo l’Unione Europea non si fa portavoce degli interessi geostrategici dei suoi membri e delle peculiarità sociali ed economiche del proprio sviluppo, ma sembra difendere sofisticazioni politiche contrarie alle sue ragioni?

Per rispondere occorrerà partire da lontano e quindi riassumere a grandi linee quale fu nella realtà ‒ differente dalle cosiddette narrazioni ‒ la genesi ideologica dapprima della Comunità Economica Europea e in seguito dell’Unione Europea, cristallizzatasi a partire dalla firma del Trattato di Maastricht del 1992.

 

I natali dell’Unione Europea

 

Jean Monnet è stato un politico francese ai più del tutto sconosciuto. Fu uno dei costruttori politici di quella che viene comunemente definita “Europa Unita” che nella vulgata promossa dall’alto viene considerata l’istituzione custode dei principi cardine delle liberal-democrazie o che avrebbe consentito al suolo europeo di vivere settant’anni di pace. Monnet fu nel 1952 nominato presidente della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (CECA), prima molecola embrionale del mercato comune. Si faceva portavoce di un “metodo” portante il suo nome, il “metodo Monnet” appunto, nel quale si può racchiudere la concezione politica alla base del funzionamento istituzionale comunitario per cui dovevano predominare «le decisioni di élite prese nel consenso». L’integrazione europea si sarebbe dovuta sostanziare con tratti tecnocratici e decisionisti.[1]

Tale spirito era coincidente con le riflessioni dei neoliberali europei. I quali si ponevano un serio dilemma: come rendere l’ideologia di mercato sentire comune, nel momento in cui questa sembrava sconfitta dalle eterogenee versioni di quello che chiamavano “statalismo” (al cui interno convivevano politiche di piano socialiste, economie miste socialdemocratiche, compromessi keynesiani o corporativismi fascisti). Per loro, tutta erba di un fascio. Questi tormenti afflissero i neoliberali nel corso degli anni Trenta del Novecento e divennero incubi quando, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, le Costituzioni degli Stati si concentrarono sulla limitazione dagli eccessi del libero mercato, a protezione del lavoro, delle classi subalterne, dell’intervento pubblico, della funzione sociale dell’economia e in ambito internazionale delle decolonizzazioni.

I neoliberali, per ovviare allo spirito di quel tempo, pensarono a un nuovo legame tra mercato e istituzioni, differente dall’impostazione classica del liberalismo ottocentesco. L’autore che più di tutti si è fatto interprete di questa esigenza è stato sicuramente Friedrich von Hayek il quale, sopraffatto dall’utopia socialista, pensava di ribaltarla attraverso la definizione di un’utopia liberale. Secondo Hayek il mercato non doveva più essere considerato un fenomeno naturale della vita bensì un costrutto sociale, quindi artificiale. La costruzione di un ordine, di un cosmos, definito spontaneo, quindi non da assecondare secondo il suo naturale scorrere equilibrato, ma da edificare e proteggere attraverso un radicalismo interventista affidato proprio allo Stato, chiamato a difendere e promuovere la concorrenza. I neoliberali, dunque, si trasformarono ben presto in filosofi delle istituzioni, perché il loro cruccio fu quello di progettare una forma di governo efficace per i loro propositi. Forma di governo che sarebbe stata generata dallo stesso mercato, nel momento in cui gli si consentiva di governare sé stesso tramite un apparato istituzionale che lo rappresentasse. La sfera pubblica, dunque, doveva essere sostituita dall’impresa privata che si faceva Stato. Ciò che oggi chiamiamo Governance.[2] In questo modo, il conflitto politico e dunque l’ingerenza della democrazia, delle spinte delle masse organizzate nelle logiche mercantiliste, poteva essere neutralizzato nella forma della competizione e della concorrenza.[3]

Il dilemma era quello di sconfiggere la democrazia sostanziale definitasi nel secondo dopoguerra con l’attuazione di una costituzione economica che elevasse la concorrenza ad architrave dell’ordine. L’impalcatura europea del mercato comune rappresentò la ghiotta occasione per innestare quelle prerogative ideologiche a protezione del cosmos neoliberale, il cui nemico dichiarato era lo stato sociale.[4] Costituzionalisti come Hans von der Groeben o Ernst-Joachim Mestmächer svilupparono le idee di Franz Böhm e Walter Eucken, perché l’impianto europeo assorbisse consapevolmente l’opera dottrinaria di Hayek. Le libertà economiche furono comprese nella vasta gamma dei diritti umani e protette dalle legislazioni nazionali, ancorate a valori protezionisti o redistributivi.[5] È dunque attraverso il diritto che la decisione politica veniva scippata ai governi nazionali  ̶  interpreti del conflitto politico e sociale e autonomi, nei limiti del possibile data la configurazione del mondo diviso in blocchi, nei posizionamenti in politica estera ‒ per essere traghettata alla Governance multilivello, diretta emanazione degli interessi partecipati dalle imprese private e dagli operatori di mercato.[6] La rotta ideologica partorita da Hayek e soci non è mai stata abbandonata e su quelle fondamenta si è arrivati, dapprima con i trattati di Maastricht e Lisbona. In seguito, con la formazione dell’eurozona, si è giunti ad un’istituzionalizzazione del progetto europeista che ha stralciato le vecchie costituzioni, iniettando nel tessuto sociale norme costituzionali in antitesi con quelle sociali del secondo dopoguerra[7] e in grado di architettare un’ingegneria politica al riparo dalla dialettica democratica.

[1] Per uno sguardo d’insieme sulla mentalità di Jean Monnet cfr. H.M. Enzensberger, Il mostro buono di Bruxelles, Einaudi, Torino 2013, pp. 49 ss.

[2] Per un’accuratissima riflessione sull’ingegneria sociale del pensiero di Hayek si consiglia: D. Gentili, Crisi come arte di governo, Quodlibet, Macerata 2018.

[3] Ivi, p. 88.

[4] Una minuziosa ricostruzione dei tratti caratteristici della costituzione economica europea, consolidatisi a partire dal Trattato di Roma del 1957, la si trova in: P. Dardot e C. Laval, La nuova ragione del mondo – Critica della razionalità neoliberista, DeriveApprodi, Roma 2013, pp. 342 ss.

[5] La genesi storica, comprendente anche le divisioni in seno all’ambiente neoliberale e in particolare tra chi vedeva nella costruzione del mercato comune europeo un’occasione unica per la costituzionalizzazione della concorrenza e chi stava sviluppano negli stessi anni una riforma del GATT, della filosofia sottostante alle istituzioni comunitarie è ben evidenziata da: Q. Slobodian, Globalists – La fine dell’impero e la nascita del neoliberalismo, Meltemi, Milano 2021, pp. 322 ss.

[6] Ivi, p. 333.

[7] Da consultare, per scoprire le evidenti contraddizioni tra i trattati europei e la nostra Costituzione repubblicana, il breve volume scritto da V. Giacché, Costituzione italiana contro trattati europei – Il conflitto inevitabile, Imprimatur, Reggio Emilia 2015.

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