Aveva 18 anni quando era sceso in piazza per la prima volta, nella frazione Pietrapennata di Palizzi, nell’area grecanica reggina, per tenere un pubblico comizio. Pasquino Crupi aveva assimilato sin dalla giovane età il pensiero socialista, in un territorio che era stato tra i primi in Calabria a diffonderne i valori, agli inizi del Novecento, attraverso le attività di Nicola Palaia, figura che dal fascismo venne poi avversata.
Combattere le disuguaglianze sociali era, quindi, per lui un dovere. E nella sua vita lo ha fatto attraverso la scuola, le istituzioni, il rapporto costante con la gente comune. È noto ai più per essere stato fine intellettuale e per la sua copiosa produzione letteraria, che ha trattato argomenti prevalentemente di ordine sociale, attraverso la disamina di lavori di autori calabresi (è sua un’opera fondamentale come “La letteratura calabrese contemporanea”, edita nel 1972 da D’Anna a Firenze in 4 volumi), toccando negli altri suoi lavori il fenomeno della ‘ndrangheta, la questione meridionale, l’emigrazione, le lotte per la terra, la storia della Calabria, con ampio risalto ad un fatto che ha lasciato il segno nel versante jonico reggino, la “Repubblica Rossa di Caulonia”, quando – nel 1945, a poche settimane dalla liberazione – il popolo si ribellò ai soprusi e la ricerca della giustizia sociale e della libertà veniva repressa al pari di un qualsiasi fenomeno criminale, che però era durata appena quattro giorni. Una rivolta nata dal combattere i poteri forti locali che non gradivano la nomina da parte degli Alleati di un sindaco antifascista e che godevano della complicità delle istituzioni. Un fatto della storia di chiara matrice socialcomunista, volutamente lasciato cadere nell’oblio per tanti anni.
La dottrina marxista è stata per Pasquino Crupi un’imprescindibile linea guida per l’interpretazione dei fenomeni sociali, ma anche per una disamina sociologica della letteratura.
Insegnante, pro-rettore dell’Università per stranieri di Reggio Calabria, sindaco di Bova Marina e poi presidente dell’Usl, aveva esercitato anche l’attività di giornalista, prevalentemente quale opinionista e critico letterario ed era “scomodo e irriverente” nei confronti del potere della stampa: «L’intellettuale deve stare all’opposizione – diceva – e non serve messa».
Nel ’53 aveva frequentato la Scuola delle Frattocchie, l’istituto di studi del Pci, partito del quale era stato tesserato sino al 1971, quando venne radiato per dissenso ideologico, rientrando nell’area socialista, nell’allora Psi, con incarichi dirigenziali anche a carattere nazionale, essendo vicino a Giacomo Mancini, che nel 1970 era stato segretario nazionale del Partito. Ma non aveva condiviso la sponsorizzazione di Mancini all’ascesa alla segreteria di Craxi, nel 1976, asserendo di «non essere mai stato [da buon meridionalista] dalle parti di Milano né dalle parti di Craxi». In una sua nota autobiografica aveva scritto: «Io sono un animale politico di stampo massimalista, mia madre mi generò, la politica mi prese subito».
Scoppiata la bomba di “mani pulite” si era separato da ciò che rimaneva di quel Psi, sostenendo la causa del Movimento Meridionale, che lo aveva candidato alla Camera dei Deputati nel collegio di Locri nel 1994, senza venire eletto. Le successive esperienze politiche le aveva condotte sotto il simbolo di Rifondazione Comunista prima e, dopo, dei Comunisti Italiani, ma non erano mancate le critiche e i dissapori, sempre per via della sua libertà di pensiero. In fondo, era orfano di un partito socialista legato ai valori storici del socialismo.

